martedì 19 marzo 2024

La detronizzazione della verità - Dietrich von Hildebrand (parte 1)

Parlando di “detronizzazione della verità”, Dietrich von Hildebrand (1889-1977) si riferisce alla detronizzazione di Dio, del cristianesimo, della rivelazione, della norma assoluta. E gli effetti che egli vede e denuncia di questa detronizzazione sono gli stessi che si producono, come oggi sempre più si vede, allorché Dio sia espunto dal nostro orizzonte intellettuale, il messaggio cristiano sia cancellato o distorto, la rivelazione messa in dubbio, la norma assoluta negata. Leggendo con attenzione il saggio di von Hildebrand, non si sa se ammirare più l’acutezza dell’analisi filosofica o la lungimiranza dell’esame delle conseguenze o l’accoratezza del suo appello alla verità. In realtà, lo scritto è mirabile per tutti e tre gli aspetti. Ed è mirabile per come von Hildebrand li colleghi in modo sistematico, come in una catena in cui un anello rimanda al successivo e questo fino a noi. Scritto ieri, parla di oggi.

dall’Invito alla riflessione di Marcello Pera

 

Dietrich von Hildebrand | Teologo e filosofo tedesco di fede cattolica. Figlio dello scultore Adolf von Hildebrand, nel 1914 si converte al cattolicesimo anche per influsso di Max Scheler. È stato uno strenuo oppositore di Adolf Hitler e del nazismo, tanto da dover emigrare definitivamente negli Stati Uniti, dopo essere stato in Svizzera, in Francia e in Portogallo. Ha insegnato filosofia presso la gesuita Fordham University di New York, ritirandosi dall’insegnamento nel 1960 e trascorrendo gli ultimi anni della sua vita scrivendo e tenendo conferenze in tutto il mondo.

 


Una delle caratteristiche minacciose dell’epoca attuale è senza dubbio la detronizzazione della verità. In passato, qualsiasi cosa si potesse professare, le dottrine sono sempre state avanzate con la pretesa di essere vere. Tutte le teorie, per quanto errato e assurdo potesse essere il loro contenuto, si appellavano sempre alla questione della verità come a un giudice ultimo e decisivo. Fin dalle origini della nostra cultura occidentale, tutti gli errori sono stati propagati in nome della verità. La domanda se qualcosa fosse vero o no è stata presa molto sul serio, e anche quando le vere ragioni dell’errore erano inconsciamente radicate nella volontà della persona che sbagliava, la verità è stata riconosciuta come il giudice supremo e definitivo di ogni teoria.

Per quanto paradossale possa sembrare, anche le varie teorie che negavano la verità oggettiva o la possibilità di conoscerla, come lo scetticismo, il relativismo, l’agnosticismo, erano avanzate in nome della verità. Sono stati scritti lunghi libri per dimostrare che la negazione della verità era inconfutabile dal punto di vista della verità. Nessuno ha esitato a riconoscere la verità come giudice supremo, nonostante la tesi proposta negasse la verità oggettiva. Negando la verità, l’uomo si appellava implicitamente alla verità.

Più avanti parleremo di questa palese contraddizione; qui basta affermare che ogni teoria, ideologia, filosofia di vita, è stata professata all'insegna della verità e che la serietà della questione se qualcosa fosse vero o no, è sempre stata riconosciuta e rispettata.

Fu l’improbabile privilegio del comunismo e del nazismo a detronizzare la verità per la prima volta, mostrando una totale indifferenza verso la questione se qualcosa fosse vero o no, e sostituendo questa domanda con misure soggettive, come la mentalità proletaria nel primo e i sentimenti della razza nordica nel secondo. La rivolta contro lo spirito che si respirava nel nazismo testimonia questa scomunica della verità da tutti i campi della vita. La conformità ai sentimenti della razza nordica o del popolo tedesco riposiziona ogni standard oggettivo di verità, bontà, bellezza e diritto.

Nel 1933 il ministro dell’istruzione bavarese, il signor Schemm, dichiarò solennemente davanti ai professori riuniti dell’Università: “Da questo giorno in poi non dovrete più esaminare se qualcosa è vero o no, ma esclusivamente se corrisponde o no all’ideologia nazista”.

Il culmine di questa spoliazione del ruolo di giudice supremo della verità si trova nel paragrafo 24 del primo programma ufficiale del partito nazista, che afferma che il cristianesimo deve essere accettato nella misura in cui è in accordo con il sentimento della razza nordica. Anche per quanto riguarda la sfera ultima da cui dipende il destino eterno dell’uomo, la questione della verità delle sue affermazioni ha perso la sua importanza. In passato, i martiri sono morti per testimoniare la verità del cristianesimo. Molto sangue è stato versato in guerre combattute in nome della verità religiosa. Gli eretici hanno sempre sostenuto di professare l’unica vera religione. Gli atei di un tempo prendevano molto sul serio la questione della verità dell’esistenza di Dio, e tutti erano d'accordo che la verità da sola doveva determinare il credo religioso dell’uomo. Tutte le loro argomentazioni contro l’esistenza di Dio avevano la funzione di difendere la verità. Qualunque fossero le loro vere motivazioni, accettavano la necessità di appellarsi alla verità come giudice supremo e presupposto indiscusso per ogni discussione. Far dipendere la questione se si debba accettare o rifiutare una religione dalla conformità al sentimento della razza nordica — cioè da uno standard completamente contingente e soggettivo — è una specie di relativismo, inaudito in tutta la storia umana.

Lo stesso vale per il bolscevismo o il comunismo. Ogni proposizione pronunciata dalla propaganda sovietica ha il carattere di un puro slogan, di un’arma di propaganda; il significato delle parole è stato sostituito con l'effetto emotivo che esse creano nella mente del pubblico. Per esempio, quando Molotov parla di “democrazia di tipo orientale”, è ovvio che ciò che intende è l’esatto contrario della democrazia; o quando i sovietici manifestano indignazione per la mancanza di libertà nella Spagna di Franco, ignorano il fatto che, rispetto alla loro mancanza di libertà, si tratta di una quantité négotiable.

Il sintomo più drastico della detronizzazione della verità, tuttavia, è il modo in cui le opinioni contraddittorie vengono accettate nella sottomissione al comando del Politbureau. Prima del 1938, la Germania nazista si caratterizzava come un aggressore arrogante e criminale; dal 1939 al 1941 lo Stato fu ingiustamente attaccato dalle feroci nazioni plutocratiche. Il fatto che uno Stato cambi il suo atteggiamento nei confronti di un altro non è certo sorprendente: è piuttosto un fatto molto comune in politica. Ma è un fatto molto insolito e sorprendente che non si faccia alcuno sforzo per spiegare come un giudizio su un sistema e un'ideologia venga sostituito da un giudizio opposto. Il fatto che questa conversione avvenga senza alcuna tentazione di giustificarla, rivela una totale indifferenza verso la questione della verità e la cinica detronizzazione della verità. La verità è stata definitivamente sostituita da un espediente.

Arrogando a se stesso il ruolo della Provvidenza, lo Stato affronta la verità come se fosse il risultato di una decisione positiva e autorevole. Il fatto che lo faccia senza alcuna pretesa di capacità divina rende ancora più ovvio il detronizzare la verità. La questione della verità è “svalutata” a tal punto che non sembra necessaria alcuna spiegazione per la difesa della validità delle affermazioni contrarie. Il fatto che siano pronunciate dallo Stato è sufficiente.

L'indifferenza verso la questione della verità di una cosa è ovviamente uno dei sintomi peggiori della perversione e della desostanzializzazione della mente umana. È, naturalmente, impossibile eliminare la verità in modo semplice. Nel porre la domanda se una cosa è in accordo con la mentalità proletaria, si suppone che la risposta a questa domanda debba essere o vera o falsa. Tuttavia, il pericolo di tentare di sostituire la verità con altre misure, e la mancanza di rispetto per la dignità ultima della verità, non possono essere denunciati con sufficiente forza.

Il ruolo della verità nella vita umana è così predominante e decisivo, l'interesse per la questione se una cosa sia vera o meno è così indispensabile in tutti i campi della vita umana, dalle più umili questioni quotidiane alle più alte sfere spirituali, che la detronizzazione della verità comporta la decomposizione della vita stessa dell'uomo. La mancanza di rispetto per la verità, non è semplicemente una tesi teoretica, ma un atteggiamento vissuto, distrugge palesemente ogni morale, anche ogni ragionevolezza e ogni vita comunitaria. Tutte le norme oggettive sono dissolte da questo atteggiamento di indifferenza verso la verità; così come la possibilità di risolvere oggettivamente qualsiasi discussione o controversia; la pace tra individui o nazioni e ogni fiducia nelle altre persone sono altrettanto impossibili. La base Stessa di una vita veramente umana è sovvertita. Esiste un legame intimo tra la detronizzazione della verità e il terrorismo. Non appena l’uomo non si riferisce più alla verità come al giudice supremo in tutte le sfere della vita, la forza brutale sostituisce necessariamente il diritto, l'oppressione e il condizionamento meccanico, sfacciato, sostituiscono la convinzione, la paura soppianta la fiducia. Infatti, detronizzare la verità significa separare la persona umana dalla base stessa della sua esistenza spirituale; è l’ateismo più radicale, pratico e quindi profondamente legato alla spersonalizzazione dell’uomo, l’anti-personalismo che è la caratteristica del comunismo e di tutti i diversi tipi di totalitarismo. Un abisso separa questa scomposizione della vita umana e della persona umana dall’atteggiamento espresso nelle parole di sant'Agostino: “Verità, Verità!”, e me ne intronavano le orecchie, ma non ce n’era briciola in essi...”. (Agostino, Le confessioni, III, 6)

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Sebbene la detronizzazione della verità si manifesti nel modo più drastico e radicale nel nazismo e nel bolscevismo, purtroppo molti sintomi di questa malattia dello spirito sono presenti anche nei paesi democratici.

Nelle discussioni si sente talvolta la seguente argomentazione: “Perché la sua opinione dovrebbe essere più valida della mia? Siamo uguali e abbiamo gli stessi diritti. Non è democratico fingere che la tua opinione sia preferibile”. Questo atteggiamento è estremamente significativo, perché riafferma la totale assenza della nozione di verità, la tacita eliminazione della verità come norma per il valore di un'opinione.

Ignorando il fatto che l'essenza stessa di ogni opinione implica una tesi che afferma o nega qualche fatto, tali persone trattano le opinioni come se fossero meri atteggiamenti di un soggetto, come un umore soggettivo. Il tema immanente di ogni opinione è la verità; l'unica cosa che conta in questo caso è se è o meno in rapporto con la realtà. La questione di chi propone un'opinione, al contrario, non ha, in quanto tale, alcuna importanza per la sua validità. Dobbiamo renderci conto che questo argomento non deve essere interpretato come se significasse: la vostra opinione non ha più possibilità di colpire la verità della mia. Un'argomentazione del genere non ignorerebbe la verità né la eliminerebbe tacitamente. Al contrario, pretende di supporre l’esistenza di una verità oggettiva, se non altro negando che il nostro avversario abbia una maggiore capacità di trovare la verità. Ovviamente, questo argomento potrebbe avere senso solo se il nostro avversario, nel proporre un'opinione, ne rivendicasse l'accettazione perché egli l’ha proposta; o, in altre parole, perché la sua autorità dovrebbe garantire la verità della sua opinione. Senza sollevare qui la questione se tale affermazione possa essere giustificata o meno, non c'è dubbio che l'eguaglianza della capacità intellettuale di cogliere la verità non può essere dedotta correttamente dall’eguaglianza ontologica degli uomini o dall’eguaglianza dei loro diritti come uomini.

Tuttavia, questo argomento non è generalmente inteso come una smentita della pretesa di un avversario di una maggiore sensibilità per la ricerca della verità, ma come una richiesta per l’eguale valore o validità di entrambe le opinioni. Così, semplicemente, si ignora ìl fatto che la validità o il valore di un’opinione dipende esclusivamente dalla sua conformità alla realtà, cioè non si chiede più se un’affermazione sia vera o falsa. Questo argomento tratta di un’opinione come se il suo valore dipendesse esclusivamente da chi la esprime. Questo tipo moderno di uomo, quindi, non esamina le argomentazioni dell’avversario, non si interessa alla correttezza delle sue conclusioni, all'evidenza delle sue premesse, ma si allontana completamente dal fatto che l'opinione conferma o nega, si limita a proclamare: “La mia opinione è buona come la tua, perché siamo tutti uguali”. Mentre nei sistemi totalitari la vera funzione di una proposizione - quella cioè di affermare la verità - è stata sostituita dal carattere meramente strumentale di essere un’arma destinata a creare un certo effetto nella mente e nell’anima del pubblico, un mezzo di propaganda, nei Paesi democratici c'è la tendenza a considerare un'opinione come una mera espressione della mente di un individuo. In entrambi i casi viene ignorata ed eliminata la funzione essenziale di qualsiasi proposizione e opinione che pretenda di essere conforme all’essere.

L'argomentazione: “La mia opinione è buona come la tua” non implica il tacito presupposto: “Siamo entrampi incapaci di trovare la verità, o almeno non possiamo sapere se siamo in grado di farlo, e quindi entrambe le nostre opinioni sono sbagliate o dubbie”. Ciò implica piuttosto che entrambe le opinioni sono ugualmente buone, valide, anche se contrariamente opposte l’una all'altra. E questo ci porta a un altro slogan che rivela la detronizzazione della verità. È più volte ripetuto “È vero per me, ma potrebbe non essere vero per te”. La verità di una proposizione è essenzialmente oggettiva; una verità che come tale sarebbe valida per una sola persona è una contradictio in adiecto. Una proposizione è vera o falsa, ma non può mai essere vera per una persona e falsa per un’altra. L’affermazione che una certa azione è moralmente buona può essere vera o falsa; ma se è vera, non potrà mai essere falsa per nessun'altra persona. Il suffisso “per”, che implica una relazione con un individuo, è essenzialmente escluso nella verità. Anche se il contenuto di una proposta si riferisce solo a un individuo, non è corretto dire che è “vero solo per lui”. Se Paul dice: “Sono arrivato venerdì alla stazione di Pennsylvania di New York”, la verità della proposizione non implica alcuna relazione con una singola persona, e se è vera, è vera per tutti. Il fatto che solo Paul sia arrivato venerdì alla stazione di Pennsylvania e non Harry, non riduce in alcun modo la verità dell’arrivo di Paul a qualcosa di valido solo per lui. L'arrivo vale solo per Paul e non per Harry, ma il fatto che Paul sia arrivato è una realtà, e quindi la verità dell’affermazione “Paul è arrivato” non è in alcun modo relativa a lui. Se un uomo sostenesse che “le arance non sono salutari” perché allergico ad esse, la sua tesi sarebbe falsa e non “vera per lui”. Al contrario, “le arance non sono salutari per me" sarebbe un’affermazione vera: non solo vera per lui, ma vera in sé.

Riassumendo, possiamo dire: una proposizione, un'opinione, una tesi, non può mai essere vera per una persona; se è conforme alla realtà, è vera in quanto tale, ed esclude qualsiasi “per”.

Quando si tratta di una relazione con una persona, il “per” deve essere nel contenuto della proposizione, come parte della realtà affermata, come, per esempio, “Le arance non sono salutari per Paolo”, o “Questo lavoro è troppo per Pietro”. Se, al contrario, qualcuno omettesse di menzionare la relazione con se stesso, o con qualsiasi altra persona, nel contesto dello stato di fatto affermato, e dicesse “Le arance non sono salutari” solo perché è allergico ad esse, la sua affermazione sarebbe decisamente falsa e in nessun modo vera “per lui”.

Certamente una persona può dire: “A me sembra che sia vero”. Ma dicendo così non si riferisce in alcun modo a una verità che vale solo per lui. Nel dire: “A me sembra vero”, vuole o affermare che secondo la sua convinzione è vero, o che la sua verità non è ancora accertata. Quando l’accento è posto su “sembra” e non su "a me”, si impone una restrizione alla nostra affermazione: invece di dire che è così, diciamo che è solo apparenza. Il “sembra” implica necessariamente una relazione con qualcuno, cioè con la mente di una persona. Ma ovviamente la restrizione della mia conoscenza o della mia convinzione riguardo alla verità di una proposizione che “a me sembra” esprime, non implica il suo essere “vero per me”. Il fatto che non sia assolutamente certo che qualcosa sia vero o meno non influisce in alcun modo sul carattere della verità in quanto tale. Se è vero, non è vero solo per me, ma è vero in sé. Tuttavia, per il momento posso solo dire: “A me sembra vero”, il che equivale a “Probabilmente è vero”.

Se l'accento è posto su “a me”, se, per esempio, qualcuno si oppone all’opinione di un altro dicendo: “A me questo non sembra vero”, la nozione di verità nella sua integrità è ugualmente presupposta. Questa affermazione equivale alla proposizione “Io credo che questo sia vero”. Naturalmente il soggetto è necessariamente coinvolto, non appena è in gioco la questione di considerare una cosa vera o falsa.

È sempre una persona che considera una cosa vera o falsa; la verità attribuita a un'affermazione da una persona ma non da un’altra, tuttavia, non è mai la verità per qualcuno. La relatività implicita nello stato mentale: “A me sembra vero”, in realtà non è altro che l'espressione del fatto che ritengo qualcosa di vero o falso. Certo, io lo ritengo vero o falso, ma per verità o falsità che attribuisco a una cosa intendo una verità o una falsità in sé. Se una proposizione non corrisponde alla realtà, è falsa, indipendentemente dal fatto che sia ritenuta vera o meno da una sola persona o da molte. Possiamo così vedere chiaramente che l’affermazione: “A me sembra vero”, differisce essenzialmente dall’affermazione: “Questo è vero per me”. La prima è l'espressione corretta di una convinzione sulla verità dj una proposizione; la seconda è una contradictio in adiecto senza senso. La prima non detronizza e non destruttura ìn alcun modo la verità; la seconda è un tipico sintomo di compromissione della nozione di verità, una totale ìndifferenza nei confronti della questione se una cosa sia vera o meno.

Così lo slogan “Questo è vero per me” rivela un radicale disinteresse per la questione della verità, una completa incomprensione della natura della verità, una detronizzazione della verità come giudice di qualsiasi tesi, opinione o teoria.

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Ci sono ancora altri sintomi della detronizzazione della verità. A volte sembra che per molte persone la nozione di progresso assuma una funzione analoga a quella della razza nordica nel nazismo e della mentalità proletaria nel comunismo.

Per queste persone le due alternative, progressista e reazionaria, hanno sostituito le alternative del bene e del male. L’interesse per la progressività di una cosa ha assorbito l’interesse per la questione della sua verità. Il significato del termine “progressista” è tanto vago, vuoto e accidentale quanto il significato del “sentimento della razza nordica” o della “mentalità proletaria”.

Il fatto che qualcosa corrisponda alla mentalità della nostra epoca non è più decisivo per la sua verità o il suo valore del fatto che corrisponda alla mentalità di tempi precedenti. Il concetto di progresso implica certamente a volte la nozione di miglioramento, come quando si parla di progresso morale o di progresso nella conoscenza, di progresso nel recupero della salute, e così via. Ma parliamo anche del progresso di una malattia, di una decomposizione o di un’inimicizia. Il progresso in quanto tale significa solo uno stadio più sviluppato di un’evoluzione, un’intensificazione, senza indicare se è un bene o un male che si sta sviluppando.

Fare della progressività la fonte di una consapevole superiorità, e la misura ultima per l’accettazione o il rifiuto di una cosa, è quindi un ulteriore sintomo di detronizzazione della verità. Fare del seguire la corrente, dell’aggiornarsi, un feticcio, è legato a un soggettivismo che sostituisce la conformità di una teoria, di una tesi, o di una proposta alla realtà, con una conformità allo “spirito” di una certa epoca. L’‘’oggettività” che una teoria possiede perché viene alla persona dall’esterno senza avere una realtà interpersonale, invece di essere solo la sua opinione o di avere origine nella sua mente, si confonde con la vera oggettività che deriva dalla conformità con l'essere.

La realtà storica posseduta dalle idee “nell’aria” sostituisce l'autentica realtà metafisica di una cosa, così come la validità e la verità oggettiva di queste idee. L'ubriacatura sperimentata nel seguire la corrente di una certa epoca, di essere sostenuti dall’opinione pubblica, di condividere una nuova, inaudita evoluzione, ha sostituito il sobrio e nobile interesse per la verità, il rispetto per la verità come giudice ultimo di ogni teoria di ogni opinione e tesi. 

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Infine, un sintomo caratteristico della detronizzazione della verità è il ragionamento con il quale vengono spesso confutate ideologie feroci e insulse teorie. Invece di dimostrare la falsità del materialismo, del razzismo, del collettivismo, alcuni propongono spesso il seguente argomento come il più conclusivo: “Queste ideologie non sono conformi alla tradizione del nostro paese”. Nella stampa svizzera si può trovare: “Il nazismo e il comunismo non sono conformi alla tradizione svizzera”. In Francia: “È contro il genio della Francia”; negli Stati Uniti: “È incompatibile con lo stile di vita americano”. Non è allarmante che anche quando ci troviamo di fronte a queste visioni infernali, a queste false ideologie, possiamo rintracciare la detronizzazione della verità sulla bocca stessa dei difensori della dignità della persona e del libero dominio? Qui si tradisce una profonda insicurezza intellettuale: la sensazione di essere più al riparo e di stare su un terreno più solido quando ci si appella a un fattore così completamente contingente come uno “stile di vita” nazionale, piuttosto che quando ci si appella alla verità e ai valori oggettivi.

Certamente, non è la loro incompatibilità con una tradizione nazionale che rende questi sistemi di governo e la loro filosofia detestabili per molte persone che sostengono questo modo di pensare. Il loro orrore può essere una valida risposta al disvalore oggettivo di questi sistemi e alla falsità della loro filosofia. Ciò che è così spaventoso è il fatto che non appena vogliono pronunciare l'argomento più decisivo e rigoroso, il più “oggettivo”, ricorrono a un appello che, in quanto tale, non prova in alcun modo il valore o il disvalore di un sistema politico, o la verità o la falsità della sua filosofia La detronizzazione della verità qui assume meno il carattere di una mancanza di rispetto per la verità, di un’ignoranza radicale della questione della verità, che il carattere di una sfiducia verso la questione della verità, di un’eliminazione di questa domanda. Qualsiasi ricorso alla verità è trattato come inefficace. Da un lato, a causa di un'insicurezza intellettuale di fondo, gli uomini non osano più fare appello alla verità; dall’altro, essi credono che l’uso di una misura completamente soggettiva sia un'arma più potente e conclusiva, un'arma più solida contro questi errori.

Se questi argomenti fossero espressi rispetto a cose che hanno il carattere di una mera espressione dell’individualità nazionale, come certi costumi o abitudini culturali, potrebbero essere corretti e certamente non sarebbero in alcun modo allarmanti. Riguardo, per esempio, alle differenze tra le forme di governo, come tra monarchia e repubblica (che secondo la dottrina della Santa Chiesa sono altrettanto buone), un tale argomento sarebbe assolutamente corretto. La monarchia, che risponde alla tradizione e allo stile di vita dell’Inghilterra, è la giusta forma di governo per il popolo inglese; mentre la monarchia non sarebbe d'accordo con le tradizioni e lo stile di vita della Svizzera e degli Stati Uniti e sarebbe quindi fuori luogo. Ma non appena sono in gioco differenze che implicano questioni morali o ideologie, tale ragionamento manifesta chiaramente la detronizzazione della verità. (continua)



domenica 17 marzo 2024

Sermoni sulla Messa di fra Girolamo Savonarola (sermone undecimo sulla prima lettera di Giovanni)

SERMONE UNDECIMO

Nel quale ancora si tratta della Messa e misterii suoi, e della contemplazione e orazione in essa.

Desiderando eccitar le vostre carità, fratelli dilettissimi, alla reverenza e devozione del sacratissimo mistero della celebrazione della messa, ho cominciato a manifestarvi i segreti, che in quelle cose si trattano, e si contengono nella messa. Ma perchè ogni tempo è breve a così profondi misteri, ho promesso volervi solamente manifestar quelli che sono significati per quelli atti che si possono veder dal popolo, lasciati quelli che sono più segreti al sacerdote; nondimeno questi furono ancora tanti che non gli abbiamo potuti espedir nel precedente sermone; però acciocchè quelle cose che restano a dire si congiungano, replichiamo brevemente le cose che abbiam dette, perchè così il sermon seguente si continuerà col precedente, e ridarremo a memoria alle menti vostre, se per caso o per negligenza o per troppa occupazion delle faccende vostre alcuna cosa vi fosse caduta della mente. 


Abbiamo adunque detto che la umana natura involta nei peccati è significata per la confessione del sacerdote, e il desiderio grande de’ santi padri per il quale desideravano la redenzione della umana generazione è significato per I’ introito; il grido loro alla santa Trinità per il Kyrie eleison ; l’avvenimento di Cristo abbiam detto significarsi per Gloria in excelsis Deo; dicemmo ancora, che allora sperando la umana natura poter impetrar qualche cosa, ora a Dio padre per Gesù Cristo; e la predicazione di san Giovanni Battista esser significata per la epistola; la penitenza che predicava il detto san Giovanni per il graduale, il gaudio dell’ apparizion di Cristo per alleluia; l’operazion della carità o della fede per il versicolo; la predicazion di Cristo per l’evangelio; la conversione finalmente del popolo e la fede degli apostoli dicemmo esser significata per il Credo, e in questo luogo abbiam lasciato il parlare imperfetto. 

Se adunque vi ricordate la division della messa per noi fatta, non abbiamo ancora espedita la prima parte di essa, la qual si estendeva fino al canone, nella quale ancora si contengono l'offertorio, l’oblazione , il lavar delle mani, la orazion segreta e la prefazione. Quello adunque che significhino queste cose or lo dichiareremo alle vostre carità se a noi porgete devotamente l’orecchie.

Cominciamo adunque. L’evangelio sacro manifestamente dimostra, che predicando Cristo e facendo cose mirabili, tutta la Giudea lo seguitava e glorificava le opere sue. Al che vedendo i farisei, scribi e sacerdoti, concitati a invidia lo perseguitavano e gli apparecchiavano insidie per ammazzarlo. Massimamente furono concitati a quel tempo quando resuscitò Lazzaro quatriduano, attestando l’evangelio, dove dice: dipoi la resuscitazion di Lazzaro, fecero concilio i pontefici e farisei, e dicevano: che faremo noi, perchè quest'uomo fa molti segni? Se lo lasciamo così, tutti crederanno in lui. E molto più, fatto questo concilio, furono concitati ad eseguire lo scellerato concilio, quando Gesù sedendo sopra l’asina e poledro venne gloriosamente in lerusalem. Onde ancora dicevano: Vedete che non facciam nulla, e tutto il mondo gli va dietro. Onde Gesù dopo la resurrezione di Lazzaro non andava più in palese, come dice san Giovanni evangelista, perchè i Giudei avevano dato il comandamento che lo prendessero; e Gesù dopo questo, essendo prossima la pasqua, ascese in Ierusalem sedendo sopra l’asina e il suo poledro, esclamando quelli che andavano avanti e quelli che lo seguitavano: osanna al figliuolo di David, benedetto quello che è venuto nel nome del Signore; osanna negli eccelsi; e dopo questo cominciò la sua memoranda passione. 

Il sacerdote adunque cantato il Credo (che significa la conversione e fede degli apostoli e dei popoli che seguitavano Cristo), perchè i farisei cominciarono grandemente a perseguitar Cristo, ed era prossimo il giorno della passione, significando questo si volta al popolo dicendo: Il Signore con voi; come se dicesse: il Signore sia con esso voi per solida e ferma fede, che non vi spaventiate nelle passioni, ma patiate insieme con Cristo, secondo quel detto: avendo Cristo per noi patito in carne, armatevi ancor voi col medesimo pensiero. 

Risponde adunque il popolo: E con lo spirito to, cioè ed ancor tu sii armato della medesima cogitazione. E aggiunge il sacerdote: Oremus, come se dicesse preghiamo che non manchiamo; perchè ogni donazione ottima e ogni dono perfetto è di sopra, discendendo dal padre dei lumi, dice san Giacomo. 

E allora legge l’offertorio quasi in silenzio, qual meglior appare nella messa grande, nella quale il sacerdote lo dice solo nè lo canta, come canta le altre orazioni; e questo significa che Cristo allora non andava palesemente, ma già cominciava ad oferirsi in ostia a Dio padre. 

Imperò il sacerdote offerisce il calice preparato, pregando la santa Trinità che riceva quel sacrificio per la salute di tutti gli uomini, significando in questo il desiderio di Cristo, per il quale desiderava offerire sè stesso per la salute di tutti, secondo quel detto suo: Con desiderio ho desiderato mangiar questa pasqua con voi (Luc. 22). 

Dappoi il sacerdote lava le mani per le cose sante che lui dee trattare, significando questa ostia esser immaculata e quelli che vengono insieme ad offerirla dover essere immaculati, dicendo il Signore per il profeta: Andando nella via immaculata questo mi ministrava (Psal. 100). 

Dopo questo il sacerdote venendo al mezzo dell’altare s'inchina mostrando la sua indegnità; perchè certamente egli é indegno di trattar tanto sacramento, e però si converte al popolo pregando che preghino insieme con lui che ei faccia il sacrificio accetto. 

E comincia a pregare segretamente, in tutto queste cose dimostrando, come il Signore si ascondeva fino al tempo prefinito. Allora adunque tu leva la mente tua col sacerdote, pregando che questo sacrificio sia accetto a Dio in tua salute e di tutti i tuoi. 

Ed in fine delle orazioni il sacerdote leva la voce dicendo: Per tutti i secoli dei secoli, significando come Cristo con gloria e laudi ascese sopra l'asina ed il suo poledro. E allora debbi udire, e render grazie a Dio quasi con lui ascendendo in lerusalem, e laudar tu la Trinità; e quando si dice: Benedetto quello ch'è venuto nel nome del Signore, metti il segno della croce nel petto tuo ricordandoti che Cristo ascendeva al monte Calvario portando la croce, e ascendi con lui dicendo insieme con Paolo apostolo: Sia discosto da me di gloriarmi se non nella croce del Signor nostro Gesù Cristo, per il quale il mondo m'è crocifisso e io al mondo; e quivi terminammo la prima parte della messa che vi abbiamo proposto.

Mettendo mano adunque alla seconda parte, così cominciamo. La seconda parte della messa, la qual è dal canone fino al lavar delle mani, quanto a quelle cose che si possono contemplare dal popolo e essergli manifeste, contiene la orazione avanti che si levi il corpo di Cristo, e dappoi la elevazione, e dopo questa la segreta orazione, e dappoi si dee cantare in alta voce l’orazione domenicale; poi contiene la frazione dell’ostia, e il pax domini; dappoi contiene Agnus Dei; item la comunione, e la lavazione. Ma perchè i misteri che sono nel canone, non si devono dichiarar al popolo bisogna in questo luogo insegnare che cosa e come il popolo debba orare, mentre si dice il canone. Imperò questa seconda parte chiamiamo orazione. 

È adunque da sapere che Cristo prima che fosse levato in croce patì in molti modi ed essendo in croce disse sette parole, dipoi morì e fu sepolto, discese agli inferni, e resuscitò, e apparve alle donne ed ai discepoli; e per questa resurrezione vivificati, secondo quel detto dell'apostolo che dice: Per il che lo spirito di quello che ha suscitato Gesù da’ morti abita in voi quello che ha suscitato Cristo da’ morti, vivificherà ancora i mortali corpi vostri per lo spirito di quello che abita in voi (Rom. 8.1). 

Quando adunque il sacerdote comincia il canone, e tu farai un sacchetto di diversi ramuscelli di mirra, aloe e casia e di altre erbe e di amaro sapore e che rendono soave odore: e quelle spargendolo di acqua metti sopra il foco, e levalo avanti il Signore ponendovi sopra tutta la polvere della terra. Ma che cosa è questa che vuoi ch’io faccia? Attendi se ti piace. Raccogli nella memoria diverse passioni di Cristo, come dice la sposa: Un fascetto di mirra il mio diletto a me, riposerà tra le mie mammelle, cioè intra la memoria mia e intelligenza; e supponegli il foco della carità, eccita il fervore vedendo il sangue di Cristo che corre in terra per amor tuo, perchè se allora tu penserai le sue passioni, tu ti accenderai grandemente in fervore: Nella meditazion mia, dice il Salmista, arderò il fuoco, perchè le sue lampade sono lampade di fuoco e di fiamme (Psal. 38. 1); e bagna le piaghe di quello con le tue lagrime, le quali procedano dalla pietà della passione mentre gli hai compassione, e da l’amaritudine così de’ tuoi peccati come dei peccati degli altri, che le tue lagrime ti siano ogni giorno pane di dì e di notte. 

Item metti sopra il fascetto la polvere della terra, cioè tutti i peccati del mondo, primamente i tuoi, e poi quelli degli altri, perchè allora il sacerdote prega per tutti, sì come offerisce per tutti; imperocchè prima prega per la pace e conservazion della Chiesa, per il Papa, per il Vescovo, per l'Imperatore e per tutti i fedeli, e specialmente poi per gli amici e per i circostanti, perciocchè dobbiamo pregar tutti, come abbiam detto disopra, dicendo l’Apostolo: Pregovi adunque avanti ogni altra cosa che si facciano preghi, orazioni e dimande con referire grazie per tutti gli uomini, per i re e tutti quelli che sono in dignità, acciocchè facciano tranquilla e quieta vita con ogni pietà e onestà. 

È questo contra alcuni ignoranti e semplici che dicono: ditemi questa messa tutta per me, quasi che niun altro ne debba esser partecipe, e già è venuto l'uso che vogliono comprar le messe. Pregovi adunque, fratelli, che diate le vostre elemosine gratis, e pregate i sacerdoti che vi facciano partecipi di quel sacrificio, ovvero che lo debbano applicar a voi secondo che parerà giusto appresso la divina giustizia, e non vogliate ogni giorno dimandar messe votive, e confondere l’ordine della chiesa, perchè la chiesa ha ordinato una volta che si debba udir la messa che corre da tutti così per i vivi come per i morti.

E però offerite a Dio queste cose, ovvero poste sopra il fascetto, cioè nelle viscere del Signor Gesù Cristo, invocate col sacerdote l’aiuto di tutti i santi, perchè il sacerdote fa questo. E sono tre cose specialmente di che dovete pregar il Signore. Primamente che disponga i giorni nostri nella sua pace. Secondo che ei ne cavi dalla eterna dannazione. Terzo che si degni di numerarci tra i santi ed eletti suoi e che siam benedetti da lui e scritti nel libro della vita, e sia rato e fermo quel che ne ha promesso, e allora leva il fascetto avanti il Signore col sacerdote, il quale fatta la consacrazione del corpo di Cristo, leva quello avanti il Signore per tutti i vivi, e finalmente leva il calice col sangue; e significa la elevazione di Cristo in croce; e reverentemente quello elevando, dirai: Signor Dio delle virtù, esaudisci l’orazion mia, apprendi con l’orecchie Dio di Iacob. E se per ventura il Signore ti dirà nel cor tuo: tu se indegno di essere esaudito, soggiungi dicendo: risguarda, protettor nostro Dio, guarda dico qual sacrificio è questo. Or è questo l’agnello della legge immaculato? Or è questo il vitello o il montone offerto per i nostri peccati? Non è questo il tuo figliuolo diletto? Guarda che piaghe lui ha, e che passione lui ha portato per noi. Guarda che carità lui ha avuto verso di noi, e riguarda in faccia del Cristo tuo, risguarda nella sua umanità. Veramente, padre santo, non ne puoi negar il perdono, veramente lui ha portato le nostre infermità, e ha portato i nostri dolori. 

E deposto il calice, il sacerdote si escusa di tanta presunzione dicendo, che questo ha fatto per comandamento di Cristo, perchè lui dice così: fate queste cose in mia commemorazione. Le quali parole tolte da san Luca evangelista e dall'apostolo Paolo, la chiesa, non mutato il senso, varia alquanto nel canone dicendo: Ogni volta che farete questo, lo farete in mia commemorazione. 

E di nuovo il sacerdote prega il Signore che questo sacrificio nostro gli sia accetto, come il sacrificio del giusto Abel e del patriarca Abraam e del sommo sacerdote Melchisedech; cioè che la fede nostra sia accetta in quel modo che fu la fede di Abel, di Abraam e di Melchisedech; e inchinasi come dimostrando al tutto esser indegno; prega che tutti quelli che sono partecipi di questo sacrificio siano ripieni di ogni benedizione celeste e di grazia. E perchè la passion di Cristo è fatta per i vivi e per i morti, imperò subito prega per tutti i morti ; dipoi prega ancora per noi e per tutti i peccatori che si degni di accompagnare con i santi apostoli e martiri nella beata vita. 

E per avventura è buono contemplare che dopo la elevazione quando si dipone il corpo di Cristo, è significata la deposizion sua della croce, e la consumazione ovvero l’adempiezione della passione per la quale abbiamo ardire di pregar allora il padre in alta voce, e con gran fiducia dimandar e impetrar ogni cosa. 

Onde il sacerdote soggiunge in alta voce: Facciamo orazioni. Ammoniti da salutari comandamenti e formati da divina instituzione, abbiamo ardimento di dire: Padre nostro, e quel che segue; e abbiamo ardire chiamare il Signore padre nostro, imperocchè per questa passione siamo fatti figliuoli di Dio, rendendo testimonio in questo lo Spirito Santo. Onde dice l’Apostolo: Esso spirito rende testimonio allo spirito nostro che noi siamo figliuoli di Dio; e se siamo figliuoli, siamo ancora eredi, eredi certamente di Dio e coeredi di Cristo (Rom. 8). 

Vi preghiamo adunque primamente che ’l suo nome sia onorato per la passione di Cristo, e sia santificato e amato; dipoi arditamente dimandiamo il regno dei cieli e le altre cose fino a questo, che liberi noi dal male. Allora ne libererà da ogni male, quando susciterà i corpi nostri mortali, e ascenderemo incontro a Cristo in aere, e così noi saremo sempre col Signore e canteremo contra la morte questa parabola: Dov'è, o morte, la tua vittoria ? Dov'è, o morte, il tuo stimolo? E similmente canteremo contro il re di Babilonia, cioè il diavolo e tutti i suoi membri che perseguitano i santi, e diremo: Cristo è stato la tua morte, o morte, e fu il tuo morso, o inferno. Canteremo ancora: Come ha cessato l’esattore? Si è riposato il tributo? Ha spezzato il Signore il braccio degli empi, la verga di coloro che signoreggiano, che percuoteva i popoli nella ira con percussione insanabile, che signoreggiava nel furore alle genti. Quietossi, e riposossi tutta la terra. Ancora gli arbori si allegrarono di te, i cedri del Libano da quel tempo che hai dormito, non è asceso chi ne tagliasse. L'inferno disotto è spaventato per te nel riscontro del tuo avvenimento, ti ha suscitato contro i giganti. Tutti i principi della terra fece levar delle sedie loro, tutti i re delle genti. Tutti questi grideranno e ti diranno: ancora tu sei infermato come noi, e sei fatto simile a noi; è stata tirata all’ inferno la tua superbia, il suono de’ tuoi salterii. Sotto di te sarà steso il vermine, e copriranti i vermini. Come cadesti di cielo, Lucifero figliuolo dell'aurora! Sei cascato a terra tu che debilitavi le genti, che dicevi nel cor tuo: io salirò in cielo sopra le stelle di Dio, esalterò la sedia mia, e sederò nel monte delia chiesa nei lati dell’aquilone, salirò sopra l’altezza della nuvola, mi rassomiglierò all'Altissimo; nondimeno sarai tirato all'inferno nel profondo del lago; e quel che segue, come ivi si legge a pieno (Isa. 14). E allora staranno i giusti in gran costanza contra di loro che si erano angustiati e che aveano tolto le fatiche di quelli. Ma seguitiamo oramai l'altre cose.

Dopo questo il sacerdote piglia la patena nascosta sotto la palla ovver corporale nella messa che non si canta, perchè altramente si fa nella messa che si canta perchè il diacono la toglie di mano del suddiacono e la scopre e dalla al sacerdote. Questi adunque significano le donne ch’andarono al scpolcro, perchè prima la fede era nascosta; e posto il Signore nel sepolcro cominciarono a dimostrarsi i cuori larghi, ardenti di carità. 

Ed il sacerdote pigliando la patena si segna con quella col segno della croce, e significa Cristo che accettò di quelle donne la fede e la carità ch'è nella sua croce; onde ancora loro apparve. Dipoi scopre il calice; e significa l'angelo che levò la pietra dalla bocca del sepolcro resuscitato prima il Signore, e però si pone l’ostia sopra il calice, il che significa che Cristo è fuora del sepolcro e sopra la morte, perchè Cristo resuscitando da morte più non muore; la morte a quello non dominerà; e non solamente lui non muore, ma ancora darà ai suoi membri la vita immortale. 

Onde rappresenta ancora tutto il corpo mistico della chiesa; per il che si frange, acciocchè conosciamo esso Signore, come lo conobbero i discepoli nello spezzar del pane. Imperò si spezza in tre parti, le quali significano i tre stati della chiesa: imperocchè alcuni sono in gloria, alcuni nel purgatorio e alcuni nel presente secolo. I primi sono significati per la parte posta nel calice; perciocchè s’inebrieranno dalla grassezza le case tue, e del fiume della tua voluttà gli darai bevere, dice il Salmista (Psal. 38). E i secondi sono significati per l’altra particella, cioè per la metà della metà ch'era congiunta a quella particella che si mette nel calice, perchè se son sicuri della gloria, non hanno però ancora quella, ma sono fino al presente in lamenti. Ed i terzi per la terza parte, la qual da alcuni si mette sopra la patena, imperocchè fino a questo giorno vanno sopra la terra , e perchè lo stato presente e lo stato del purgatorio sono penali. Però queste due parti si mangiano, acciò per quelle siano significati coloro che ancora sono cruciati con pene. 

Per il che il nostro Ordine non incongruamente, come rimproverano alcuni ignoranti, tengono quelle due parti con la mano sinistra, e la terza particella ripongono con la man destra, perchè la destra significa la gloria, e la sinistra le pene e tribolazioni presenti; rettamente adunque ripone la parte dei gloriosi con la destra nel calice, e con la sinistra ritien due parti, per dimostrare che coloro che per quello sono significati sono ancora nelle pene o tribolazioni, che sono significati per la sinistra, secondo quel detto della sposa: La sinistra di quello sotto il capo mio, e la destra di quello mi abbraccerà (Cant. 8). Imperocchè tanti padri non averiano instituito questo senza ragione, nè per questo riprovano le altre consuetudini; ma diversi hanno diverse ragionevoli consuetudini: altramente la sposa di Cristo, non potria esser circondata dalla varietà come la induce il salmista. 

Fatto questo, il sacerdote annunzia la pace, perchè già fatta la resurrezione, certa cosa è che è fatta la pace con gli uomini appresso a Dio perchè esso è la nostra pace, il quale ha fatto, di ambedue uno (Ephe. 3). 

Certamente l’Agnus Dei significa il desiderio degli apostoli di veder Cristo resuscitato; del numero dei quali fu san Tommaso, del quale oggi celebriamo la solennità , perchè esso desiderava di vedere e dubitava. Onde gli apparve il Signore e mostrandogli le mani, i piedi e il costato, gli disse: Metti il tuo dito qui, e vedi le mie mani, accosta la tua mano e mettila nel mio lato, e non voler esser incredulo, ma fedele; al quale allora Tommaso toccò il lato, il che è significato per la pace, quale allora dà il sacerdote, per il che Cristo apparendo sempre diceva: La pace sia a voi. San Tommaso adunque confessò dicendo: Signor mio Dio mio. Ma grande allegrezza ne dà quello che dipoi soggiunge il Signore: Perchè tu mi hai veduto, Tommaso, tu hai creduto; ma beati quelli che non hanno veduto e hanno creduto.

Dipoi il sacerdote toglie il corpo e dipoi il sangue. Per l'assunzione del corpo è significato che col corpo resusciteremo, e per l’assunzion del sangue è significata la gloria dell'anima e la redenzione, perchè esso ne ha amati e ne ha lavati dai nostri peccati nel sangue suo. 

Dipoi si lava i diti e la bocca, non per che sia immondo per il fatto del corpo di Cristo, ma significando sè esser indegno di toccar quello. Onde non vuole che quello stia sempre appresso di lui, ma lavasi, conciosiaché lui sia indegno. Dopo queste cose si canta l’antifona, che si chiama post communionem , nella quale rendiam grazie al Salvatore di tanti beneficii; e il libro si porta al destro lato, perché alla fine del mondo, come abbiam detto, il Signore ritornerà ai Giudei; ed il sacerdote eccita il popolo con la sua salutazione ed orazione a render grazie de' passati beneficii ed a pregar per la gloria futura.

Dipoi di nuovo salutato il popolo dice nei giorni solenni: Ite missa est, che significa l’ascensione di Cristo, quando comandò ai suoi discepoli che andassero in lerosolima, e che di lì non si partissero, ma che aspettassero la promissione del Padre. 

E dipoi il sacerdote si volta quasi partendosi dal popolo, quello nondimeno rispondendo: grazie a Dio di tanta promissione; e nuovamente si volta benedicendo il suo popolo. La qual benedizione significa il mandar dello Spirito Santo negli apostoli, per il quale, ovvero dal quale, furono mandati a predicar la fede nell’universo mondo. 

Onde il sacerdote dice l'evangelio di san Giovanni dove si contien tutta la fede, e questa missione dura fino alla fine del mondo. Onde si legge in S. Marco: Ed essi andati predicarono in cadaun luogo, cooperando il Signore, confermando il parlare, seguitando i segni. 

Quando adunque il sacerdote dice: andate, la messa è finita; intendete che Cristo vi dica: andate in Ierusalem alla orazione e di virtù in virtù aspettando la promission del Padre. E quando ti dà la benedizione, inginocchiati, quasi accettando lo Spirito Santo, e quasi mandato da Dio che tu predichi agli altri come puoi, e annuncia ai prossimi tuoi i beneficii di Dio e traili con teco alla vita eterna. Imperocchè non è cosa che tanto piaccia a Dio quanto lo zelo delle anime, perciocchè esso è morto per questo zelo, e mandò gli Apostoli per tutto il mondo con questo zelo, onde san Giacomo dice: Fratelli miei, se alcuno di voi errerà nella verità e alcuno lo convertirà, sappia che quegli che farà convertire il peccatore dall’errore della via sua, farà salva l'anima dalla morte, e coprirà la moltitudine de’ peccati. Studiatevi adunque d’andar alla patria, e condur i compagni, dove il Signor Gesù mostrerà la gloria sua col Padre e Spirito Santo, regnando per infiniti secoli. Amen.



sabato 16 marzo 2024

Sermoni sulla Messa di fra Girolamo Savonarola (sermone decimo sulla prima lettera di Giovanni)

De’ misteri della Messa, dove si tratta ancora della composizione della mente, ovvero della orazione e contemplazione che si dee avere nella Messa.


Il sagratissimo e dolcissimo mistero della Messa, fratelli carissimi, è tanto venerabile e grande, che crediamo esservi presenti gli angeli quando essa si celebra. Ma perchè la troppa famigliarità partorisce fiducia e dispregio, per la frequente celebrazione di questo divino e venerando mistero, e per la poca divozione degli uomini, l’udito della messa è fatto agli uomini così famigliare, ch’hanno già preso fiducia d’entrare in sancta sanctorum, intantochè el dì d’oggi il mistero che è di venerazione eziam agli spiriti angelici, appresso agli uomini e ministri si esistima quasi di niun prezzo. Oh cecità! oh ignoranza! oh ingratitudine degli uomini! i quali magnificano le cose terrene e poco apprezzano le celesti, i quali onorano gli uomini e disprezzano Dio; i quali lasciano le cose eterne e abbracciano le temporali; i quali dispregiano l'oro e le perle celesti, e amano gli sterchi. 

Desiderendo adunque di eccitar le vostre carità alla divozione e riverenza di tanto mistero, lasciata da canto la sposizione dell’epistola di san Giovanni, faccio una digression grande; che io proposi di dichiarar tre cose; e di tre, due solamente abbiam potuto espedire, e la terza cominciassimo a toccarla, e la lasciassimo imperfetta. Con che intenzione dobbiamo andare alla messa, e con che composizion del corpo star vi dobbiamo, l’abbiam detto, e cominciando la terza parte abbiam dichiarato, che dovete udir la messa, quando con voce alta legge il sacerdote, e orare ovver contemplare con silenzio, quando si ora segretamente dal sacerdote. E perchè nel sermon precedente vi abbiam promesso di dichiararvi quel che orar e contemplar si debba, per dar occasione al sapiente di pervenire alla dolcezza di Cristo diciamo colla inspirazion di Dio quel che a noi parrà circa ciò. Dà la occasione al sapiente, dice Salamone nelle parabole, e gli si aggiungerà sapienza (Prov. 9). 

Pregovi adunque, fratelli, che siate attenti, e quelle cose ch’io dico le reponiate nei petti vostri per operarle al tempo suo, e insegnatele ai vostri figlioli. Queste cose, dice il Salmista, ha comandato Dio ai padri nostri, che le faccian note ai loro figliuoli, acciocchè l’altra generazione le conosca. I figliuoli che nasceranno e leveransi su, le narreranno ai loro figliuoli, acciocchè pongano la loro speranza in Dio e che non si dimentichino l’opere di Dio, e che cerchino i comandamenti suoi, acciocchè non sian fatti come i lor padri, generazion prava e esasperante (Psal. 77). Io spero nel Signore che se farete questo, avrete e il gaudio celeste nell’udito della messa, e vi pareranno tutte le messe brevi per la gran dolcezza. 

Ma per proceder senza confusione ne bisogna osservar due cose. Primamente che non dichiariamo quel che significhi ogni minima cosa nella messa, perchè si confonderebbe il vostro intelletto, e per questo non ne riportereste alcun frutto. Toccherò adunque le parti principali e al popolo più manifeste. Quelle più secrete e più minime le lascerò ai sacerdoti. Secondariamente per proceder con ordine distingueremo la messa in diverse parti: e parmi quanto al proposito nostro si aspetta; che dividiamo in tre parti principali, cioé: in contemplazione , orazione e azion di grazie.

La prima ne darà delettazione per la memoria delle cose delettabili passate: la seconda per la intelligenza delle cose presenti. La terza per la speranza delle cose future; perchè ogni delettazione procede da queste tre cose, o per il bene passato nella memoria presente, o dal bene presente nella intelligenza, o da quel che ha da venire nella speranza.
La prima è dalla confessione del sacerdote infino al canone.
La seconda dal canone fino al lavar delle mani: dopo dice l’introito, dopo questo Kyrie eleison e Gloria in excelsis, Dominus vobiscum, l’orazione, l'epistola, e alle volte la profezia avanti a quella, e il responsorio, e alleluja col versicolo, e va al sinistro corno dell’altare, e dice l’evangelio, Dominus vobiscum, l’offertorio, offerisce, lava le mani, s'inchina nel mezzo, prega segretamente, e dice ultimamente la prefazione. Acciocchè adunque intendiate che significhino queste cose nella messa che non si canta solennemente, bisogna un poco più altamente ripetere. 

Dio creò l'uomo da principio ad imagine e similitudine sua. E l’uomo essendo in onore, non lo intese, fu paragonato a' giumenti insipienti, e fu fatto simile a quelli; e perchè dal principio del peccato l’uomo era ancora superbo per la scienza, acciò si umiliasse, permise il Signore che cadesse in senso reprobo, sicché fusse fatto simile alle bestie e alle pietre, adorando le pietre e i legni, secondo quel detto del salmo: Siano fatti simili a quelli che li fanno, e tutti quelli che si confidano in essi. Esclamava adunque al medico dicendo: se io avessi la scienza, io osserverei i tuoi comandamenti, e così gloriavasi della potenza di osservar i comandamenti. Il Signore adunque gli diede la legge di Moisè, per la quale dimostrò l’uomo esser impotente senza la grazia di Dio; onde l’uomo avendo la scienza della legge non osservò la legge, anzi accrebbe il peccato. Venuto il comandamento, dice san Paolo, rivisse il peccato, e io son morto, ed è stato trovato il comandamento che era ordinato alla vita, questo essere alla morte (Psal. 48. 6). L'uomo adunque vedendo né per scienza, né per sue forze potersi liberar dal peccato, cominciò a conoscere la sua fragilità, dicendo: il volere è meco, ma io non trovo di operar bene, perchè io non faccio il bene che io voglio, ma faccio il male che io non voglio. Cominciò adunque fra sè medesimo a piangere, e pensare chi lo potria liberare da tanta miseria, dicendo: Misero io uomo chi mi libererà dal corpo di questa morte? Certamente non la scienza, non le forze, non la legge. Che cosa adunque? La grazia di Dio per Gesù Cristo Signor nostro. Cominciò adunque ad umiliarsi molto, e desiderare il medico con grandissimo desiderio, onde il profeta Isaia piangendo diceva: Dio volesse che tu rompessi i cieli e che discendessi; dalla tua faccia i monti si struggerebbono, come abbrucia il fuoco, le acque arderiano di fuoco, acciò il nome tuo fosse noto a' tuoi nemici, temeriano le genti dalla faccia tua (Isa. 64). Il medesimo ancora poco di sopra disse: Date la rugiada, cieli di sopra, e le nuvole piovino il giusto; aprisi la terra, e germogli il Salvatore, e nasca insieme la giustizia. Dal grandissimo desiderio adanque cominciarono i profeti a levar le voci al cielo e chiamar il Salvatore. Onde finalmente dopo lo spazio di molti anni, già umiliatasi e prostrata la umana natura, desiderando e clamando molti santi nomini, quando venne la pienitudine del tempo mandò Dio il suo Figliuolo fatto di donna sotto la legge, acciocchè ricomperasse quelli ch’erano sotto la legge, acciocchè noi ricevessimo l'adozione di figliuoli. 

La Fiorita Nel Luogo Ove Fu Arso Fra Girolamo Savonarola A Firenze

Quando adunque il sacerdote fa la confessione, è significata l’umana natura che conoscendo i suoi peccati si getta prostrata in terra; e il desiderio de’ santi padri è significato per l’introito; e dinotasi il grido dei santi al cielo quando il sacerdote dice: Kyrie eleison. Questo lo dice nove volte per significazione che i santi pregano la Santa Trinità che mandi il Salvatore che ne congiunga ai nove ordini degli angeli; invocano tre volte il Padre, tre volte il Figliuolo, e tre volte lo Spirito Santo. Kyrie eleison in greco tanto significa quanto in volgar lingua, Signore abbi misericordia, e Christe eleison, vuol dire, Cristo abbi misericordia. 

L’avvenimento del Signore è significato per Gloria in excelsis Deo, cioè sia gloria negli eccelsi a Dio; perocchè questo è l'inno angelico che si cantava dagli angeli nella Natività del Signor Gesù. 

Tu adunque, uomo di Dio, quando odi la messa considera queste cose. Computati nel numero dei peccatori, dicendo col profeta David: lo conosco la mia iniquità, e ho sempre il mio peccato avanti gli occhi; ecco che io son concepito nelle iniquità, e nei peccati m'ingenerò la madre mia (Psal. 50). Desidera il medico dell'anima tua, invoca quello, e quasi stando nel numero de’ santì padri di’: Crea in me, Dio, un cor mondo, e rinnova un retto spirito nelle viscere mie; ed ecco che ‘l Signore t'apparirà, e mostrerassi piccolo, e udirai: Sia la gloria negli eccelsi a Dio, e in terra la pace agli uomini di buona volontà, e sentirai una gran dolcezza nella mente, e massime in questo sacro tempo nel qual si rinnova essa Natività del Signore. 

Apparecchiati adungue con pura contrizion di cuore e con gran desiderio, perché potrai dire col profeta: Il desiderio de’ poveri hai esaudito, Signore; la preparazion del suo cuore ha udito l’orecchio tuo (Psal. 9). Guardati che tu non sii del numero degli uomini scellerati ed empi, che desiderano questa solenne festa per delettazione di carne e giuochi, perchè quando doveriano laudare il Salvatore e rendergli grazie, allora massimamente lo bestemmiano, e sono occupati nei giuochi, provocando contra di sè il Signore; uomini più ignoranti che non son le bestie. Imperocché il bove, dice il Signore per bocca d'Isaia profeta, ha conosciuto il suo possessore, e l'asino ha conosciuto la mangiatoia del suo Signore, e Israel non mi ha conesciuto, e il mio popolo non ha inteso. Guai alla gente peccatrice, al popolo grave d’iniquità, al seme dei cattivi , ai figliuoli scellerati. Hanno abbandonato te Signore, hanno fatto adirare il santo d'Israel, si alienarono adrieto (Isa. 2).
Se vedrete alcuni attendere ai giuochi in questi giorni, non crediate che siano cristiani. Fuggite le conversazion loro, e siano a voi come eretici e pubblicani. Sappiate cho sono peggiori che gli infedeli, perchè sono ministri del diavolo, e celebrano le feste del diavolo. Questi sono uomini avari, bestemmiatori, maldicenti, detrattori dell'altrui fama, ovver susurroni, odibili a Dio, ladri, omicidi, disperati, e pieni di ogni iniquità. La lingua loro e le addivenzioni loro, dice lsaia profeta, sono contra il Signore per provocar gli occhi della sua maestà. Non vogliate dimorare pur uno instante nelle case dove sino tali giuocatori, acciocchè forse il Signore non vi percuota con quelli, acciocchè non venga la saetta di cielo, acciocché non discenda il fuoco, che non si apra la terra e vi inghiottisca con quelli, come Datan e Abiron. lo non permetto che voi giuocate in queste feste per alcun modo: nè poco nè assai, ma dorete star in continua orazione e in render grazie, e dovete parlar della incarnazione, parlando, come dice l’Apostolo, con voi medesimi in salmi e inni e cantici spirituali, cantando e suonando nei cuori vostri al Signore, e rendendo sempre grazie di tutte le cose al Signor Dio Padre nel nome del Signor nostro Gesù Cristo; e sarà maladetto colui che giuocherà, e maledetto colui che lascerà giuocare potendo vietarglielo. Maladetto il padre che giuocherà in presenza al figliuolo, maladetta la madre che giuocherà in presenza della figliuola, maladetti i padri e madri che lasceranno giuocar i figliuoli, maladetti i padroni che lasceranno giuocar i servi e serve loro, maladetto ogni uomo che lascerà giuocare alcuno della casa sua. Sarai dunque maladetto tu qualunque tu sii che giuocherai o acconsentirai che si giuochi, sarai, dico, maladetto nella città, maladetto nel campo della terra, maladetto il formento tuo, le reliquie tue, maladetto il frutto del ventre tuo e il frutto della terra tua, gli armenti de’ tuoi buoi e le greggi delle pecore tue; sarai maladetto andando e ritornando. Ma se tu starai nell'orazione e in render grazie, verranno sopra di te tutte le benedizioni, che sono enumerate avanti le dette maladizioni , nel capitolo vigesimo ottavo del Deuteronomio. Adunque, fratelli, quando siete a messa , contemplate così, e desiderate nei modo ch'io v’ho detto, e venirà il Signore, e canterete nei vostri cuori con gli angeli: gloria negli eccelsi al Signore, e in terra pace agli uomini di buona volontà, perché sentirete la pace che supera ogni senso. Ma seguitiamo l’altre cose. 

Dappoi che adunque il Signore assunta la carne umana venne a noi e abitò con noi, cominciò l'umana natura ad inalzarsi e elevarsi dalla polvere, onde prese fiducia di onorare e impetrare appresso al padre ciò che volesse, e però cominciò attendere alle orazioni. 

Onde voltandosi il sacerdote al popolo dice: Il Signore sia con voi; eccitando i cuori del popolo che prendano fiducia di orare, perchè già è venuto il Signore, e alzi la mente a Dio, e dimandi insieme con lui. 

Onde il popolo eccitato alla orazione risponde dicendo: E con lo spirito tuo; quasi dicendo, desideriamo ancora che sia con il tuo spirito, acciocché tutti insieme uniti in carità impetriamo ciò che impetrar vogliamo, come dice il Salvator nostro: Se due di voi consentiranno sopra la terra, di ogni cosa che domanderanno, sarà fatto a loro dal padre mio che è nei cieli; e allora ora il sacerdote. 

Dopo l'orazione aggiunge: Per il Signor nostro Gesù Cristo; perchè da lui è presa la fiducia della orazione, perocchè egli dice: Tutto quello che domanderete al padre nel nome mio, darà a voi. Allora adunque leva ancor tu la mente a Dio, e conformati al sacerdote, e se tu non intendi, leva la mente con desiderio per la tua salute e per la salute degli altri, sapendo di certo che il sacerdote non dimanda cosa alcuna che non appartenga alla salute. Fatta adunque questa orazione, leva la mente alle altre cose che seguitano. 

È dunque da sapere che dei fatti di Cristo dall’anno duodecimo infino alla predicazione di san Giovanni non si sa cosa alcuna. In questa parte adunque della messa che si è dichiarata, si rappresentano quelle cose che sono dalla incarnazione di Gesù Cristo infino all’anno duodecimo, perchè tutti si devono intendere in queste parole: Gloria negli eccelsi a Dio. Quel che lui abbia fatto dopo quel tempo non lo sappiamo, se non che è da credere, che abbia vissuto in umiltà e in orazioni e digiuni nel tempio del Signore dì e notte, acciocchè dipoi, al suo tempo, fosse più ammirabile; e questo possiamo congetturare per quello che i Giudei vedendo le cose mirabili che lui faceva, si maravigliavano dicendo: Or non è questo il figliuolo del fabbro? or non è sua madre Maria? or non è questo il fabbro figliuol di Maria? e come lui sa lettere nun avendo imparato (Math.13, Marc.6, Luc.4)? Questo tempo adunque non si rappresenta in la messa. 

E dopo questo tempo fu fatta la parola del Signore sopra san Giovanni figliuolo di Zacharia nel deserto, e venne in ogni regione del Giordano predicando il battesimo della penitenza in remissione de’ peccati; com'è scritto nel libro de’ sermoni di Isaia profeta: Io son voce di un che grida nel deserto; apparecchiate la via del Signore, fate rette nella solitudine le vie del nostro Dio. Questo san Giovanni fu il fine della legge e de' profeti, e fu il mezzo tra la legge vecchia e nuova, e battezzava il popolo in acqua e nunciava ai popoli Cristo che avea a venire, dicendo: lo battezzo in acqua, ed è stato nel mezzo di voi quello che non sapete, esso è quello che dee venire dopo me, il qual è fatto avanti di me, del qual non son degno sciorre la correggia del suo calciamento. Cominciò adunque Gesù ad apparire, e dare allegrezza al mondo, secondo la profezia di Isaia, che dice: Il popolo che camminava nelle tenebre, ha veduto una gran luce; agli abitanti nella regione dell’ombra della morte la luce è nasciuta a quelli; e soggiunge: Si allegreranno avanti di te, come quelli che si allegrano nella mietitura, come si allegrano i vincitori presa la preda quando dividono le spoglie; e di nuovo: Consolatevi , consolatevi, popol mio, dice il vostro Dio; e soggiunge: io son la voce d’uno che grida nel deserto: preparate la via del Signore (Isa. 9.40); come se dicesse: ecco alla porta il vostro Salvatore, al quale si dee preparar la via, e però dico: consolatevi. Onde spesse volte si legge, che molti si sono allegrati nell’avvenimento del Signore. 

Cominciò adunque Gesù a predicare apertamente e far miracoli, e molti credettero in lui e fecero peniitenza e lo seguitarono; e però la lezione dell’epistola significa la predicazione di san Giovanni che precedette le predicazione dell’evangelio di Cristo, e fu mezzo intra i profeti e gli apostoli. Onde ancora qualche volta si prepone la profezia all’epistola. 

Per il che dopo l’epistola seguita il graduale, che significa la penitenza che predicava san Giovanni; dalla quale cominciamo ascendere per gradi di virtù, secondo quel detto del profeta: Andranno di virtù in virtù, e vedrassi il Dio degli Dei in Sion (Psal. 83). 

E dicesi ancora il responsorio, perché alcuni dicono e altri rispondono. Onde san Giovanni gridava: Fate penitenza, perchè si appropinquerà il regno dei cieli. 

Dopo il graduale si dice alleluia, che significa l’avvenimento del Signore e l’allegrezza grande, perchè è parole che significa grande iubilazione, e questa iubilazione non si può esprimere altramente; imperocchè la è iubilazione dell’amor di Dio verso di noi e della nostra salute. 

Si dice primamente due volte, acciò si manifesti la gloria dell’anima e del corpo. Ovvero il primo alleluia significa l’iubilo delle mente, per la speranza che abbiamo in questa vita, il secondo iubilo della futura vita quanto a gloria dell'anima, e il terzo significa l’iubilo della consumata e perfetta gloria. Mettesi uno versiculo in mezzo di questi alleluia, per il quale è significata l’operazione della carità e fede che con iubilazione sempre si dee esercitare, perchè bisogna allegrarsi e operare, perciocchè cominciando dalla iubilazione e dipoi operando, perverremo al perfetto iubilo. Significa adunque che per le operazioni della virtù si va di iubilo in iubilo. 

Onde alquanto dipoi l’ultimo alleluia seguita la prosa, ovvero sequenza, la quale è tutta molto allegra, significando che Cristo è venuto a darne perfetta gioria, nella quale non sarà se non letizia e allegrezza e perpetuo alleluia. Acciocchè adunque acquistiamo questa gloria è venuto Cristo e, posto santo Giovanni in prigione, cominciò a predicare apertamente; e però il sacerdote ovvero il diacono, comincia a cantare ad alta voce l'evangelio, e il sacerdote va al sinistro lato dell’altare, acciocchè si significhi quel detto di Cristo: Non son venuto a chiamar i giusti ma i peccatori a penitenza (Math. 9). Ovvero nel principio è nel destro lato, perchè primamente Cristo chiamò i Giudei, ma perchè non volsero credere, andò alle genti, dicendo san Paolo e Barnaba ai Giudei: A voi primamente bisognava parlare la parola di Dio, ma perchè le date repulsa, e vi iudicate indegni della eterna vita, ecco che ci convertiamo alle genti (Act. 13) e poi di nuovo ritorneremo ai Giudei, secondo la profezia dell’Apostolo che dice: La cecità in parte è fatta in Israel infino a tanto che la plenitudine delle genti entri, e così tutto Israel sarà salvo. 

Eccita adunque il sacerdote primamente il popolo dicendo: Dominus vobiscum, cioè il Signore sia con voi; quasi dicendo sappiate che già il Signore vi predica ed è con noi, udite adunque e preparate i cuori vostri alla obbedienza. Tu adunque levati su di subito, e sta’ in piedi, come ti ho detto nel precedente sermone, e rispondi per bocca del ministro: et cum spiritu tuo, cioè e sia il Signore con lo spirito tuo, acciò che possi pronunciare le parole di Dio in nostra salute. 

Dipoi facendo il segno della croce sopra dell’evangelio e nella fronte e nella bocca e nel petto dice: Sequentia, ovver principio del santo evangelio ec., dimostrando il buon nunzio della croce, la qual si dee apertamente predicare e non vergognarsi di quella , e debbesi laudare con la bocca e portar nel cuore. E tu ancora farai similmente. 

Detto adunque lo evangelio, si segna, perchè, come s'è detto, questa è la predicazione di Cristo e la predicazione della sua croce. Quasi dicendo: quel che ho significato per le croci, e per la recitazione dell’evangelio, questo lo credo, lo abbraccio e lo confesso. 

Onde subitamente si dice il Credo, che significa la conversione degli Apostoli che seguitavano Cristo e la ferma fede. E così ancora tu lieva la mente e confessa la fede e fermala nel luo cuore; perchè col cuore si crede a giustizia e con la bocca si fa la confessione alla salute. 

Ma perchè l’ora è passata, bisogna interrompere il sermone, ma dipoi dimane, aiutandone Dio e il beato Tommaso, ne sforzeremo di condurlo a fine. Lasciovi adunque nella fermezza della fede, che nel giorno di san Tommaso non dubitiate insieme con lui ma credendo fermamente intendiate le altre cose. Una cosa nondimeno nel fin del parlare ridurrò a memoria alle vostre carità. Sapete che è propinqua la grande solennità della natività del Signore. Non sia dunque alcuno in quel giorno che non riceva la sacra comunione, perchè vi ho detto, che anticamente dissero i padri nostri, che i secolari che non si comunicavano il giorno di Natale, di Pasqua e della Pentecoste non si credevano esser cattolici, non si riputavano intra i cattolici. Adunque, fratelli e padri, inducete i vostri figliuoli e tutta la famiglia vostra a questa santa opera. Non vogliate eziam in questi giorni star oziosi, nè attendere alle ciance. Facciansi orazioni a casa, e leggansi i libri de’ santi e specialmente gli evangeli, e cantinsi laudi dolcemente al Signore, e il giorno andate tutti alla chiesa, e niuno si parta fin che tutto l’officio non sia compiuto; siate grati, e rendete grazie al Signor vostro per tanto beneficio. Il che se farete, certamente Dio vi benedirà in sempiterno, il quale è benedetto nei secoli de’ secoli. Amen.

(fra Girolamo  Savonarola -sermone decimo, sulla prima lettera di Giovanni)

venerdì 15 marzo 2024

Sermoni sulla Messa di fra Girolamo Savonarola (sermone ottavo sulla prima lettera di Giovanni)

Dell’udire la Messa, nel qual si tratta del drizzamento della intenzione, e della composizione del corpo nella Messa. 


Predica di Savonarola nella basilica di San Miniato a Firenze. Opera di Hyppolite Flandrin, 1840, Musée des Beaux Arts, Lione
Foto: Scala, Firenze


Et haec est annuntiatio.

Nel precedente Sermone ci siamo sforzati quanto ne è stato possibile di esprimere la carità del puro cuore e la sollecitudine della carità e anche la dolcezza della esortazione del beato Giovanni, diletto discepolo del Signor nostro Gesù Cristo: la carità certamente del cuor sincero, per la quale mosso da niuno temporal comodo, ma per la sincera dilezione verso di noi, ne nuncia la vita eterna con molti e franchi testimoni confermando il cuor nostro nella fede di quella: la sollecitudine, perchè temendo della durezza del cor nostro e della dappocaggine e negligenza, spesse volte replica il testimonio per confermar più saldamente la fede nella nostra mente: la dolcezza, perchè a noi dimostra queste cose, acciocchè abbiam compagnia con i santi, e la compagnia nostra sia col Padre e col suo figliuolo Gesù Cristo. 

E queste cose ne annuncia, acciocchè la nostra allegrezza sia piena. Poichè ha eccitato adunque il desiderio nostro all'amore di tanta gloria, or comincia a dare i comandamenti con i quali a quella possiamo pervenire. E però seguitando la esposizione, ne resta porre in mezzo tali comandamenti, e quelli esporre alle carità vostre; ma perchè così pregato, ho promesso di dare alle vostre carità alcuni documenti dell’udir della messa in questo giorno di domenica, bisogna un poco interrompere la esposizione; ma questo non darà danno alcuno alle menti vostre, né dilungherà molto il nostro proposito, perchè quando desideriamo la vita eterna, desideriamo ancora similmente i comandamenti con i quali possiamo pervenire a quella. 

S'io vi darò i comandamenti con i quali, se sono servati, facilmente perverrete alla gloria, non è da curar molto quali sian quelli, conciossiachè tutti siano comandamenti del Signore; e però dobbiamo osservar questi comandamenti di san Giovanni, non perchè sono di san Giovanni, ma perchè sono del Signore; e però dica san Giovanni ancora esso insieme col profeta: La lingua mia è calamo di veloce scrittore (Sal. 46, SS ). E questi comandamenti della messa danno la vita eterna, perchè colui che osserverà queste cose ch'io dirò e mangerà questo pane, viverà in eterno. lo, dice Cristo Gesù in san Giovanni, sono il pane della vita. Ma perchè il tempo è breve, e quelle cose che meritamente dir si dovrebbono della messa sono lunghissime, bisogna eleggere alcune cose di molte, acciocché più facilmente siano apprese e più tenacemente siano ritenute e più volentieri osservate.

Hammi parso adunque che tre cose dichiarar si debbano circa l’udito della messa. La prima è del drizzamento della intenzione, cioè che sappia l’uomo quel che debbe avvertire e pensare quando va alla messa. La seconda è la disposizione del corpo, cioè che ei sappia corporalmente disporsi quando ode la messa. La terza è la disposizione della mente, che sappia quel che debbe orare, ovvero contemplare mentre che ode la messa. Ma dirà forse alcuno, non esser di bisogno insegnar queste cose minime, perchè ciascuno le può sapere da sé. Ma io gli risponderò esser vero se gli uomini per la loro poca fermezza nella via di Dio, non fussino rozzi a' tempi nostri, conciossiachè dovreste per il tempo esser maestri, ma di nuovo avete bisogno di esser insegnati quali siano i più debili principii degli esordi del parlar di Dio, o siete fatti di tal sorte che avete di bisogno di latte e non di cibo sodo. Oltre di ciò ricordati tu che sei savio, che bisogna ammaestrare i piccoli.

La dichiarazione dei tuoi sermoni, dice il Salmista, illumina e dà l'intelletto ai piccoli. Or Cristo non raccolse i piccoli, e li benedisse, dicendo: Lasciate i piccoli, e non vogliate proibirli di venire a me; vedete che non dispregiate uno di questi piccolini, e certamente se non sarete convertiti, e siate fatti come questi piccoli, non intrerete nei regni dei cieli (Matt. 19)? Onde dice l’Apostolo: Se alcuno tra voi pare esser sapiente in questo modo, sia fatto stolto, acciocchè sia sapiente. Bisogna adunque ammaestrare le donne e i piccoli. E perchè Cristo pascolò cinque mila uomini con le donne e piccolini? Onde l’Apostolo disse a’ Corinti: Come piccoli in Cristo vi ho dato il latte a bevere, e non vi ho dato cibo (1 Cor. 3). Ma se alcuno mi dice: questi che odono te sono pochi, rispetto a quelli che non ti odono; e che debbo io restar per questo? Ricordati che in tre stai di farina fu posto un poco di fermento, e fu tutto fermentato. Perchè questi insegneranno agli altri, acciocchè una cortina tiri l’altra cortina, e quel che ode dica: venni. E se tu di’: e questi ancora saranno come nel principio; questo io non lo credo, perchè la parola mia che uscirà della bocca mia, non ritornerà vuota a me, dice il Signore (Isa. 55). E se pochi osserveranno quelle cose che tu di', che è per questo? Or lascerò io stare? Se certamente un solo le osserverà, farà gran guadagno, e quegli pregherà per me presso al Signore e sarà mia difesa. Se ti convertirai, io convertirò te, dice il Salmista; e posto ch’io non converta alcuno, l’orazione si convertirà nel mio seno. 

Cominciamo adunque dal drizzamento che dee aver l’uomo che va alla messa. E dimando a voi fratelli: Che intenzione è la vostra quando andate a messa? Io penso che pochi siano quelli che lo sappiano. Certamente nelle cose di questo mondo tutti sono ammaestrati, ma in quelle che s’appartengono a Dio tutti sono rozzi: andiamo ogni giorno a messa e non sappiamo ancora a che fine lo facciamo. 

Penso adunque che per tre cause principalmente si faccia questo mistero: la prima per render grazie a Dio. La seconda per la oblazione della remissione: la terza per la comunione della vita. 

Grazia, secondo che si piglia per la virtù morale, è una virtù per la quale l’uomo ricompensa i beneficii a quelli che gli fanno bene, laudando, rendendogli grazie e riconoscendo il beneficio, ovvero ancora facendo bene, perchè non è cosa più grave al benefattore quanto che ’l suo beneficio non sia riconosciuto, o non sia laudato, e molto più gli è grave se tal beneficio sia vituperato. E se questo avviene agli uomini, che sarà dunque all'uomo che non lauda i beneficii di Dio, ovvero non li riconosce? Tra gli altri beneficii adunque niuno può esser maggiore quanto è il beneficio della incarnazione e passion di Cristo, perchè alcuno non ha maggior dilezione di questa quanto che alcuno ponga l’anima sua per gli amici suoi. Or non dovremmo noi sempre mai render grazie e laudar Dio? Non dovremmo noi sempre aver questo in memoria, e dir col profeta: Io canterò in eterno le misericordie del Signore (Psal. 88)? Il Signore adunque acciocchè questo non caschi dalla memoria, ha istituito questo sagramento. Ha fatto la memoria delle cose sue mirabili il Signor misericordioso e miseratore, ha dato il vivere a quelli che lo temano; e disse il Signore: Ogni volta che farete queste cose , fatele in memoria di me (1 Cor. 11). 

E questo dimostrano le vesti del sacerdote , le quali significano la passione di Cristo; perchè l’ammitto significa il velo del quale furono velati gli occhi di Cristo; la camicia significa la veste per la quale fu deluso e beffato da Erode; la corda, ovver cintola significa il flagello; il manipolo le corde con le quali fu legato; la stola significa il giogo della croce qual portò al monte Calvario; la pianeta significa la veste purpurea nella quale fu dileggiato da’ Giudei. Quando il sacerdote va all'altare significa quando Cristo andò al monte Calvario portando il calice della passione. 

E tutte le altre cose hanno il suo significato, le quali non accade discuterle a parte a parte: e però vedi dove vai. Primamente a render grazie, cioè avanti a tulte le cose a ricordarti il beneficio: Nella memoria sarò ricordevole, canta la chiesa, e s’infermerà in me l’anima mia (Tren. 3). Secondariamente a laudare, e a render grazie : Che renderò io al Signore per tutte quelle cose che l'ha dato a me? E questo è gran beneficio appresso a Dio, perocchè Dio è onorato: Il sacrificio della laude mi onorificherà, e gli sarà il cammino per il quale a lui mostrerò il salutare di Dio (Psal. 49). Ma che dirò di voi, o cittadini? In che modo andate a questa memoria? Con belle vesti e pompe, e massimamente le donne, non a render grazie, ma acciocchè siano vedute dagli uomini. E però di voi si lamenta il Signore dicendo: Quando venivate avanti il mio cospetto, chi ha ricerco queste cose delle mani vostre che conculcaste gli atrii miei. Perchè voi sacrificate al diavolo, e si allegra di voi. Imperocchè chi potrebbe ringraziar l'amico quando fa quelle cose che gli dispiacciono? 

E però dice il Signore: Non offerite il sacrificio bugiardo; l’incenso mi è abbominazione (Isa. 1). Dove vi andate per la oblazione della remissione? Ditemi, fratelli: Or non pecchiamo tutto il giorno? E cadauno di noi può dire col profeta: Non é sanità nella carne mia dalla faccia dell’ira tua. Non è pace alle ossa mie dalla faccia dei peccati miei (Psal. 37). E niuno sa se gli è in stato di grazia: non sa l’uomo se sia degno d’ amore, o di odio, ma tutte le cose si riservano incerte nella volontà di Dio. Sappiamo ancora che la vita nostra è breve, e non sappiamo la certezza del fine. Non sa l'uomo il suo fine, dice il profeta, ma come i pesci si prendono coll’amo, e gli uccelli col laccio, cosi si prendono gli uomini nel tempo cattivo (Eccl. 9). E non è cosa alcuna più pericolosa, niuna cosa più orrenda che morir in peccato mortale, perché è cosa orrenda a cascar nelle mani di Dio vivente. 

Ma se siamo convinti di queste quattro cose, cioè che abbiamo peccato, che non sappiamo se abbiam fatto sufficiente penitenza, massime di peccati occulti, e che non siamo certi della vita in qualunque minima parte di tempo, e che orrendo è il giudizio di Dio, certamente non è cosa più pericolosa della vita nostra, e però bisogna ritornare e correre a Dio con le lagrime. E perchè non siamo sufficienti a placarlo (essendo piuttosto atti ad eccitar l'ira sua), bisogna offerirgli il sacrificio grato in odore di suavità; e tal sacrificio è questo sacramento. E però quando andiamo alla messa, poniamo al conspetto di Dio la passione del nostro Signor Gesù Cristo, acciocchè vedendo questo sacrificio si faccia placabile a noi. 

Ricordatevi, fratelli, che Dio ha pattuito il patto con ogni carne di non scancellarla, e pose il segno nel cielo, cioè l'arco nella nuvola; però diceva: quando lo vedrò, mi ricorderò del patto mio, e non scancellerò ogni carne (Gen. 4). Questo arco consta di color rosso e verde, e biancheggia tra il rosso e verde. Questo adunque è il Signor Gesù. La viridità è la divinità nella quale sono i pascoli della eterna viridità. La rossezza è la carne rubiconda per il sangue della passione. La bianchezza è l’anima senza alcun peccato. L'ira di Dio adunque, quando vuol incrudelire , vedendo questo arco, cioè il Signore Gesù, si mollifica , come se ’l fuoco passasse per l'acqua si raffredderia e perderia la sua forza. Adunque quando tu vai alla messa, tu vai a questo effetto per metter l'arco nelle nuvole avanti gli occhi di Dio, acciocchè vedendo questo ti sia placabile. 

Ma ecco, fratelli, che andiamo alla messa, e circa a questo non abbiamo alcuna considerazione; anzi facciamo instanza che presto e velocemente si dica la messa. Ma Cristo ha patito per te non presto, ma con grandissima fatica, passando per diverse passioni, e però debbi adirla con gran considerazione e solennità, e celebrar insieme col sacerdote. Ma odo che tu di': io ho gran faccende importanti. Or dimmi, che maggior faccenda e più necessaria ti può essere? Certamente niuna è maggiore di questa, perchè niuna cosa è maggiore nella qual ti eserciti a negoziare, conciossiacosaché qui si tenga il corpo di Cristo nel cospetto della maestà di Dio. Niuna cosa è ancora più necessaria, perché qui si tratta della salute dell’anima, perchè per questo sei liberato dalla eterna miseria , e vai alla eterna salute. Perché siete adunque così pazzi, o sacerdoti e cittadini, che tanto sacrificio e così grande ed a voi così necessario, lo trattate con così poca riverenza e devozione ? però di voi dice il Signore: lo non ho volontà in voi, e io non accetto il dono dalla vostra mano, le compagnie vostre sono inique, le calende vostre e le solennità vostre ha avuto in odio l’anima mia, a me sono fatte moleste (Malac. 1). Mi ho affaticato sopportando, e ovvi detto altre volte, o cittadini, che voi siete causa di questo male, che volete far sacerdoti i vostri figliuoli, i parenti e gli amici solamente per i benefici, e non sanno lettere, e sono figliuoli del diavolo. 

Terzo, voi andate alla comunione. I primi cristiani toglievano ogni giorno la benedizione del pane, dipoi mancando la carità, la toglievano solamente i giorni di domenica, dipoi mancando ancora più, si comunicavano solamente nei giorni delle solennità grandi. Al presente veramente constretti dal comandamento, appena si comunicano una volta l’anno e con poca riverenza e devozione e senza frutto dell'anima. Onde ora si dice: Che si tolga ogni giorno la comunione, io non lo laudo né lo riprendo. Perchè non lo laudo? Perché non ha la devozione e riverenza che debbi avere. Abbile adunque siccome i primi Cristiani le avevano, e non solamente non lo riprenderò, ma lo lauderò ancora; ma appena una volta l’anno si può rettamente disporre, e se non fosse il comandamento, penso che né anco lo faresti una volta in dieci anni, anzi forse non mai. Ma di’ meglio, perchè non temono il comandamento, ma temono l'onore di questo mondo, perchè non vogliono essere vituperati. Ma odi quello che dicono i santi padri nei decreti: Gli uomini secolari, i quali non si comunicheranno nel dì della natività del Signore , e nel dì di Pasqua di Pentecoste non si credano esser cattolici, nè siano esistimati esser cattolici. 

Se adunque tanto è mancata la carità, che non ti possi comunicar ogni giorno sagramentalmente, togli almeno la comunione spiritualmente. Perocché quando vai a messa sappi che sei un membro del corpo sacrificante, perchè il sacerdote e i circostanti fanno un sol corpo. Onde dice nel Canone: Ricordati Signore dei servi e serve tue e di tutti i circostanti, la fede de’ quali hai conosciuta, e ti è nota la devozione, per i quali ti offeriamo, ovvero i quali ti offeriscono il sacrificio della laude. Per le quali parole dimostra sè insieme con esso voi e noi per lui offerire il sacrificio; e però quando lui toglie il sagramento, lo togliete ancora voi spiritualmente, sì come il cibo si trae dalla bocca agli altri membri. Se adunque sei membro sano e ben disposto, potrà essere che riceverai gran giovamento, e qualche volta più che 'l sacerdote.

Né guardar il sacerdote se gli è cattivo, perchè se lui niente traerà della grazia, tu nondimeno la traerai per lui; perchè anco il vino traito per la canola di piombo ovver di legno si porge da bevere agli uomini, e la canola niente beve; ma se tu sei un membro tagliato via, certamente non riceverai cosa alcuna, perchè, gli è scritto: il tralcio ovver ramo, non può far il frutto da sè medesimo se non rimarrà nella vite (Io. 11). E poco di sotto dice: Se alcuno non rimarrà in me, sarà gittato fuora come il ramo, e si seccherà; e raccoglieranno quello, e serà posto nel fuoco, e arderà.
Tu vedi in qual modo dobbiamo andare a questo sacramento senza peccato mortale; e benchè non si ricerchi di necessità l’attual confessione, perché solo questo avviene spiritualmente per il solo udito della messa, nondimeno si ricerca la contrizion di peccati, altramente non prenderà frutto alcuno, e il frutto ti è necessario come i cibi corporali, perchè manchiamo ogni giorno , e però abbiam bisogno del vivere ogni giorno; ma Dio volesse che almanco i giorni di festa udissero bene la messa. 

Che diremo di molti che vanno alla messa, e non hanno monda la coscienza ma sono in proposito di peccato? Ma che di quelli che vengono per peccare cioè per vedere l'amica, e altre cose? O empii e pazzi! Empii, che non hanno fede alcuna nè riverenza al sacramento; pazzi, perché non temono il giudice presente. Or faresti tu avanti il principe e giudice tuo cosa alcuna degna di morte? Certo no; perchè adunque non temi tu in questo luogo? Perchè non sono puniti al presente quelli che fanno tal cose? Pensi tu questo, o uomo, che nascosamente fuggirai il giudicio di Dio? Or dispregi tu le ricchezze della benignità sua e della tolleranza e della pazienza ? Ignori forse che la benignità di Dio t'invita a penitenza? Ma secondo la tua durezza e cuore che non si pente, ti guadagni l'ira nel giorno dell’ira e della rivelazione nel giusto giudicio di Dio, il quale renderà a ciascuno secondo le opere sue.

Ecco che avete con qual intenzione dobbiate andare alla messa, cioé per render grazie di tanto beneficio, per offerir il sacrificio in odore di soavità per i peccati vostri, per torre il sacrosanto sacramento almeno spiritualmente. 

Con quale e quanta riverenza dovete star avanti il sacerdote?

Io penso che secondariamente abbiamo a trattare di questa materia, cioè della composizione del corpo; circa la quale bisogna vedere tre cose. Primo della distanza corporale al sacerdote. Secondo dell'ordine. Terzo della riverenza corporale. Quanto al primo, perchè massimamente in questa vostra città alcuni stanno avanti il sacerdote di modo che lo risguardano in faccia, alcuni da lato, alcuni dopo le spalle, è da cercare qual sia meglio e più utile di questi. Dove nota primamente che il tabernacolo di Mosè e similmente il tempio di Salomone era distinto in sancta sanctorum, nel qual luogo non entrava se non il sacerdote una volta l’anno, e in sancta, dove entravano tutti i sacerdoti, e in atrio nel quale erano i leviti; e il popolo risguardava dalla lunga sotto i portici, gli uomini separati in una parte, e le donne dall’altra. Dicovi adunque che non dovete stare a riscontro il sacerdote presso all’altare: Primo perchè così siete in sancta santorum, il quale luogo è più santo che non era anticamente, perchè ivi era l'arca ch'era la figura di Cristo, ma qui è Cristo e verità. Secondariamente per la riverenza di Cristo debbi star dalla lunga come peccatore, come il pubblicano, e dire: sii propizio a me peccatore (Luc. 18). Or pensi tu esser così mondo che possi audacemente star avanti di Cristo?
Terzo per la figura, perchè il sacerdote è il capo e voi siete le membra. Se adunque la mano, o il piede fosse di sopra la testa , che mostro saria questo? Quarto, per causa del sacerdote, acciò non lo impedisca dalla orazione e parlare e dallo abbracciamento dello sposo; perchè si vergogna baciar lo sposo e dolcemeote piangere in tua presenza. Onde tu impedisci le sue contemplazioni. Quinto per causa di te medesimo, perché l’orazione del sacerdote è per te. Se adunque lo impedisci, non ha efficacia. Non dovete dunque per niun modo star avanti la faccia del sacerdote. E però gli altari si dovrebbero talmente disporre, che niuno vi potesse andare. 

Item non dovete star da lato, però che la prima ragione è contra di voi, perciocchè così siete in sancta sanctorum; la seconda ancora, perchè siete troppo appresso a Cristo; e la terza eziam, perchè il capo è sopraeminente ai membri; la quarta similmente, perchè ancora così il sacerdote non è occulto; e parimente la quinta, perchè s’impedisce il sacerdote dalla orazione. Oltre di ciò, vi si può ancora aggiungere la sesta, perchè vediamo nelle cose umane che i servi non stanno al lato del padrone egualmente; e il sacerdote rappresenta la persona di Cristo; onde lo debbi avere in riverenza come Cristo. Maravigliomi adunque come voi grandemente manchiate in queste due cose. Prima, perché state avanti, e temo che lo facciate per curiosità. Voi siete al tutto cittadini curiosi e superstiziosi e vi movete ad ogni novità. Secondariamente , che non avete alcuna riverenza ai sacerdoti. Tu dirai, non gusto la messa, se non gli sono appresso, nè parmi poter altramente esser partecipe di tanto sacrificio. Ma dimmi in che modo si tocca Cristo? In che modo siete appresso di lui? Con la fede o col corpo? Al secondo mi dirai. Non è usanza appresso di noi. Adunque fate male, perchè se non volete onorarvi l'un l’altro, onorate almanco i sacerdoti del Signore. Ma che dirò io, che trattano i sacerdoti come servi , non gli danno onorata sedia? Ma Innocenzio terzo riprese l'imperatore Constantinopolitano , perchè non faceva il debito onore al suo vescovo e patriarca, ma facevalo sedere sotto lo sgabello dei piedi suoi dalla parte sinistra. Essendo che, dice, che gli altri re e principi faccino onore ai vescovi e arcivescovi , e gli dian onorabil sedia, perché lo defraudi del debito onore? Imperocchè il regno spirituale è più degno del temporale. Onde Constantino Imperatore chiamò il Papa Dio, come si ha nei decreti alla distinzione nonagesima sesta nel capitolo che comincia: Satis; e nel capitolo seguente, dice che se lui vedesse un prete, ovver monaco a peccare, lo coprirebbe col suo mantello, acciò non fosse veduto dagli altri. E leggesi nella istoria tripartita che congregati i vescovi nel concilio Niceno entrò Constantino e stette nell'ultimo luogo e dimandò licenza di sedere. E al presente non si obbedisce al Pontefice, quando non piace la obbedienza, né si onorano i vescovi, né i sacerdoti, e se peccano sono infamati da tutti. Ma perchè? Perché ancora loro sono causa di questo, perchè peccano pubblicamente e si spongono in dispregio degli uomini. Il che predisse il Signore dicendo: Voi siete il sale della terra, e se il sale sarà fatto insipido, in che cosa si insalerà? Cioè se voi perdete la devozione e la carità, come potrete infiammar gli altri? A niente altro se non che sia mandato fuori e conculcato dagli uomini (Matt.8). Sono mandati fuori quando sono assolati e privati degli officii, e da quelli sono conculcati. Nondimeno voi, cittadini, non peccate manco, perchè dovete in quelli onorar Cristo. Ma perchè abbiam tirato il parlar nostro più a lungo di quello che credevamo, e l'ora è già passata, è necessario interrompere questo ragionamento: per la seguente domenica, a Dio piacendo, lo compiremo. Dovete adunque fratelli andar alla messa con gran reverenza, e ivi nel debito modo collocarvi, come v'insegnerò nel seguente sermone , aiutandone le vostre orazioni appresso al Signore Gesù Cristo, il quale è Dio benedetto nei secoli. Amen.

(Fra Girolamo Savonarola, Sermone 8° sulla prima lettera di san Giovanni)

 

domenica 4 febbraio 2024

In Cristo risorse l'uomo, non solo il Dio

Il Figlio di Dio si è fatto uomo per dar modo agli uomini di diventare figli di Dio.

Noi non sappiamo – io, almeno, non so – come sarebbero andate le cose se il genere umano non si fosse ribellato a Dio, passando al nemico. Forse ogni uomo, fin dalla nascita, sarebbe stato «in Cristo», avrebbe partecipato della vita del Figlio di Dio. Forse Bíos, la vita naturale, si sarebbe subito e spontaneamente elevata a Zoé, la vita increata.

Ma queste sono congetture. A voi e a me interessa come stanno le cose adesso. E lo stato presente delle cose è questo. I due tipi di vita sono ora non soltanto diversi (lo sarebbero stati comunque), ma addirittura opposti.

La vita naturale di ognuno di noi è egocentrica, vuol essere vezzeggiata e ammirata, vuole sfruttare altre vite, sfruttare l’intero universo. E soprattutto vuole starsene per conto suo: stare alla larga da tutto ciò che sia migliore, più forte o più elevato di lei, da tutto ciò che possa farla sentire piccola. Ha paura della luce e dell’aria del mondo spirituale, come chi è abituato alla sporcizia ha paura di un bagno. Sa che se la vita spirituale si impadronisce di lei, tutto il suo egocentrismo e la sua caparbietà svaniranno, e per evitarlo è pronta a combattere con le unghie e coi denti.


Avete mai pensato, da bambini, come sarebbe stato bello se i vostri giocattoli si fossero animati? Mettiamo che aveste potuto davvero farli vivere; mutare, per esempio, un soldatino di piombo in un piccolo uomo vero, trasformando il piombo in carne. E mettiamo che al soldatino questo non piacesse. A lui la carne non interessa; vede soltanto che il piombo si guasta. Pensa che lo vogliate uccidere, e farà il possibile per impedirvelo. Non vuole, se può evitarlo, essere trasformato in un uomo.

Che cosa avreste fatto con quel soldatino di piombo non lo so. Ma ecco ciò che Dio ha fatto con noi.
La Seconda Persona di Dio, il Figlio, diventò un essere umano: nacque nel mondo come uomo – un uomo reale, con una determinata statura, i capelli di un certo colore, che parlava una certa lingua, che pesava un certo numero di chili. L’Essere Eterno, che tutto sa e che ha creato tutto l’universo, non solo diventò uomo, ma prima fu un infante, e prima ancora un feto nel corpo di una donna. 

Per farvi un’idea, pensate se vi piacerebbe diventare una lumaca o un granchio. 

Il risultato fu l’esistenza di un uomo che era realmente ciò che tutti gli uomini erano destinati a essere: un uomo in cui la vita creata, proveniente da Sua Madre, consentiva a mutarsi integralmente e perfettamente nella vita generata. La naturale creatura umana in Lui fu assunta pienamente nel Figlio divino.

Quindi, in un singolo caso, l’umanità era per così dire arrivata alla meta: era passata nella vita di Cristo. E poiché per noi il problema è che la vita naturale dev’essere, in un certo senso, «uccisa», Egli scelse una vita terrena che comportava costantemente l’uccisione dei Suoi desideri umani – povertà, incomprensione da parte dei Suoi stessi familiari, tradimento di un amico intimo, scherni e maltrattamenti dei gendarmi, morte preceduta da un atroce supplizio.

E poi, dopo essere stata uccisa – uccisa in certo modo ogni giorno –, la creatura umana in Lui, poiché era unita al Figlio divino, tornò a vivere. In Cristo risorse l’Uomo, non solo il Dio. Questo è il punto essenziale. Per la prima volta ci fu dato di vedere un uomo vero. Un soldatino di piombo – di piombo come tutti gli altri – era diventato pienamente e splendidamente vivo.

E qui, naturalmente, la mia immagine del soldatino di piombo non funziona più. Nel caso dei soldatini, o delle statue, se uno di loro prendesse vita per gli altri ovviamente non cambierebbe nulla. Sono tutti separati. Ma gli esseri umani no. Sembrano separati perché li vediamo andare in giro separatamente; ma bisogna tener conto che noi siamo fatti in modo che riusciamo a vedere soltanto il momento presente. Se potessimo vedere il passato, le cose ci apparirebbero diverse.

Perché c’è stato un tempo in cui ogni uomo era parte di sua madre, e (prima ancora) di suo padre; e un tempo in cui questi erano parte dei suoi nonni.

Se potessimo vedere l’umanità dispiegata nel tempo, come la vede Dio, essa non ci apparirebbe come una moltitudine di esseri separati e dispersi, ma come un unico essere in crescita: un po’ come un albero molto complicato. Ogni individuo apparirebbe connesso con ogni altro. E non solo. Gli individui non sono in realtà separati da Dio più di quanto lo siano l’uno dall’altro. Ogni uomo, donna e bambino, in tutto il mondo, sente e respira in questo momento soltanto perché Dio, per così dire, lo «tiene in piedi».
Di conseguenza, il farsi uomo di Cristo è in realtà cosa diversa dalla trasformazione di quel soldatino di piombo. È come se qualcosa che agisce da sempre su tutta la massa umana cominciasse, in un singolo punto, a farlo in modo nuovo.

Da quel punto l’effetto si propaga a tutta l’umanità. Cambia le cose per chi è vissuto prima di Cristo come per chi è venuto dopo di Lui. Le cambia per chi di Lui non ha mai sentito parlare. È come far cadere in un bicchiere d’acqua una goccia di qualcosa che muta sapore o colore a tutto il liquido. Ma nessuno di questi esempi, s’intende, calza a perfezione. In ultima analisi Dio non è altri che Se stesso, e ciò che Egli fa non è simile a nient’altro. Non possiamo aspettarci che lo sia.

Qual è, dunque, il cambiamento che Egli ha effettuato in tutta la massa umana? Soltanto questo: che l’impresa di diventare figli di Dio, di trasformarci da esseri creati in esseri generati, di passare dalla temporanea vita biologica alla perenne vita «spirituale», è stata realizzata per noi.
L’umanità, sostanzialmente, è già «salvata». Noi individui dobbiamo appropriarci di questa salvezza. Ma la parte più ardua del compito – quella che non avremmo potuto assolvere da soli – è stata assolta per noi.

Non siamo costretti a tentare di ascendere alla vita spirituale con le nostre sole forze: essa è già discesa nel genere umano. Se ci apriamo all’unico Uomo in cui essa fu pienamente presente, e che, pur essendo Dio, è anche realmente uomo, Egli la realizzerà in noi e per noi.

Ricordate ciò che ho detto sul «buon contagio». Uno della nostra specie «ha» questa nuova vita: se ci avviciniamo a Lui, la «prenderemo» da Lui. Si può esprimere lo stesso concetto in modi diversi.
Possiamo dire che Cristo è morto per i nostri peccati; che il Padre ci ha perdonati perché Cristo ha fatto in vece nostra ciò che avremmo dovuto fare noi; che siamo stati purificati dal sangue dell’Agnello; che Cristo ha sconfitto la morte.

Sono tutte formulazioni veritiere. Se qualcuna di esse non vi attira, lasciatela da parte e andate avanti con quella che preferite. Ma in ogni caso, non mettetevi a litigare col prossimo perché usa una formula diversa dalla vostra.

(C.S.Lewis "Il cristianesimo  così  com'è")