venerdì 13 ottobre 2023

L'esorcismo ad un sacerdote. Padre Amorth, "l'ultimo esorcista"

 


"Avanti." "Buon giorno, padre Amorth. Sono padre Francesco. L'ho chiamata l'altro giorno per..." "Per l'esorcismo, lo so. Prima mi dica. Che tipo di disturbi ha?" "Be' io..." "Non tema. Mi dica tutto. Non c'è nulla di cui avere paura. Sono abituato a certe cose."
"Ecco. Io credo di essere posseduto."
"Questo me l'ha detto già al telefono. Ma un conto è credere di esserlo, altra cosa è esserlo veramente. Perché pensa di essere posseduto?" "Io, durante la messa, non so come spiegare..." "Cosa le succede durante la messa?" "Al momento della consacrazione, sollevo l'ostia e..." "Dica, forza, cosa succede quando c'è la consacrazione?" "Io dico "prendete e mangiate, questo è il mio corpo", e poi "prendete e bevete, questo è il mio sangue". Ma dentro di me una sola cosa penso. O meglio, una sola cosa dico." "Che cosa?"
"Non è facile da dire, padre Amorth." "Padre Francesco, io sono un esorcista. Con il male parlo ogni giorno. Non mi impressionano certe cose. Su, sputi il rospo."
"Va bene. Quando alzo in alto l'ostia, nell'esatto momento in cui quel pezzo di pane diventa il corpo di Cristo, dentro di me una voce forte e potente urla una bestemmia terribile.
Devo mordermi la lingua per non pronunciarla a voce alta. Poi per tutta la durata della messa sto male. Vorrei scappare. Vorrei uscire dalla chiesa e urlare con quanto fiato ho in gola la mia bestemmia. Non so come ho fatto fino a oggi a resistere. Ma ogni giorno, quando dico messa, vivo questo strazio tremendo."
"Ne ha mai parlato con qualcuno?" "Mai." "Padre Francesco, mi dica. Da quanto tempo dura questa cosa?" "Da parecchio tempo." "Da quanto esattamente?" "Dal giorno stesso in cui sono stato ordinato prete. Sono nove anni." "Da nove anni? E lei per nove anni non ne ha mai parlato con nessuno?"

"No. Non sapevo con chi parlarne." "E adesso perché viene qui a dirlo a me?" "Perché non ce la faccio più."
"Mi dica. Ha mai partecipato a qualche rito satanico prima di essere ordinato prete?" "No, mai." "Ha mai frequentato qualche stregone, qualche mago?" "No, mai." "Ha mai subito qualche malocchio?" "Che io sappia no, mai." "Ha mai provato a darsi una spiegazione logica di questo fenomeno? Ha pensato che origine possa avere?" "Ci ho pensato molto. Non so, forse..." "Mi dica."
"Be', non è semplice da raccontare." "Lo faccia."

"Poco prima dell'ordinazione ogni fine settimana andavo in una parrocchia ad aiutare. Un giorno venne una donna. Mi raccontò che da anni sentiva uno "spirito cattivo" dentro di sé. Proprio così. Disse "spirito cattivo". Mi fece molta pena. Disse che aveva figli e che lo spirito cattivo la tormentava di continuo. Mi raccontò che in famiglia il marito e anche i figli avevano cominciato a emarginarla, credendola pazza. Ripeto, mi fece una grande pena.
Non so cosa mi prese ma tutto accadde in un istante. Dissi allo spirito: "Lasciala stare! Vieni da me". Tutto accadde in un istante. Ebbi subito la netta percezione che quella cosa che stava dentro quella donna mi avesse obbedito istantaneamente."
"Così pensa che quello spirito sia entrato dentro di lei e pensa che sia quello spirito a tormentarla durante la messa?" "Sì. Io diedi quell'ordine perché troppa pena..."

"Lasci stare. Non c'è bisogno che aggiunga altro. Meglio avrebbe fatto a pregare per quella donna. E magari a portarla da un esorcista. Certe richieste non si fanno nemmeno per scherzo. Le richieste, le preghiere, le suppliche si fanno solo a Dio. Il nostro orgoglio, caro padre Francesco, va tenuto a bada.
Non si salva la vita degli altri supponendo di riuscire a fare cose che non sono nelle nostre forze. La vita degli altri si salva con la preghiera e con tanta umiltà.
Non si scherza col diavolo, ammesso che di diavolo si tratti." "Be', di cosa altrimenti?" "Padre Francesco, affidiamoci al buon Dio." "Va bene, io..." "Non è più il tempo delle parole. È semmai il tempo dell'azione. Se di possessione davvero si tratta nove anni sono tanti. Tantissimi. Sarà molto dura. Lei poi è un prete. E ciò aggrava tutto. Padre Francesco, male ha fatto a non venire qui prima. Si sieda su quella sedia. Ora indosso la stola, prendo l'olio santo, l'acqua benedetta, il rituale e provo a esorcizzarla. Vediamo". 

"Nel nome del Padre, e del Figlio, e dello Spirito Santo. Gloriosissimo principe delle celesti milizie, arcangelo san Michele, difendici nelle battaglie contro tutte le potenze delle tenebre e la loro spirituale malizia. Vieni in aiuto degli uomini creati da Dio a sua immagine e somiglianza e riscattati a gran prezzo dalla tirannia del demonio. Tu sei venerato dalla Chiesa quale suo custode e patrono, e a te il Signore ha affidato le anime che un giorno occuperanno le sedi celesti.
Prega, dunque, il Dio della pace a tenere schiacciato Satana sotto i nostri piedi, affinché non possa continuare a tenere schiavi gli uomini e danneggiare la Chiesa.
Presenta all'Altissimo con le tue le nostre preghiere, perché discendano tosto su di noi le sue divine misericordie, e tu possa incatenare il dragone, il serpente antico, Satana, e incatenato ricacciarlo negli abissi, donde non possa più sedurre le anime." 

"Non mi succede nulla, padre Amorth. Nulla. Sto bene." "Mi fa piacere. Qui però parlo solo io. Silenzio, per favore." "Ma non c'è bisogno che lei parli. Sto bene davvero." "Silenzio!"

"In nome di Gesù Cristo, nostro Dio e Signore, e con l'intercessione dell'Immacolata Vergine Maria, madre di Dio, di san Michele arcangelo, dei santi apostoli Pietro e Paolo e di tutti santi, fiduciosi intraprendiamo la battaglia contro gli attacchi e le insidie del demonio.
Sorga il Signore e siano dispersi i suoi nemici.
Fuggano dal cospetto di lui coloro che lo odiano.
Svaniscano come svanisce il fumo: come si fonde la cera al fuoco, così periscano i peccatori dinanzi alla faccia di Dio." 

"Insisto, padre Amorth. Non c'è bisogno. Sto bene..." "La mia pazienza ha un limite, padre Francesco. Ho detto che qui parlo solo io." "Va bene, ma io lo dico per lei, non c'è bisogno..." 

"Ti esorcizziamo, spirito immondo, potenza satanica, invasione del nemico infernale, con tutte le tue legioni, riunioni e sette diaboliche, in nome e potere di nostro Signore Gesù Cristo: sii sradicato dalla Chiesa di Dio, allontanati dalle anime riscattate dal prezioso sangue del divino agnello.
D'ora innanzi non ardire, perfido serpente, d'ingannare il genere umano, di perseguitare la Chiesa di Dio, e di scuotere e crivellare, come frumento, gli eletti di Dio.
Te lo comanda l'altissimo Dio, al quale, nella tua grande superbia, presumi di essere simile; te lo comanda Dio Padre; te lo comanda Dio Figlio; te lo comanda Dio Spirito Santo; te lo comanda il Cristo, Verbo eterno di Dio fatto carne, che per la salvezza della nostra razza perduta dalla tua gelosia, si è umiliato e fatto ubbidiente fino alla morte; che edificò la sua Chiesa sulla ferma pietra, assicurando che le forze dell'inferno non avrebbero mai prevalso contro di essa e che sarebbe con essa restato per sempre, fino alla consumazione dei secoli.
Te lo comanda il segno sacro della croce e il potere di tutti i misteri di nostra fede cristiana. Te lo comanda la eccelsa madre di Dio, la vergine Maria, che dal primo istante della sua immacolata concezione, per la sua umiltà, ha schiacciato la tua testa orgogliosa. Te lo comanda la fede dei santi Pietro e Paolo e degli altri apostoli. Te lo comanda il sangue dei martiri e la potente intercessione di tutti i santi e sante.
Dunque, dragone maledetto, e tutta la legione diabolica, noi scongiuriamo te per il Dio vivo, per il Dio vero, per il Dio santo; per Iddio che tanto ha amato il mondo da sacrificare per esso il suo Unigenito Figlio, affinché chiunque crede in lui non perisca, ma abbia la vita eterna;
cessa d'ingannare le umane creature e di propinare loro il veleno della dannazione eterna; cessa di nuocere alla Chiesa e di mettere ostacoli alla sua libertà.
Vattene Satana, inventore e maestro di ogni inganno, nemico della salvezza dell'uomo. Cedi il posto a Cristo, sul quale nessun potere hanno avuto le tue arti; cedi il posto alla Chiesa, una, santa, cattolica e apostolica, che lo stesso Cristo conquistò col suo sangue.
Umiliati sotto la potente mano di Dio, trema e fuggi all'invocazione che noi facciamo del santo e terribile nome di quel Gesù che fa tremare l'inferno, a cui le virtù dei cieli, le potenze e le dominazioni sono sottomesse, che i cherubini e i serafini lodano incessantemente, dicendo: "Santo, Santo, Santo il Signore Dio Sabaoth".
O Signore, ascolta la nostra preghiera. E il nostro grido giunga fino a te." 

"Hai finito?" "Non ho finito." "Forse non hai capito la mia domanda... hai finito prete?" "Taci, spirito immondo. Non hai ancora compreso? Qui comando io". 

"Zitto e ascolta bene le mie parole. Perché adesso è quel Dio che col suo Figlio ti ha sconfitto e umiliato una volta per sempre che chiamo qui in mio aiuto.
Perché non io, ma io attraverso il Padre mio ti scaccerò nell'inferno. Poi chiuderò la porta e getterò via le chiavi. Perché lì devi stare per l'eternità. A nulla varranno i tuoi pianti e lamenti. Nessuno verrà mai ad aprirti.
Ascolta bene quanto ho da dirti immondo drago che ti illudi di tenere in mano il mondo mentre ciò che stringi polvere diventa e il vento la disperde e nulla rimane.
Ascolta bene perché questa è la preghiera di Leone XIII contro Satana e gli angeli ribelli. Questa è la preghiera che più potente non ce n'è.
Ascolta e trema perché è il Signore Dio che chiamo qui innanzi a te:" 

"Dio del cielo, Dio della terra, Dio degli angeli, Dio degli arcangeli, Dio dei patriarchi, Dio dei profeti, Dio degli apostoli, Dio dei martiri, Dio dei confessori, Dio delle vergini, Dio che hai il potere di donare la vita dopo la morte, e il riposo dopo la fatica, giacché non v'è altro Dio fuori di te, né ve ne può essere, se non tu, creatore eterno di tutte le cose visibili e invisibili, il cui regno non avrà fine; umilmente supplichiamo la tua gloriosa maestà di volerci liberare da ogni tirannia, laccio, inganno e infestazione degli spiriti infernali, e di mantenercene sempre incolumi. Per Cristo nostro Signore. Amen.
Liberaci, o Signore, dalle insidie del demonio. Affinché la tua Chiesa sia libera nel tuo servizio. Ascoltaci, te ne preghiamo, o Signore. Affinché ti degni di umiliare i nemici della santa Chiesa. Ascoltaci, te ne preghiamo, o Signore." 

Adesso un silenzio di ghiaccio avvolge l'aria tutt'intorno. Ho finito e padre Francesco sembra sconvolto.
"Adesso ho finito padre Francesco. Può alzarsi. L'esorcismo è finito. Non tema. Ora può parlare, caro figlio. Forza, coraggio, in piedi." "Cosa è successo?"
"Le ho fatto un esorcismo. Lo spirito è uscito un po' fuori. C'è. Dobbiamo vederci spesso." "È grave?" "Don Francesco, non è una malattia. È una possessione. Nove anni sono tanti. Non so quanto ci vorrà per liberarla.
Lei adesso deve fare una sola cosa: tutti i giorni dire messa, recitare il breviario, e recitare il rosario. Il venerdì digiuno totale. Tutti i giorni si astenga dal mangiare carne. Preghi più che può. Ci vediamo una volta alla settimana. E vediamo come va." 

Ci vorranno anni per liberare padre Francesco. Un prete posseduto non è acqua fresca.
Perché Dio permette tutto questo? Spesso perché chi è posseduto ne guadagni in santità. Le sofferenze di don Francesco senz'altro sono servite a lui e, in modo misterioso, di tanti altri.
Soffrire in silenzio. Soffrire di pene così terribili. E offrire queste pene per il prossimo. È un modo efficace per fare del bene. Chi vede questa sofferenza? Nessuno. È nascosta all'uomo. Ma ben visibile a Dio. Dio la vede e la usa per aiutare chi di soffrire non è capace. Chi sta male e non ce la fa ad andare avanti. Chi pecca e dal peccato non sa liberarsi. Coloro che non hanno fede. 

Padre Francesco oggi è libero. Ma dovrebbe ringraziare per la sofferenza che ha patito. Il suo buio, accettato e offerto a Dio, ha dato la luce, ne sono convinto, a tanta gente.
Certo, è terribile che un religioso, uno che ha dedicato la sua esistenza a Dio, cada nelle mani del demonio. Ma questa cosa non deve stupire più di tanto.
Nessuno è immune dagli attacchi del male. Anche i religiosi, anche i preti, le suore, i vescovi, i cardinali, il Papa. Nessuno è immune. Quando penso ai religiosi posseduti penso sempre che contro di loro Satana si scaglia in modo particolarmente violento. Per cui se non sono uomini di grande fede e soprattutto di tanta preghiera rischiano purtroppo di cadere. E possono dannarsi, come tutti. 

Satana tenta di più chi si dedica a Dio perché conquistare un prete significa conquistare, a cascata, tante altre anime, le anime di coloro che sono legate al prete. Un sacerdote all'inferno significa tante altre anime all'inferno, dietro a lui. Ma Satana attacca anche coloro che non vogliono cedergli. A volte prende il sopravvento anche su persone, preti o suore o anche laici, che volontariamente sono integerrimi nella loro opposizione al male.
Satana è il male e spesso il male è cieco. 

Ricordate Gesù? Pensate cosa ha dovuto subire lui prima di morire. Era l'agnello innocente. Aveva dalla sua parte Dio, suo padre, ma il male non l'ha risparmiato. Si è abbattuto su di lui fino a ucciderlo.
In fondo le possessioni si possono leggere anche così: come attacchi violenti del demonio che, indiscriminatamente, colpiscono anche gli innocenti.
Non sempre le possessioni, come anche il male in generale, hanno una spiegazione. A volte anche la persona più santa e innocente di questo mondo può essere colpita dal demonio. È il grande mistero di questa vita: la cecità del male.
Per questo non cerco mai di dare troppe spiegazioni alle possessioni. Ci sono e basta. E contro di esse occorre pregare Dio. Pregare, pregare e ancora pregare.

(Padre Amorth con Paolo Rodari "La mia battaglia contro Satana. L'ultimo esorcista. Non sono io che ho paura del diavolo, è  lui che ha paura di me")

giovedì 12 ottobre 2023

Sinodalità vuol dire camminare tutti insieme: ma con Cristo

In un commento del 3 agosto 2023 pubblicato sul sito web dell'Esarcato greco-cattolico, il vescovo Manuel Nin, esarca apostolico della Chiesa greco-bizantina cattolica in Grecia, ha espresso diverse preoccupazioni sull'assemblea generale del sinodo cattolico del 4-29 ottobre 2023.

 


Alcune riflessioni sulla sinodalità 

Da tempo nella Chiesa cattolica si parla molto di sinodalità. Questa viene presentata e soprattutto vissuta (forse in assenza di una chiara chiarificazione del suo significato ma forse anche in assenza di un reale indottrinamento) come un luogo, uno spazio, dove tutti possono esprimersi su tutto, anche proporre argomenti e opinioni, che sono solitamente lasciati al diritto esclusivo del vescovo di Roma, eventualmente anche di colui che presiede un sinodo ecumenico. La sinodalità… una Chiesa sinodica… Inoltre, nel 2023 si terrà a Roma un sinodo generale dei vescovi sulla sinodalità, e questo non è né uno scherzo né un semplice gioco di parole.

Ho provato a riflettere un po' su questo tema, partendo dalla richiesta di Papa Francesco che tutta la Chiesa approfondisca e rifletta con il popolo di Dio su questo tema (della sinodalità), che sembra che solo ora, oggi, scopriamo quanto fondamentale e vitale è. Ma mi chiedo: ne comprendiamo profondamente il senso e il significato? Qualcuno si è addirittura appropriato della frase attribuita, in precedenza, a un vescovo catalano degli inizi del XX secolo, e ha coniato la nuova frase: "La Chiesa sarà sinodica o non sarà una Chiesa".

La mia riflessione, senza grandi pretese, parte dal fatto che molte volte, negli ultimi mesi, ho sentito dire, anche da persone di riconosciuta competenza: «Voi in Oriente avete sempre avuto la sinodalità. Mentre noi in Occidente, forse…”. Ma di quale sinodalità stiamo parlando? Quando si afferma che: "...voi in Oriente avete sempre avuto la sinodalità...", non c'è pericolo di malinteso quando, guardando alle Chiese orientali, si confonde il termine sinodalità con il collettivo episcopale? Quest'ultimo, in Oriente, è associato all'esercizio dell'autorità, al ministero pastorale, al servizio all'interno delle Chiese cristiane che si svolge nell'assemblea dei vescovi appartenenti a una Chiesa particolare ed è retto da un patriarca, un arcivescovo o un metropolita . Le decisioni, all'interno di queste Chiese, vengono prese dall'assemblea dei vescovi (quasi sempre chiamata "sinodo" o talvolta "consiglio dei gerarchi"), appartenenti a una Chiesa orientale. Il Sinodo è convocato dal suo presidente, in vista delle designazioni episcopali e di altre importanti decisioni, nel corso del cammino cristiano che i pastori intraprendono per il bene dei loro credenti, a livello spirituale e materiale.

Naturalmente, questo esercizio di ministero/servizio/autorità nelle Chiese orientali ha certamente una dimensione sinodale in quanto le decisioni prese a livello pienamente collettivo appartengono al sinodo dei vescovi, inteso come riunione dei vescovi insieme al loro superiore: Patriarca, arcivescovo o metropolita. Pertanto in Oriente, e per ciascuna delle Chiese, si parla di un percorso del sinodo dei vescovi in ​​modo collettivo. Tuttavia, riprendendo il filo dall’inizio, se l’Occidente intende la sinodalità come un luogo o un momento in cui tutti, laici e clero, agiscono insieme per arrivare a qualche decisione ecclesiastica, dottrinale, canonica, disciplinare, qualunque essa sia... beh, diventa chiaro che tale sinodalità non esiste in Oriente.

Negli ultimi mesi, nelle nostre Chiese, soprattutto in Occidente, si sono formati gruppi di riflessione, formati principalmente, ma non solo, da laici, per discutere esattamente cosa è e cosa dovrebbe essere la sinodalità. Questi pensieri, che si svolgono a livello parrocchiale, dovranno poi essere presentate a livello diocesano, poi a livello di conferenze diocesane, poi a livello del Sinodo Generale a Roma, per giungere infine alla sommità del colle o piramide (metaforicamente equivalente) per essere consegnate al Papa. In questo modo, potremmo essere coinvolti in un’ascesa collettiva piuttosto che in un cammino insieme. Ma per arrivare dove? a che scopo? Lascio aperte le domande. Del resto, sappiamo bene che quando un gruppo di persone raggiunge la vetta di un luogo, molti altri "compagni" con cui hanno iniziato, possono essersi fermati o lasciati da parte lungo il percorso perché il loro sforzo per andare avanti si è rivelato insufficiente.
A livello biblico cito solo due testi. Nel Vangelo, in Giovanni 14,6, troviamo la conferma di Gesù: "Io sono la via, la verità e la vita...". Poi, in Atti 9:2, Saulo usa il termine "il sentiero" in riferimento alla sequela del Signore e del Suo Vangelo. Allora seguire Gesù, essere e vivere come cristiani, significa vivere finalmente come “congregati” e questo avviene già dal momento del nostro battesimo. Camminiamo tutti come Chiesa di Cristo in un cammino che facciamo insieme come cristiani, certo, ma la domanda che dovrebbe e dovrebbe porsi fin dall'inizio è questa:  “viaggio con chi?.

La parola "sinodo" deriva direttamente dal greco e significa "camminare con...". Ma ciò che è importante e direi fondamentale, che va chiarito subito per non distorcere la nostra riflessione sulla sinodalità, è il significato e l'oggetto reale della preposizione greca “sin”. Non si riferisce al “processo” ma a “qualcuno” con il quale esso viene portato avanti e portato a termine. Il senso del Sinodo non è quello del “tutti insieme”, ma piuttosto quello del “io cammino con”. È l'oggetto o la persona "con" la preposizione "sin" ci collega e ci unisce. Non si riferisce al cammino, né a noi cristiani, laici, preti, vescovi. Questo "sin", questo "con", questa preposizione greca collega noi cristiani e ci conduce a una Persona che è Cristo. Occorre quindi fare una prima precisazione: non si tratta di un cammino del “tutti insieme” ma piuttosto di un “tutti insieme con Cristo. Non dimentichiamo che questo con Cristosi completa nella Chiesa, la quale si nutre e vive dei doni preziosi del suo prezioso Corpo e Sangue.

Inoltre, va sottolineato chiaramente che la sinodalità in tutte le Chiese cristiane, siano esse orientali o occidentali, non può essere una “copertura” che ci mostra al mondo moderno, ma anche tra di noi, come se fossimo una moderna repubblica occidentale, parlamentare possibilmente, dove tutti possono dire qualsiasi cosa e parlare di tutto. La vita delle Chiese cristiane non è mai stata una forma di democrazia in cui tutti decidono tutto in base alle regole della maggioranza. E non si trattava di una tale democrazia, non dimentichiamo che nei parlamenti i deputati vengono eletti e, quindi, sono rappresentanti di coloro che li hanno eletti. 

Quale sinodalità ritroveremo in Occidente? Una sinodalità come modo di vivere, direi, in Oriente e in Occidente. La vita dei cristiani, infatti, è ed è sempre stata un cammino “sinodico”, un cammino con Lui, insieme a Cristo Signore che è Lui stesso la via, la verità e la vita. Approfondire oggi, confrontarsi e parlare di comunione, non è certo una buona occasione che potrebbe farci interrogare sul modo in cui camminiamo con gli altri. Già dal nostro battesimo camminiamo con Cristo nella Chiesa, e questo è importante sottolinearlo. Ma dovrebbe essere il punto a partire dal quale riportare alla ribalta nella  nostra vita cristiana Colui, il Signore Gesù Cristo, con il quale camminiamo come cristiani.

Per tutti noi cristiani – orientali o occidentali – la via sarà la nostra come membra del Corpo di Cristo presso il Signore, o se volete, la Sua via con noi. Rilancio un tema presente negli Aforismi dei Padri e attribuito a Sant'Antonio Magno: ...quelle impronte nella sabbia del deserto, che Antonio credeva sue, ad un certo punto scopre, lui e noi con lui, che non appartengono a lui ma a Colui che cammina accanto ad Antonio e che lo sostiene nei momenti di debolezza. A Colui che è sempre al nostro fianco, al Signore risorto e vivente che è in mezzo a noi. E citando Antonio Magno, ricordo qui la vita monastica in Oriente e in Occidente, come modello di questa comunione a cui mi riferivo: guidati dal Vangelo, con l'insegnamento dell'Abate e degli anziani spirituali, camminiamo tutti con Cristo alla ricerca di Dio. Ancora una volta, la vocazione monastica può aiutarci a comprendere una realtà fondamentale nella vita cristiana.

Ricordo la bella edizione del cardinale Giacomo Biffi, arcivescovo di Bologna dal 1984 al 2003, pubblicata negli anni del grande Giubileo del 2000, che il cardinale di Bologna intitolò "Identikit del Festeggiato". È un testo che si riferisce a Lui, che è stato e deve essere al centro delle celebrazioni giubilari. Già da allora il grande cardinale italiano metteva in guardia dal pericolo di mettere in secondo piano o addirittura dimenticare Colui che era l'unico motivo del giubileo, la causa principale, l'unico destinatario, il Celebrato. A mio avviso, ho attribuito correttamente il ruolo della preposizione greca "sin" da cui con il sostantivo “odos” (strada) nascono i termini “sinodo” e “sinodalità”, e ho chiarito chi è il vero compagno di strada in questa sinodalità. Non c'è altro da aggiungere.

Nient'altro; L'ultima e fondamentale domanda a cui bisognerebbe aggiungere e dare risposta sarebbe: "che cos'è allora la sinodalità?". L’occasione non ci consente di fare o proporre nuove e imponenti definizioni, ma partendo dalla filologia che i Padri della Chiesa hanno sempre utilizzato come strumento per il loro catechismo e la loro mistagogia, propongo di guardare alla sinodalità (e agli altri termini che derivano da esso: sinodo, sinodo) come cammino di tutti noi che siamo stati battezzati in Cristo, ascoltando il suo Vangelo, celebrando la nostra fede, ricevendo la sua grazia nei sacramenti anche attraverso i nostri fratelli. Un cammino sicuramente insieme, guidati e accompagnati talvolta per mano, o anche portati sulle spalle dei nostri pastori, seguendo le orme di Colui che è la via, la verità e la vita.

C'è un altro aspetto della mia breve riflessione che non voglio affatto trascurare, che ho solo accennato all'inizio e che ripeterò qui solo come conclusione. Vale a dire, poiché siamo chiamati a porre al centro dell'interesse dei cristiani (clero e laici) la sinodalità, una sinodalità che, se non viene sufficientemente chiarita nel suo significato, rischia di essere intesa solo come “parlamentarismo cristiano” che ci permetterebbe di esprimere opinioni su tutti e su tutto, rischiamo di proporre e costruire, permettetemi l'espressione, un'ecclesiologia "piramidale" del Corpo di Cristo che è la Chiesa, e di dimenticare, o almeno di marginalizzare, un'altra prospettiva che ritengo fondamentale . Questa prospettiva fu al centro delle preoccupazioni ecclesiastiche già durante la seconda metà del suo regno ventesimo secolo e rimane una questione aperta di riflessione. È un punto critico (punctum dolens) anche oggi e si riferisce al collettivo episcopale in materia di amministrazione e vita della Chiesa. Sono consapevole, però, che questo costituisce un altro caso di lavoro, un altro capitolo, importante quanto la stessa sinodalità, di cui si parla tanto, cioè è una questione che ci porterebbe a una riflessione, che non andrebbe oltre solo queste poche pagine, ma anche l'attuale situazione ecclesiastica. Ho toccato questo argomento all'inizio della mia riflessione sui concili delle Chiese orientali, e lo lascio esattamente così come è stato affermato.

"Sinodo", "cammino con Cristo". Questo è il filo conduttore della mia riflessione. Senza pretese ma anche senza mai dimenticare Colui, il Signore che era, che è e che sarà il vero, l'unico compagno di strada di tutti noi, come membra del Suo Corpo che è la Chiesa. Per non dimenticare mai l'identità del celebrante (Identikit del Festeggiato).


+ Padre Emmanuel Nin
Esarca Apostolico

mercoledì 11 ottobre 2023

Don Dolindo contro tutti i venditori di parole inutili

Un importantissimo e severo monito a tutti i venditori di parole inutili, attraverso l’insegnamento di san Paolo.


"Fratelli, non comportatevi da bambini nei giudizi; siate come bambini quanto a malizia, ma uomini maturi quanto ai giudizi. Sta scritto nella Legge:
Parlerò a questo popolo in altre lingue
e con labbra di stranieri,
ma neanche così mi ascolteranno, dice il Signore. Quindi le lingue non sono un segno per i credenti ma per i non credenti, mentre la profezia non è per i non credenti ma per i credenti. Se, per esempio, quando si raduna tutta la comunità, tutti parlassero con il dono delle lingue e sopraggiungessero dei non iniziati o non credenti, non direbbero forse che siete pazzi? Se invece tutti profetassero e sopraggiungesse qualche non credente o un non iniziato, verrebbe convinto del suo errore da tutti, giudicato da tutti; sarebbero manifestati i segreti del suo cuore, e così prostrandosi a terra adorerebbe Dio, proclamando che veramente Dio è fra voi".

(1 Corinzi 14, 20-25)


Alla nostra generazione che, sotto accigliati atteggiamenti di critica e di scienza, si fa banditrice di parole inutili se non addirittura di frottole, non deve sfuggire il monito gravissimo che scaturisce dall’insegnamento dell’Apostolo in questo capitolo sull’eccellenza del dono della profezia su quello delle lingue.
L’ammonimento dell’Apostolo e gli argomenti con i quali egli lo illustra costituiscono per noi un monito.
Se san Paolo, infatti, trattando non di due manifestazioni dell’ingegno umano o di due rami di scienza terrena, ma di due doni dello Spirito Santo, insiste sull’eccellenza del secondo sul primo, unicamente perché non concepisce nella Chiesa un’attività che non riesca di edificazione e di consolazione spirituale dei fedeli, con più forte ragione ci ammonisce a ripudiare tutte quelle forme di ostentazione orgogliosa di scienza, di erudizione, di critica e di conoscenze umane, che non solo non giovano all'edificazione dei fedeli ma li disorientano dalla fede e dalla pietà, e non rare volte sono addirittura un’insidia per lo spirito cristiano.

Se chi ha un dono dello Spirito Santo, nel servirsene, deve porsi prima di tutto e soprattutto la domanda: «Giova questo all’edificazione degli altri?»; questa medesima domanda molto più se la deve porre chi scrive, chi insegna, chi esorta o chi fa ricerche storiche, critiche o archeologiche. Non è una domanda oziosa, ma implica una grave responsabilità di coscienza.
Da questo punto di vista, così importante ed essenziale dell’edificazione delle anime, bisogna riconoscere e confessare che molta della produzione moderna ispirata allo scientificismo e criticismo più o meno modernista, soprattutto nel campo biblico, non solo non è edificante ma è deleteria, sia per i fedeli sia per chi si prepara al sacerdozio, e per i sacerdoti e religiosi che debbono essere araldi della fede, luce e sale della terra, guide ed aiuto nelle vie del Cielo.
Dovremmo qui fare una disamina severa di questi spacciatori di parole e di frottole più o meno in veste di scieeenza (!!!) e di criiitica (!!) per dimostrare quanto male hanno fatto e fanno alle anime, abituandole all’orgogliosa iattanza, alla presunzione, ed alla diffidenza per tutto ciò che è Tradizione, semplicità di fede, e persino insegnamento dei Padri, che per noi dovrebbe essere santo, sacro e bello, come è bello un fascio di raggi solari riflesso in uno specchio, che illumina un angolo oscuro di una valle al sorgere o al tramontare sole.

Parlate con uno abituato a queste tristi e agghiacciate scuole moderne, e vi sentirete spifferare ad ogni piè sospinto paroloni, teorie, affermazioni, critiche, svalutazioni ecc. fatte con tale spirito di assolutismo, di disprezzo e d’infallibilità, che vi fa pena quando non vi stomaca.
Se non siete più che forti nella fede e nella pietà, vi troverete innanzi ad un orizzonte confuso che vi confonde, vi sembrerà in un primo momento di librarvi a volo in atmosfere superiori, e vi accorgerete in un secondo momento che più vi pare di volare in alto e più rimanete assiderati.
Strano, ma pur vero, soprattutto nel campo dello spirito: al livello comune si è riscaldati o si gode la frescura primaverile, a diecimila metri, dove si avrebbe l’illusione di stare più vicini al sole, si trovano cinquanta gradi sotto zero! Queste sono le altezze alle quali ci portano le quisquilie della modernità priva di amore di Dio; basta leggere qualcuno dei libri di simile genere per convincersene.

Chi parla in altre lingue lodando il Signore — dice san Paolo — non parla agli uomini ma a Dio, pur lodando il Signore, il suo linguaggio non giova per l’edificazione l’esortazione e la consolazione delle anime.
Chi parla non nella lingua dello Spirito Santo ma in quella del povero orgoglio umano, e non può essere capito, o anche se capito, non si ferma che a questioni accidentali, oziose o peggio che fanno venire molti dubbi sulla Parola di Dio, non solo non giova, ma nuoce e sottrae allo spirito umano ogni consolazione ed edificazione.
Il suono delle parole umane, peggio, delle parole incerte della critica e della falsa scienza, non è suono di tromba soprannaturale che orienta nelle battaglie dello spirito, ma è suono incerto, è parola che verbera l’aria, è lingua sconosciuta all’anima che è assetata di Dio.

Non siamo, perciò, fanciulli nell'intelligenza, non andiamo in cerca di notizie peregrine che appagano la curiosità o fomentano l’orgoglio; siamo invece avidi della Parola di Dio, e cerchiamo quello che giova alla nostra eterna salvezza, edificandoci e aiutandoci alla pratica della virtà,
Certe questioni filologiche, storiche o anche critiche, trattate con moderazione, possono giovare all’intelligenza del Testo Sacro, e allora soltanto hanno la loro utilità.
Quando portano nella mente la confusione delle opinioni più disparate, o nel cuore l’inaridimento, non giovano a nulla, e bisogna riservarle tutto al più a pochi specializzati, sempre pieni di pietà e di spirito, che possano servirsene opportunamente per la gloria di Dio e il bene delle anime.
Norma fondamentale di ogni attività nella Chiesa dev'essere la gloria di Dio e l’edificazione del popolo.

(Don Dolindo Ruotolo "Commento alla sacra scrittura - Lettere di san Paolo apostolo" Casa Mariana Editrice)


Riflessioni sul Sinodo dalla Nigeria: ci deve essere una sinodalità nel tempo e nello spazio

LETTERE DAL SINODO – 2023: #3 

A cura di Xavier Rynne II

6 ottobre 2023

Si prega di cliccare sul link e di visitare il sito da cui è  stato tratto e tradotto questo contributo

RIFLESSIONI SUL SINODO DALLA NIGERIA 

Padre Anthony Akinwale, OP (*)

Padre Anthony Akinwale, pagina Ordo Predicatorum

(...) La teoria dello sviluppo della dottrina di San John Henry Newman si regge su due piedi, vale a dire, permanenza e immutabilità della dottrina, e nuovi modi di comprendere, interpretare e formulare la dottrina immutabile.
Allo stesso tempo, Newman prevedeva la possibilità di malintesi, interpretazioni errate ed erronee riformulazioni della dottrina immutabile.
Per questo motivo contrapponeva gli sviluppi autentici alle corruzioni della dottrina.
Per cogliere questa differenziazione, presenta sette note o caratteristiche di un autentico sviluppo della dottrina, la prima delle quali è quella che chiama “conservazione del suo tipo”. 

Spiegando questa prima nota di sviluppo genuino, Newman scrisse:

Ciò è facilmente suggerito dall'analogia della crescita fisica, la quale è tale che le parti e le proporzioni della forma sviluppata, per quanto alterate, corrispondono a quelle che appartengono ai suoi rudimenti. L'animale adulto ha la stessa struttura che aveva alla nascita; i giovani uccelli non diventano pesci, né il bambino degenera nel bruto, selvatico o domestico, di cui è per eredità signore. (Saggio sullo sviluppo della dottrina cristiana , cap. 5, sezione 1.1)

È stato detto più e più volte che questo Sinodo non intende cambiare la dottrina. Allo stesso tempo, occorre dire che qualunque cosa venga detta o proposta in questo Sinodo deve rispondere a questa esigenza di conservazione della tipologia.
Le disposizioni e le azioni pastorali non devono essere viste come fuori sintonia con la dottrina. Non possiamo fare affidamento su Newman senza il Canone vincenziano sul quale Newman stesso ha fatto affidamento.  

La sinodalità non deve allontanarsi dalla dottrina apostolica. Ci obbliga a camminare nella tradizione apostolica.
Fu per tenerci lontani dal camminare insieme ma lontani dalla tradizione apostolica che Vincenzo di Lerino presentò il suo famoso Canone che rivelava [che] la dottrina apostolica è “quod semper, quod ubique, quod ab omnibus. 
La dottrina rivelata è quella che è stata sostenuta sempre, dovunque e da tutti.
Nel trattare ciascuna delle cosiddette questioni scottanti di questo Sinodo, la domanda di fondo è: si adatta alla descrizione di ciò che è stata ritenuta dottrina apostolica sempre, ovunque e da tutti? La risposta può essere solo “sì” o “no”. Sono domande che richiedono risposte chiare.

I pastori sono maestri della dottrina apostolica, non maestri di dottrine da loro inventate, né fautori o portavoce di ideologie in contrasto con la dottrina apostolica. Il loro esercizio del ministero pastorale implica ricevere, preservare e trasmettere la dottrina apostolica senza distorcerla.

La saggezza di Vincenzo di Lerino offre un monito a questo riguardo. Ha scritto:

"Custodisci questo deposito [della fede]. Ciò che ti è stato affidato e non ciò che hai inventato: questione non di ingegno, ma di apprendimento; non di adozione privata, ma di tradizione pubblica; ciò che hai ricevuto e non ciò che hai pensato. Tu non sei l'autore ma il tutore, non un insegnante ma uno studente, non il fondatore ma un seguace. Custodisci questo deposito. Preservare il dono della fede cattolica. Preservarlo da violazioni o adulterazioni. Ciò che ti è stato affidato conservalo in tuo possesso e lascia che ti sia trasmesso. Hai ricevuto oro, restituisci oro. Non sostituire una cosa con un'altra. . . . Insegnalo così come ti è stato insegnato. E mentre ti esprimi in modo nuovo non dire cose nuove". (Comunitorio, n. 53)

Papa San Giovanni XXIII distingueva tra la materia immutabile della dottrina e il modo mutevole di insegnarla.
Ma nella preparazione del Sinodo sulla sinodalità, si sentono voci di coloro che vogliono cambiare sia la questione che le modalità – o cambiare la questione cambiando le modalità.
È un tentativo di abbracciare la teoria dello sviluppo della dottrina di Newman ripudiando il Canone vincenziano. La conseguenza non può che essere il ripudio di entrambi. Perché non può esserci Newman senza Vincenzo, né Vincenzo senza Newman.  

Questo Sinodo dovrebbe camminare insieme nella tradizione e non lontano dalla tradizione.
Se i pastori sono maestri, non devono fare pastorale senza dottrina, non devono esercitare la volontà senza l'intelletto. Non possiamo amare veramente senza essere sinceri nell’amore. 

Sembra che l’attuale clima di antipatia verso l’intelletto abbia generato un inclusivismo del tipo “tutti sono i benvenuti”. Tutti sono benvenuti nella Chiesa.
Ma non tutti gli invitati accettarono l’invito. Alcuni, come il giovane ricco, “se ne andarono tristi” (Mt 19,22).
L’imperativo del pentimento e l’invito al discepolato vanno di pari passo. Infatti, se vogliamo seguire la cronologia del vangelo di Marco, l'imperativo “pentiti” fu pronunciato da Gesù prima dell'imperativo “seguimi” (Marco 1:14–17).
Il discepolato ha un costo. La Chiesa, come il suo Signore, deve essere onesta con coloro che sono invitati, coloro che vuole includere, facendo loro sapere che il discepolato ha un costo. È l’imperativo dell’onestà evangelica.

Non siamo i primi a vedere la Chiesa come sinodale. Il capitolo ottavo della Lumen Gentium del Concilio Vaticano II descrive appropriatamente la Chiesa come una “Chiesa pellegrina”, una Chiesa in cammino verso la perfezione escatologica. In questo senso la Chiesa è sinodale. La sua sinodalità è espressione della sua natura di comunione.
Nel suo cammino nella storia deve lasciarsi guidare dalla Parola di Dio nella Scrittura e nella tradizione.
Deve tenere presenti le parole del Salmista: «Lampada per i miei passi è la tua parola» (Sal 119,105). Si tratta di sinodalità con la Parola di Dio, con la sua conservazione e trasmissione che ne preserva il tipo. 

Questa è sinodalità con il passato. Dobbiamo camminare insieme a coloro che prima di noi hanno interpretato la dottrina apostolica. Gli insegnanti di dottrina devono considerare la tradizione cristiana come un dialogo che va avanti da oltre due millenni.
Dobbiamo camminare con coloro che hanno iniziato la conversazione prima del nostro arrivo. Questa è la sinodalità nel tempo.

Oltre alla sinodalità nel tempo, deve esserci anche la sinodalità nello spazio. In termini concreti, deve esserci anche una sinodalità con le Chiese locali in Africa e nel Sud del mondo, le cui voci sono state soffocate dalle voci di alcune Chiese locali nel Nord del mondo nella preparazione di questo Sinodo.
Il Sud potrà parlare? Il Nord ascolterà il Sud?
Anche in questo caso, abbiamo domande che richiedono risposte “sì” o “no”. Se non si risponde positivamente a queste domande, la sinodalità rischia di ridursi a uno slogan.


(*) Fr. Anthony Akinwale, OP, è un illustre studioso domenicano, recentemente insignito del titolo di Magister in Sacra Theologia ( “Maestro di Teologia” ) dal suo Ordine. Attualmente è professore di teologia sistematica e filosofia tomistica presso l'Università Dominicana di Ibadan, nello stato di Oyo, in Nigeria.

martedì 10 ottobre 2023

Fai parte del piccolo resto? (Padre Mark Goring)

Sia lodato Gesù Cristo! 

Quando l'Impero Romano fece del Cristianesimo la propria religione ufficiale, la Chiesa passò quasi istantaneamente dall'essere una chiesa ardente, una chiesa di martiri, una chiesa di confessori, passò insomma dall'essere una chiesa infuocata ad essere una chiesa tiepida politicamente corretta.  

Ed è per questo che abbiamo avuto il movimento dei padri del deserto nel quarto secolo, questi uomini e donne in fuga nel deserto egiziano per vivere una vita di fedeltà al Vangelo; e il movimento dei padri del deserto ha avuto un impatto enorme sulla Chiesa e sul mondo.

E poi poco dopo il movimento monastico con San Benedetto in Occidente, e altri movimenti monastici, hanno avuto un impatto enorme sulla Chiesa; e poi più avanti ancora nella storia abbiamo avuto i francescani, i domenicani, gli ordini mendicanti, queste comunità che cercavano di essere fedeli al Vangelo che hanno avuto un impatto enorme sulla Chiesa.

Poi ancora, più tardi, al tempo della Riforma, abbiamo avuto persone come San Filippo Neri, santa Teresa d'Avila, San Giovanni della Croce che fondavano queste che non chiamiamo chiamiamo piccolo resto;  i padri del deserto, i benedettini, gli ordini mendicanti... queste erano comunità, piccoli resti, piccoli gruppi di persone cristiane che cercavano solo di essere fedeli alla parola di Dio, che in questo perseverarono e alla fine si potrebbe dire hanno salvato il mondo perché sappiamo che è solo il vangelo di nostro Signore Gesù Cristo che salverà il mondo e ci sono volute piccole comunità, piccoli resti, per salvare il mondo.

Credo che stiamo vivendo in un momento in cui in molte parti del mondo oggi, quando vediamo paesi che una volta erano molto cattolici, molto cristiani, diventare secolarizzati e la fede viene quasi completamente perduta, dobbiamo solo riconoscere che siamo in un momento "da piccolo resto". 

La mia domanda per te è: "Fai parte di una comunità 'piccolo resto'? Hai compagni cattolici che stanno cercando onestamente e sinceramente di essere fedeli al vangelo di nostro Signore Gesù Cristo?"

Perché abbiamo bisogno di te, abbiamo bisogno delle comunità, dei piccoli resti  oggi in così tanti parti del mondo!

Vorrei leggervi da Maccabei 2:5, dove Giuda Maccabeo con circa altri nove piccoli gruppi di circa dieci persone sono riusciti a scappare nel deserto e  lui ha mantenuto in vita se stesso e i propri compagni sulle montagne come fanno gli animali selvatici, si sono adattati a vivere di ciò che cresceva spontaneo in modo da non condividere la contaminazione proprio come i padri del deserto, proprio come hanno fatto tanti movimenti.

Quindi ancora una volta la mia domanda per te è: "Fai parte di una comunità, di un piccolo resto che cerca di essere fedele alla Parola di Dio e cerca di preservare nella nostra bellissima fede cattolica per la salvezza del mondo?"

Viva Cristo Re!


Padre Mark Goring


Nella Messa Dio parla

Nella Messa Dio parla

O Dio, tu sei nostro Padre e noi siamo la tua famiglia: apri le nostre menti all'ascolto e alla comprensione della tua parola, e donaci un cuore docile a quanto oggi ci dirà il tuo Spirito. Per il nostro Signore Gesù Cristo. 
Colletta 

 

Gesù, oltre che nel corpo e nel sangue, è presente nella Santa Messa anche come Parola di Dio incarnata. Tutti sappiamo quanto sia importante ricevere, da persone che sono significative per noi, parole di sostegno, consolazione, incoraggiamento, ammonizione; parole di rispetto, amore, riconoscimento, lode, consiglio... 

Chi non desidererebbe ascoltare simili parole da Dio, soprattutto quando ci troviamo in situazioni della vita difficili? Talvolta la Parola di Dio è la nostra unica medicina e consolazione ed essa solamente può infonderci speranza, pace e guarigione (Sal 107,20), e aiutarci a prendere la decisione giusta. 

Tutto viene creato dalla Parola di Dio e la stessa Parola può plasmarci, rinnovarci, curarci, liberarci. 

La Parola di Dio (la Bibbia, la Sacra Scrittura) è della massima importanza nella celebrazione della Messa. “Lo Spirito Santo ricorda in primo luogo all’assemblea liturgica il senso dell’evento della salvezza vivificando la Parola di Dio che viene annunziata per essere accolta e vissuta: Massima è l’importanza della Sacra Scrittura nel celebrare la liturgia. Da essa infatti vengono tratte le letture da spiegare nell’omelia e i salmi da cantare; del suo afflato e del suo spirito sono permeate le preci, le orazioni e gli inni liturgici, e da essa prendono significato le azioni e i segni” (CCC 1100). 

Gesù è la Parola di Dio incarnata e per questo, quando accogliamo la Parola, accogliamo Lui (Gv 1,1-15), quando conosciamo la Parola, conosciamo il cuore di Gesù (CCC 112). Perciò la Parola accolta nel cuore può compiere cose soprannaturali nello spirito, nell'anima e nel corpo. 

Durante la Santa Messa Dio parla alla nostra mente, così come al nostro essere interiore. È fondamentale recarsi a Messa con la convinzione che ognuno di noi è importante per Dio, che lui vede ogni nostra esigenza e desidera parlare personalmente con ciascuno di noi. 

Voglio ripetere quanto segue: Dio ha creato tutti noi perché vivessimo in eterno. Ci ha posti in questo mondo affinché durante questa nostra breve vita potessimo determinare il nostro destino di eternità, quindi per Lui ogni momento che viviamo è importante. Perciò è pronto a intervenire in ogni situazione in cui lo invochiamo, ed è parimenti pronto a parlare con noi personalmente. Potrebbe forse confortarci, incoraggiarci, ammonirci, istruirci, guidarci... senza parlare con noi? 

Ad ogni Santa Messa, il Seminatore (Dio) getta il seme della sua Parola affinché possa dare molteplici frutti nelle nostre vite (CCC 1101). Per questo è bene che la parabola del Seminatore sia scolpita nella nostra mente e nel nostro cuore.

La parabola del seminatore 

Poiché una gran folla si radunava e accorreva a lui gente da ogni città, disse con una parabola: “Il seminatore uscì a seminare la sua semente. Mentre seminava, parte cadde lungo la strada e fu calpestata, e gli uccelli del cielo la divorarono. Un'altra parte cadde sulla pietra e appena germogliata inaridì per mancanza di umidità. Un'altra cadde in mezzo alle spine e le spine, cresciute insieme con essa, la soffocarono. Un'altra cadde sulla terra buona, germogliò e fruttò cento volte tanto.” Detto questo esclamò: “Chi ha orecchi per intendere, intenda!” 

“Il significato della parabola è questo: Il seme è la parola di Dio. I semi caduti lungo la strada sono coloro che l'hanno ascoltata. Ma poi viene il Diavolo e porta via la parola dai loro cuori, perché non credano e così siano salvati. Quelli sulla pietra sono coloro che, quando ascoltano, accolgono con gioia la parola, ma non hanno radice: credono per un certo tempo, ma nell'ora della tentazione vengono meno. Il seme caduto in mezzo alle spine sono coloro che, dopo aver ascoltato, strada facendo si lasciano sopraffare dalle preoccupazioni, dalla ricchezza e dai piaceri della vita e non giungono a maturazione. Il seme caduto sulla terra buona sono coloro che, dopo aver ascoltato la parola con cuore buono e perfetto, la custodiscono e producono frutto con la loro perseveranza.” Lc 8,4-8;11-15 (Mt 13,1-9; Mc 4,1-9) 

Molte volte abbiamo ascoltato parole che abbiamo accolto con gioia, che ci hanno toccato in modo particolare; parole sulle quali abbiamo cominciato a riflettere, che hanno stimolato la nostra immaginazione, il desiderio e l'emozione (CCC 2708). 

Molte di queste parole ci hanno spinto a cooperare con la grazia in modo speciale, per un beneficio temporaneo e/o eterno. Ma troppo spesso non siamo stati capaci di custodire, di preservare la Parola, tenerla saldamente nel cuore e non abbiamo prodotto frutto. 

Ecco perché Dio desidera parlarci personalmente, perché sa quanto le sue parole ci siano necessarie, quanta forza abbiano quando si insediano e rimangono nel cuore. Gesù desidera espressamente che lo amiamo in modo tale da imparare ad accogliere, custodire, vivere della sua Parola (Gv 14,23-24; Gv 15,7; Mt 4,4). La Parola di Dio, serbata nel cuore, apre la strada per l'operato dello Spirito, fa crescere in noi i suoi frutti e i doni grazie ai quali diventiamo una benedizione per noi stessi e per gli altri. 

Non esiste alcuna situazione della vita che l'onnipotente Parola di Dio non possa trasformare in benedizione. 

Ad ogni Messa ascoltiamo molte sante parole, prese dalla Sacra Scrittura o da essa ispirate. Ognuna di queste può diventare una speciale benedizione per colui che la ascolta e la custodisce nel cuore. Se vogliamo ascoltare, ovvero riconoscere le parole che Dio vuole sottolineare specialmente per noi, con cui desidera stimolarci in modo particolare, non dobbiamo aspettarci un discorso tuonante e potente accompagnato da chissà quali esperienze sensoriali, emotive o di altra natura, per quanto ciò possa comunque accadere. 

Impariamo ad ascoltare nella pace, completamente concentrati sulle parole che sentiamo o pronunciamo. Dobbiamo lasciare che il nostro cuore sia come la superficie calma dell'acqua dove è facile notare anche il minimo tocco. Proprio come la qualità della pianta non dipende dall'intensità del suono che il seme ha prodotto cadendo a terra, così l'importanza delle parole di Dio non è legata all'intensità con cui le abbiamo sentite. 

Ho imparato che talvolta le parole che notiamo appena, quando le ascoltiamo, producono maggior frutto di quelle che notiamo con maggiore intensità. 

Dobbiamo vivere della Parola che esce dalla bocca di Dio, bramare le parole indirizzate a noi personalmente, ma non con un senso di attesa carico di tensione, bensì con arrendevole calma, con la fiducia che Dio ci parlerà nel momento giusto e nel modo giusto. 

Una parte indispensabile della preparazione alla Messa è il mettersi alla presenza di Dio: in essa possiamo raggiungere la quiete del cuore, placare i nostri sentimenti (siano essi positivi o negativi) e mantenere l'attenzione su ciò che accade durante la liturgia, ossia sulle parole, sulle azioni e sui segni (CCC 1098; SC 11)  - su Colui che incontriamo e in Cui entriamo nella liturgia, cioè Dio. Quando rivolgiamo l'attenzione a Dio, i nostri sensi, pensieri e desideri sono pacificati e possiamo nutrirci della Parola.

("La Santa Messa: perché è come" di padre Josip Lončar)

lunedì 9 ottobre 2023

Le grazie che scaturiscono dalla Messa. 8: Forza spirituale, protezione dal maligno, crescita nei doni e frutti dello Spirito Santo

 

Le grazie che scaturiscono dalla Messa 
(di padre Josip Lončar)
8: Forza spirituale, liberazione dal maligno, crescita nei doni e frutti dello Spirito  Santo

 

Forza spirituale 

 All'inizio della Santa Messa, durante l'atto penitenziale, riconosciamo i nostri peccati e le tendenze peccaminose contro le quali combattiamo, talvolta senza successo.

Prendiamo anche atto della nostra poca voglia di cambiare: facciamo pochissime opere di bene, offriamo pochi sacrifici, trascorriamo troppo poco tempo con Dio e in Dio.
Riconosciamo che l’amore verso i nostri vicini è lontano dall'amore che dovremmo avere e dimostrare, che ci è necessaria la saggezza di Dio per prendere buone decisioni.
Per questo andiamo a Messa, per ricevere la grazia, per ricevere la forza spirituale di poter resistere al male e deciderci per il bene. Andiamo a Messa per incontrare Dio, affinché la sua Parola possa entrare in noi e rimanere in noi, affinché anche dopo la celebrazione restiamo in lui e la grazia di Gesù ci redima dalle tentazioni della carne e del mondo. 

Liberazione e protezione dalle influenze maligne 

Sappiamo che esistono persone che si occupano di varie pratiche occulte con le quali recano danno ad altri. Tali persone difficilmente possono nuocere a coloro che hanno costruito un rapporto personale e intimo con Dio e che sono abituati alle lotte spirituali (Ef 6,10-20).
Sicuramente le pratiche occulte possono danneggiare in vari modi, ma il problema maggiore sorge quando si cerca rimedio nel posto sbagliato. Allora, quasi sempre, si scopre il presunto colpevole dei danni provocati e si arriva a ciò che il diavolo effettivamente vuole: la condanna, il risentimento e persino l'odio, fino ad arrivare alla distruzione della propria anima.
Quando offriamo la Santa Messa per la liberazione dalle influenze maligne è importante sapere che in tale processo è necessario: perdonare sinceramente coloro che hanno peccato o che peccano contro di noi, benedirli e pregare per loro e non tentare di capire di chi si tratta se non siamo pronti ad amare i nemici.
È altrettanto importante comprendere che possiamo essere stati colpiti poiché non avevamo un rapporto sufficientemente buono e intimo con Dio e quindi dobbiamo pentirci di ciò e decidere di stabilire tale rapporto con maggiore intensità. Se non lo facciamo, allora non saremo in grado di mantenere a lungo la libertà che riceveremo attraverso la redenzione oppure semplicemente non riusciremo a raggiungerla.
È pertanto rilevante prepararsi adeguatamente al sacrificio della Messa. Senza questo non possiamo ottenere ciò che cerchiamo. 

Crescita nei doni e nei frutti dello Spirito Santo 

Offrendo le intenzioni della Messa per noi stessi e per gli altri, dimorando intensamente nella grazia di Dio, Dio ci rende nuovi, sempre più simili a lui.
Per questo nel conseguimento dei beni spirituali è compresa anche la crescita nei frutti dello Spirito: amore, gioia, pace, pazienza, bontà, benevolenza, mitezza, fedeltà, dominio di sé (Gal 5,22).
Questo perfezionamento, questo continuo modellamento del cuore, questa conversione e consacrazione permanente devono rappresentare per noi uno dei motivi più forti in assoluto per partecipare attivamente e proficuamente alla Santa Messa. Il cambiamento del cuore in termini di qualità rallegra grandemente il Signore, e tutti coloro con i quali viviamo, ma soprattutto dovrebbe rallegrare noi stessi.

La "vera Chiesa" è visibile o invisibile? Differenze tra la visione cattolica e quella protestante

 

"Disputa del Sacramento" - Raffaello Sanzio

Prima di poter dire se Gesù ha posto o meno San Pietro a capo della Chiesa terrena, dobbiamo chiarire cosa intendiamo per Chiesa. Cattolici e protestanti tendono a intendere questa parola in modi diversi. Uno dei modi più chiari in cui possiamo vederlo è discutere l’idea della “vera Chiesa”

Per i cattolici, questa è la Chiesa cattolica, basata sull’idea che è stata fondata da Gesù Cristo e preservata dallo Spirito Santo nel corso della storia.
Se non hai familiarità con il protestantesimo, potresti immaginare che i protestanti parlino delle loro denominazioni allo stesso modo: che la “chiesa battista” o “chiesa metodista” sia l’unica vera Chiesa. Ma escludendo alcuni elementi marginali all'interno del protestantesimo, attualmente, pochi protestanti in realtà dicono una cosa del genere.
Invece, la maggior parte dei protestanti sosterrà che non esiste una vera Chiesa sulla terra, nel senso di una denominazione particolare o di un corpo visibile.

Matt Slick, conduttore radiofonico e autore principale del popolare sito calvinista CARM (Ministero dell'Apologetica e della Ricerca Cristiana), sostiene che le persone "pensano erroneamente che esista un'organizzazione terrena che è l'unica vera chiesa, come se fosse un insieme di persone, chiese strutture, e l'"autorità" designa che è l'"unica vera chiesa" sulla terra."
J.C. Ryle, il vescovo evangelico anglicano di Liverpool all'inizio del secolo scorso, sostiene similmente che "nessuna Chiesa visibile ha alcun diritto di dire 'Noi siamo l'unica vera Chiesa'” e che “nessuna Chiesa visibile dovrebbe mai osare dire: 'Noi sussisteremo per sempre'. l'inferno non ci vincerà."

In sintesi, la Chiesa è una comunità visibile. Come comunità, ha una struttura e un'organizzazione di base e ci sono ruoli specializzati all'interno della comunità. Cristo stesso è il capo ultimo della Chiesa. Ma questa Chiesa visibile non è solo sulla terra. Di questa Chiesa fanno parte anche le anime sante del purgatorio e i santi del cielo. Questi sono ciò che il Catechismo chiama i “tre stati della Chiesa” (CCC 953). Tradizionalmente, sono conosciute come Chiesa militante, Chiesa purgante e Chiesa trionfante. Le cose non sono sempre così bianche o nere: proprio come ogni altra società, ci sono persone ai confini, legate alla Chiesa in un modo più complicato: non solo semplicemente “dentro” o “fuori”.

Se tornassi indietro nel tempo e chiedessi a un cristiano dei primi 1.500 anni di storia della Chiesa cosa sia la Chiesa, ci sono buone probabilità che otterremmo qualcosa che assomiglia alla risposta che ho menzionato sopra.
Ma a partire dalla metà del 1300, un professore di seminario e sacerdote di nome John Wycliffe iniziò a predicare una visione radicalmente diversa della Chiesa. Ha cambiato il corso della storia della Chiesa. La visione alternativa della Chiesa di Wycliffe fu abbracciata da Jan Hus, poi da Martin Lutero e poi (con alcune importanti modifiche) da Giovanni Calvino.
È per questo motivo che Wycliffe è talvolta chiamato la “Stella del mattino della Riforma”, e sebbene non esista una “dottrina protestante” concordata da tutti i protestanti, la visione di Wycliffe, almeno storicamente, si è avvicinata.
Il nocciolo dell’affermazione di Wycliffe era semplice: “Coloro che un giorno saranno benedetti in cielo sono membri della santa Chiesa, e nessun altro”. Vale a dire, “la Chiesa” comprende quelli che alla fine saranno salvati.
Risolverebbe nettamente il problema dei cattivi cattolici (e in particolare del cattivo clero): si scopre che non hanno mai fatto parte della Chiesa.

Lutero espone il punto di vista in modo succinto: "Sia lode a Dio, un bambino di sette anni sa cos'è la Chiesa: i santi credenti e 'le pecorelle che ascoltano la voce del loro pastore'". Altrove, dice che non si può dire chi è e chi non è cristiano perché «il cristianesimo è un'assemblea spirituale di anime in una sola fede», e «così parla la Sacra Scrittura della santa Chiesa e della cristianità. Non può parlarne in nessun altro modo».

Per quanto riguarda la “cristianità fisica ed esterna”, Lutero sostiene che questa è “creata dall’uomo” e che è un abuso del linguaggio applicare ad essa termini come “spirituale” o “chiesa”. 

Il riformatore Giovanni Calvino ha una visione leggermente più sfumata. Dal punto di vista, “le Scritture parlano della Chiesa in due modi”. Il primo è “la Chiesa quale realmente è davanti a Dio”, composta “dagli eletti che esistono fin dall’inizio del mondo”. Questa è la Chiesa invisibile di Lutero. La seconda è la Chiesa visibile, e Calvino avverte che “in questa Chiesa c’è una grande mescolanza di ipocriti, che non hanno nulla di Cristo se non il nome e l’apparenza esteriore”. Come riassume Slick, “La chiesa invisibile è la chiesa  composta da veri credenti. La chiesa visibile è composta da coloro che dicono di essere cristiani e di non essere veramente salvati”. 

Questo cambiamento nella comprensione della Chiesa è un punto di svolta per la Riforma protestante. Come racconta lo storico Eugene Rice, è un mito che la Riforma riguardasse principalmente la riforma: anche se i leader della Riforma protestante erano sensibili agli abusi ecclesiastici e desideravano riformarli, la riforma degli abusi non era la loro preoccupazione fondamentale.
Il tentativo di riformare un’istituzione, dopo tutto, suggerisce che i suoi abusi siano macchie temporanee su un corpo fondamentalmente sano e bello. Lutero, Zwingli e Calvino, invece, non lo credevano tale.
Attaccarono la corruzione del papato rinascimentale, ma il loro scopo non era semplicemente quello di riformarlo; identificavano il papa con l'Anticristo e desideravano abolire del tutto il papato.
Come spiega Rice, “La Riforma protestante non fu affatto una 'riforma' in senso stretto”, perché “nella sua relazione con la Chiesa così come esisteva nel secondo decennio del XVI secolo, non venne a riformare ma a distruggere”. 

Ma non si può sostenere che Cristo abbia fondato la Chiesa visibile e allo stesso tempo passare la vita cercando di distruggere la Chiesa visibile e di cambiare le sue dottrine. Quindi è necessario che i Riformatori ritengano che la Chiesa che tutti possono vedere non sia la vera Chiesa. Invece, la vera Chiesa è invisibile, e nessuno sa chi ne fa parte, e per avvicinare la Chiesa visibile a questa Chiesa invisibile vanno attuate le idee dei Riformatori.

Una chiesa o due? 

Allora cosa c’è di sbagliato in questa visione della Chiesa?
Per cominciare, Wycliffe e Lutero non possono avere ragione nel dire che la Chiesa è solo la chiesa invisibile dei salvati, poiché ci sono troppi riferimenti biblici alla struttura terrena e al governo della Chiesa.
E Calvino non può avere ragione nel separare la Chiesa visibile da quella invisibile, poiché crea due Chiese separate. Non è una soluzione accettabile. Non è solo che il Nuovo Testamento parla costantemente della “chiesa” al singolare (cfr. Matteo 18:17; Atti 8:3, 12:1, 12:5; ecc.). È anche perché San Paolo descrive la Chiesa come il corpo di Cristo e la Sposa di Cristo (cfr Ef 5,23-32), e va direttamente contro il significato di queste espressioni suggerire che Cristo abbia molteplici spose o più corpi. Con le parole stesse di Cristo, egli promette di edificare la “mia Chiesa”. Da dove vengono queste altre chiese?

Dovrei subito notare che i teologi protestanti sono divisi sulla questione se la loro visione richieda o meno due chiese separate.
Ad esempio, lo studioso biblico (e ministro presbiteriano) John Bright è abbastanza esplicito nel ritenere che “le chiese visibili non sono la Chiesa. Nella migliore delle ipotesi sono permeati di peccato e orgoglio e non sono che la più pallida approssimazione del corpo di Cristo”, e che “sopra queste chiese fragili e deboli torreggia quest’altra Chiesa, la Chiesa invisibile”.
John MacArthur allo stesso modo dice che “sebbene la chiesa visibile e quella invisibile inizialmente fossero la stessa cosa, il quadro cambiò man mano che i falsi credenti si associavano alla chiesa.” 

Tale visione solleva enormi problemi teologici. Come può Cristo avere più spose o più corpi? E perché la Scrittura non menziona mai questa seconda Chiesa, invisibile e più vera? Perché ci sono così tanti passaggi sull’unità della Chiesa e assolutamente nessuno sulla “dualità”?

Anche molti sostenitori della “Chiesa invisibile” riconoscono questa difficoltà e cercano di trovare modi per aggirarla.
Ad esempio, il teologo scozzese James Bannerman (1807–1868) insiste sul fatto che in realtà si tratta semplicemente “della stessa Chiesa sotto due caratteri diversi. Noi non affermiamo che Cristo abbia fondato sulla terra due Chiese, ma una sola; e affermiamo che quell'unica Chiesa è da considerarsi sotto due aspetti distinti. In quanto Chiesa invisibile, essa consiste dell'insieme degli eletti, che sono vitalmente uniti a Cristo Capo, e di nessun altro. In quanto Chiesa visibile, è composta da tutti coloro che professano la fede di Cristo, insieme ai loro figli".

È vero che sia i cattolici che i protestanti dicono che ci sono aspetti visibili e invisibili della vera Chiesa.
Bannerman descrive la Chiesa visibile come “una società esteriore e visibile, che abbraccia e comprende quella invisibile e spirituale; in altre parole, una Chiesa esteriore, all'interno della quale è incorporata, protetta, perfezionata, la Chiesa invisibile dei veri credenti». Ma se questo è vero, allora non stiamo parlando di due chiese, una visibile e una invisibile!

Inoltre, dice che “la parte propria con la quale viene stipulato il patto di grazia, e alla quale appartengono le sue promesse e i suoi privilegi, è la Chiesa invisibile dei veri credenti. È questa Chiesa per la quale Cristo è morto".
Cristo dunque è morto non per la Chiesa visibile, ma per la Chiesa invisibile? Vi sembra ancora che si parli di una sola e stessa Chiesa? Può darsi che l’unica vera differenza tra le opinioni di Bright e quelle di Bannerman sia che Bright è più diretto riguardo alle implicazioni delle sue convinzioni.

La Confessione di fede di Westminster (1647), una delle più importanti confessioni riformate, decreta che “la chiesa cattolica o universale, che è invisibile, consiste dell’intero numero degli eletti, che sono stati, sono o saranno riuniti in uno, sotto Cristo suo Capo; ed è la sposa, il corpo, la pienezza di Colui che riempie tutto in tutti”. Inoltre c'è «la Chiesa visibile, che è anche cattolica o universale sotto il Vangelo», ma in questa seconda Chiesa universale anche «le chiese più pure sotto il cielo sono soggette sia a confusione che a errore; e alcuni sono così degenerati, da non diventare chiese di Cristo, ma sinagoghe di Satana».
Questo è un dettaglio importante, perché significa che anche se ci fosse un'unica Chiesa visibile in tutto il mondo, essa continuerebbe a:

  • essere soggetto all'errore
  • non essere uguale alla Chiesa invisibile.

Nonostante le pretese di alcuni teologi protestanti, ciò che viene descritto non può essere ridotto semplicemente a due aspetti della stessa Chiesa. Invece, questi teologi e queste confessioni descrivono chiaramente due chiese distinte: una santa invisibile e una meno santa visibile. Solo una di queste, secondo questi teologi, fa parte della Nuova Alleanza. Inoltre, queste due chiese hanno membri diversi.

La Seconda Confessione Elvetica, composta dal riformatore svizzero Heinrich Bullinger, afferma che “la Chiesa di Dio può essere definita invisibile; non perché gli uomini che la compongono siano invisibili, ma perché, essendo nascosta alla nostra vista e conosciuta solo da Dio, non può essere riconosciuta dal giudizio dell'uomo». Possiamo sapere chi è membro della Chiesa visibile, ma non possiamo sapere chi è membro della Chiesa invisibile.
Il problema qui non è che ci siano dimensioni visibili e invisibili nella Chiesa, o anche che ci siano coloro che potrebbero essere uniti alla Chiesa in modi noti solo a Dio. Si tratta piuttosto di credere in due realtà: una Chiesa visibile e una Chiesa invisibile, che non solo sono separate, ma a volte anche contrapposte.
Per affrontare il problema da una prospettiva leggermente diversa, se la “Chiesa visibile” non è la Chiesa guidata (e salvata) da Cristo, allora non dovremmo darle affatto il nome “Chiesa”, e torniamo a la posizione luterana secondo cui l'unica Chiesa è quella invisibile.

Il problema di Giuda

Sia che consideriamo le teorie della Chiesa avanzate da Hus, Wycliffe, Lutero, Calvino, o dalla maggior parte dei loro successori, esse condividono la stessa forza e debolezza. Parte del fascino delle teorie della “Chiesa invisibile” è che ci permettono di spiegare il cattivo comportamento dei cristiani.
Robert Velarde di Focus on the Family spiega che è importante per noi distinguere la Chiesa visibile da quella invisibile “per non confondere ciò che a volte vediamo fare dalle chiese fallibili con la realtà della Chiesa universale. Non solo le chiese visibili e locali spesso ospitano non credenti, ma anche i credenti stessi sono imperfetti, il che comporta sfide e tensioni in ogni chiesa visibile».
Questo è il vantaggio: se la Chiesa invisibile è nascosta da qualche parte all’interno della Chiesa visibile, e nessuno si può dire dove, allora non c'è rischio di responsabilità per il cattivo comportamento dei cristiani.
Ma non è affatto chiaro se Gesù voglia che ci avviciniamo alla Chiesa nel modo in cui un’azienda disonesta utilizza le società di comodo! 

In effetti, vale la pena osservare in che modo Gesù e i Riformatori affrontano forse il più grande scandalo personale nella storia della Chiesa, Giuda Iscariota.
Wycliffe sosteneva che “Giuda era un ladro e non era membro di Cristo, né parte della santa Chiesa, sebbene esercitasse l’ordine vescovile”.
Allo stesso modo, Calvino ammise che Giuda fosse un apostolo, poiché possedeva “un ufficio apostolico”, ma negò che egli sia mai stato in qualche modo parte del corpo di Cristo, poiché “nessuno di quelli che Cristo ha innestato una volta nel suo corpo non permetterà mai che muoia”.
La concezione di Wycliffe e Calvino – secondo cui Giuda avrebbe potuto in qualche modo essere un vescovo e un apostolo senza far parte della Chiesa – è difficile a credersi. L’idea che gli apostoli siano parte del corpo di Cristo non è solo implicita nella Scrittura. San Paolo lo dice esplicitamente (1 Cor 12,27-28): Ora voi siete il corpo di Cristo e singolarmente membra di esso. E Dio ha costituito nella Chiesa i primi apostoli, i secondi profeti, i terzi maestri, poi gli operatori di miracoli, poi i guaritori, gli aiutanti, gli amministratori, i parlanti in varie lingue. L'apostolo è per definizione parte del corpo di Cristo, la Chiesa.
Se Calvino non riesce ad armonizzarlo con la sua visione della Chiesa e la sua comprensione della predestinazione, allora sono queste idee che necessitano di essere modificate!

Inoltre, Giuda non è un falso apostolo, come gli uomini che Paolo sembra aver incontrato a Corinto. Gesù lo chiamò per nome, come vediamo nel Vangelo di Matteo, dove si dice che Gesù «chiamò a sé i suoi dodici discepoli e diede loro potere sugli spiriti immondi, di scacciarli e di guarire ogni malattia e ogni infermità. I nomi dei dodici apostoli sono questi: . . . e Giuda Iscariota, che lo tradì” (Matteo 10:1–4). Gesù sembra sottolineare questo punto quando dice: “Non ho scelto io voi, i dodici, e uno di voi è un diavolo?” (Giovanni 6:70). Per evitare fraintendimenti, san Giovanni aggiunge che Gesù «parlava di Giuda, figlio di Simone Iscariota, perché lui, uno dei Dodici, doveva tradirlo»

Quindi il difetto di questa teoria è che contraddice il modo in cui Gesù descrive la sua stessa Chiesa. Non c’è posto per Giuda nella chiesa di Lutero, ma c’è nella chiesa di Gesù. (Ciò non significa che Giuda sia salvato: il punto è che, contrariamente a quanto affermato  dai riformatori, ci sono alcune persone non salvate nella Chiesa.)
Quindi è chiaro che la Chiesa di Gesù e quella di Lutero non sono la stessa cosa.

Deismo ecclesiale

Un secondo problema di questa visione è il ruolo che essa dà alla Chiesa visibile e alla questione della denominazione.
L’ho sperimentato personalmente mentre evangelizzavo in un campus laico, quando un membro della facoltà battista ha detto a me e al mio amico che “A Dio non importa in quale chiesa sei, purché tu sia un credente!” In passato, quando incontravo affermazioni come questa, di solito erano una critica al cattolicesimo. Ma qui la donna lo intendeva chiaramente come una sorta di ramoscello d'ulivo, per farci sapere che ci considerava fratelli cristiani, nonostante fossimo cattolici. Ciò rendeva tutto ancora più strano, come se dovessi confortare qualcuno che sta attraversando difficoltà coniugali dicendogli che le sue difficoltà non contano per Dio, purché abbia fede! 

È un’affermazione molto più adeguata a un sistema religioso come il deismo (in cui Dio carica l’universo come un orologio e poi lo lascia andare) che al cristianesimo, in cui Dio è entrato nella storia.
In effetti, il mio amico Bryan Cross ha coniato il termine “deismo ecclesiale” per questa teoria, che definisce come segue: il deismo ecclesiale è l'idea che Cristo fondò la sua Chiesa, ma poi si ritirò, non proteggendo il Magistero della sua Chiesa (cioè gli apostoli e/o gli apostoli) o i loro successori nel magistero della Chiesa) dal cadere nell’eresia o nell’apostasia.
Il deismo ecclesiale non è la convinzione che singoli membri del Magistero possano cadere nell’eresia o nell’apostasia. È la convinzione che il Magistero stesso potrebbe perdere o corrompere alcuni elementi essenziali del deposito della fede, o aggiungere qualcosa al deposito della fede, come, secondo i protestanti, sarebbe avvenuto nel quinto, sesto e settimo concilio ecumenico.

In altre parole, il problema qui non è solo che i protestanti stanno separando la Chiesa visibile da quella invisibile. È che stanno suggerendo che Dio ha lasciato che l’intera Chiesa visibile cadesse effettivamente nell’errore dottrinale, o addirittura nell’apostasia. Dopotutto, non è possibile che tutte le denominazioni concorrenti del cristianesimo, o anche tutte le denominazioni concorrenti del protestantesimo, possano avere ragione.

Quindi questo ci lascia con tre possibilità.

La prima è che a Dio non interessano queste questioni dottrinali.
Se è così, non ha senso per noi dividerci in campi come cristiani. Come direbbe San Paolo: «Vi esorto, fratelli, nel nome del Signore nostro Gesù Cristo, a che voi tutti siate d'accordo e che non vi siano disaccordi tra voi, ma che siate uniti nello stesso pensiero e nello stesso spirito. giudizio”
(1 Corinzi 1:10).

La seconda è che Dio si preoccupa di queste questioni dottrinali, ma nessuna delle chiese visibili sulla terra le capisce bene.
Questa è la posizione del “deismo ecclesiale”: tutti sono nell’errore e Dio non ha protetto nessuno.

La terza è che Dio si preoccupa davvero di queste questioni dottrinali, e una Chiesa ha ragione. E può essere solo una, poiché due chiese in disaccordo non possono avere entrambe ragione.


Il corpo non assemblato

La “Chiesa invisibile” del protestantesimo non è "unita" in alcun modo visibile e significativo. Infatti, come vi diranno i sostenitori di questa teoria, i suoi membri fanno parte di una varietà di denominazioni che predicano credi contraddittori.
Ma il risultato di ciò è che la “Chiesa” si riduce al numero dei credenti – che la Chiesa è, come dice un “manuale biblico”, “persone che credono”.In questa ecclesiologia, la “Chiesa” diventa semplicemente un sostituire il numero totale dei credenti. In altre parole, è atomistico, poiché riduce il tutto alla somma delle parti.

È lo stesso errore che fa l’astronomo Carl Sagan riguardo al suo corpo quando dice: “Sono un insieme di acqua, calcio e molecole organiche chiamato Carl Sagan. Siete una raccolta di molecole quasi identiche con un’etichetta collettiva diversa”.
Ma ogni minuto, milioni di globuli bianchi neutrofili muoiono e vengono sostituiti in un processo noto come apoptosi. Se “tu” sei solo la somma totale delle tue cellule, e quella precisa somma totale esiste solo per una frazione di secondo, allora non esisti funzionalmente.
Per dirla in altro modo, se Sagan ha ragione, una persona diversa ha iniziato a leggere questa frase rispetto a quella che l'ha finita.
Inoltre, come osserva Sagan, tu ed io siamo costituiti ciascuno da acqua, calcio e molecole organiche, quindi cosa rende una collezione tu e un'altra collezione me?

La differenza è ciò che i filosofi chiamano la forma.
La differenza tra un pezzo di marmo e il David di Michelangelo non è una qualità delle molecole del marmo, ma la forma o la disposizione della materia.
Negli esseri umani, il “principio in base al quale comprendiamo primariamente, sia esso chiamato intelletto o anima intellettuale, è la forma del corpo”. In altre parole, esiste un disegno unificante per ciascun corpo umano, che organizza i costituenti molecolari delle parti. Una volta che moriamo, quel piano svanisce e le parti si decompongono e prendono strade separate. 

Questo è ciò che manca a Sagan riguardo al corpo umano, ed è ciò che manca a molti autori protestanti riguardo al corpo di Cristo.

Se la Chiesa è solo uno spaccato di credenti, allora esiste solo come concetto o misura, come “l’insieme dei mancini” o la temperatura esterna. È una semplice “etichetta collettiva”, per usare il termine di Sagan. Il risultato è che non resta nulla, e così si ottiene una Chiesa che non può fare nulla e che “non ha mai più di qualche anno” – come sosteneva il ministro Albert Torbet nel 1917. In effetti, questa “Chiesa” atomistica è molto più giovane di quanto Torbet lascia intendere. Come il corpo di Sagan, il corpo di Cristo è in costante flusso, poiché i membri giungono alla fede e vengono battezzati da un lato e muoiono fisicamente o spiritualmente dall’altro. Se Torbet ha ragione, forse la Chiesa non ha mai più di pochi secondi.
Questa descrizione non assomiglia alla Chiesa fondata da Cristo duemila anni fa, sulla quale aveva promesso che le porte dell’inferno non avrebbero prevalso. Piuttosto, la chiesa che Torbet descrive viene spazzata via dalle porte dell’inferno ogni pochi istanti.
Il correttivo, in entrambi i casi, è lo stesso. Proprio come Sagan sbaglia tralasciando la forma del corpo umano, questi autori protestanti sbagliano tralasciando la forma della Chiesa.

“In realtà”, dice san Paolo, “le membra sono molte, ma il corpo è solo” (1 Cor 12,20). Non siamo solo molecole o organi, ma un corpo formato, assemblato insieme da Cristo. Non siamo solo la somma totale di una collezione di pietre, ma “pietre vive” che vengono “edificate in una casa spirituale” (1 Pietro 2:5). Paolo si esprime così (Efesini 4:19-22): Dunque non siete più stranieri né ospiti, ma siete concittadini dei santi e membri della famiglia di Dio, edificati sul fondamento degli apostoli e dei profeti, essendo Cristo Gesù stesso la pietra angolare, nella quale tutta la struttura si salda e si trasforma in tempio santo nel Signore; nel quale anche tu sei stato edificato come dimora di Dio nello Spirito.

Torbet e altri che la pensano come lui sono bravi a vedere le pietre e  incapaci di vedere “l’intera struttura”. Hanno ragione a vedere che la Chiesa è fatta di persone, ma hanno torto a ridurre la Chiesa al numero totale delle persone, così come Sagan aveva ragione a vedere che il corpo è fatto di molecole ma sbaglia a ridurre il corpo alla somma totale di quelle molecole. Hanno perso la differenza cruciale e inconfondibile tra un insieme di pietre e una casa.

Un'assemblea invisibile?

Una delle critiche più devastanti a queste teorie della Chiesa invisibile viene dal teologo luterano norvegese Harald Hegstad, il quale sostiene che “è la chiesa concreta e visibile l’unica vera chiesa”. Hegstad sottolinea che queste teorie della Chiesa invisibile vanno esattamente al contrario sia rispetto al modo in cui si parla della Chiesa nel Nuovo Testamento, sia alla parola stessa: la parola che solitamente traduciamo con chiesa deriva dalla parola greca ekklesia. 

Nell'uso secolare la parola greca significa semplicemente un raduno politico di cittadini. Nel Nuovo Testamento, tuttavia, ekklesia allude anche all'ebraico kahal, che è usato nell'Antico Testamento per riferirsi al popolo di Israele riunito alla presenza di Dio (Deut. 23:2–8; 1 Cr. 28:8 ; Mic. 2:5). Ekklesia è sia l'atto di riunirsi (fare comunione/comunicare) sia il gruppo che si riunisce (fratellanza/comunità). La chiesa non è solo presente nel servizio di culto, ma continua ad essere la chiesa al di là della riunione formale.

Il dettaglio importante da notare qui è che «sia il termine stesso, sia il suo uso nel Nuovo Testamento presuppongono non solo un gruppo di persone, ma un gruppo di persone che si riunisce». Questo è impossibile per la «Chiesa invisibile»

Come spiega Bannerman, “La forma della Chiesa invisibile non può essere distinta dall’occhio dell’uomo, poiché le sue caratteristiche e i suoi lineamenti sono conosciuti solo da Dio”. Poiché non ci sono membri conosciuti della Chiesa invisibile (eccetto Cristo stesso ), e nessuna struttura visibile, o edificio, o luogo, che possa essere identificato con la Chiesa invisibile, non c'è nessun posto dove riunirsi, e nessuno che faccia l'assemblea.

Abbiamo già visto che la “Chiesa visibile” di Bannerman non è una chiesa perché, secondo lui, non è quella guidata da Cristo, o quella parte della Nuova Alleanza; ma ora si scopre che neanche la sua “Chiesa invisibile” è una chiesa, poiché non è un’ekklesia. Un’incarnazione disincarnata.

Il problema nel considerare il corpo di Cristo come una “assemblea invisibile” non è solo che non può riunirsi. È che non è più un “corpo” nel senso significativo del termine.

La maggior parte dei cristiani sa che San Paolo si riferisce alla Chiesa come al “corpo di Cristo” (1 Cor. 12:27), ma pochi pensano al significato di queste parole.

Consideriamo innanzitutto perché la Seconda Persona della Santissima Trinità ha assunto un corpo. Come spiega sant'Atanasio (296-373), Dio vide che «gli uomini, avendo rifiutato la contemplazione di Dio, e con gli occhi rivolti in basso, come se fossero sprofondati nell'abisso, cercavano Dio nella natura e nel mondo dei sensi, figurandosi come dèi uomini mortali e demoni”, ed egli rispose amorevolmente, prendendo “un corpo, e come uomo cammina tra gli uomini e incontra i sensi di tutti gli uomini".

In altre parole, Cristo ci libera dall'idolatria diventando “l'immagine del Dio invisibile” (Col 1,14), così da poter, secondo le parole di Atanasio, “convincerli con le opere che ha compiuto che egli non è solo uomo, ma anche Dio, Parola e Sapienza del vero Dio».

È proprio questo il fulcro dell'Incarnazione: che Dio si è fatto visibile, che «il Verbo si è fatto carne e ha abitato in mezzo a noi» (Gv 1,14). Che la Parola prenda corpo è che la Parola diventi visibile.

La crudezza dell'Incarnazione è uno scandalo fin dall'inizio del cristianesimo, con gli gnostici che la combattono duramente. San Giovanni sembra averli presente quando avverte che “molti ingannatori sono usciti nel mondo, uomini che non vogliono riconoscere la venuta di Gesù Cristo nella carne; costui è l’ingannatore e l’Anticristo” (2 Giovanni 1:7).

Quindi coloro che all’interno della Chiesa negano la realtà fisica del corpo di Cristo sono bugiardi e anticristi. Cosa dovremmo pensare allora di coloro che negano la realtà fisica del corpo di Cristo, la Chiesa?

Dopotutto, Paolo descrive la Chiesa come il “corpo di Cristo, la pienezza di Colui che compie ogni cosa in ogni cosa” (Efesini 1:23). Non è solo che la Chiesa è il corpo di Cristo; è che non si ha la pienezza di Cristo senza la Chiesa.

In altre parole, c’è un certo senso reale in cui la Chiesa è il corpo di Cristo perché è una continuazione della sua Incarnazione. Dopotutto, l’intero immaginario del “corpo” suggerisce e presuppone la visibilità. Che dire allora di coloro che riducono il corpo di Cristo che è la Chiesa da qualcosa di visibile e tangibile a una cosa invisibile conosciuta solo da Dio? 

Gottfried Locher, presidente della Chiesa protestante in Svizzera (PCS), pone delle domande cruciali: cosa si intende esattamente per corpo invisibile? Come può la Chiesa del Credo essere il corpo di Cristo, se la chiesa visibile non è identica a questo corpo? Cosa si intende se si chiama la vera Chiesa il corpo di Cristo, e tuttavia questo corpo manca di qualità fisiche (“corporee”), come essere visibilmente realizzato nel tempo e nello spazio? Quindi la visione protestante non può spiegare come la “corpo di Cristo” possa essere sia un “corpo” sia “di Cristo”. Data la sua posizione, si potrebbe immaginare che Locher sollevi queste domande in modo retorico, per mostrare perché questa comprensione della Chiesa invisibile ha effettivamente senso. Ma non lo fa. Conclude invece che «chiamare la Chiesa corpo misto va di pari passo con il mantenimento di una distinzione logica tra Chiesa storica e corpo di Cristo», ma che «il prezzo da pagare per tale bidimensionalità è una congregazione che rimane ontologicamente priva di la sua essenza più intima: essere il corpo visibile di Cristo». 

In altre parole, i riformatori fecero ciò che dovevano fare per giustificare il distacco dalla Chiesa visibile, ma ciò che fecero (creando una separazione non biblica tra la Chiesa visibile e Chiesa invisibile) ha finito per annullare l'essenza più intima della Chiesa come corpo visibile di Cristo. 

Tre altre visioni della Chiesa 

Per una serie di ragioni, anche molti pensatori protestanti sono insoddisfatti della visione protestante generale della Chiesa. 

Ci sono tre principali punti di vista alternativi che vale la pena menzionare almeno brevemente.

I battisti spesso applicano i passaggi biblici sulla Chiesa esclusivamente alla “congregazione locale visibile”, negando l’esistenza di qualsiasi “Chiesa invisibile e universale”. La difficoltà con questa visione è che fonde la Chiesa universale e la Chiesa invisibile. Questi battisti hanno ragione nel rifiutare la visione invisibile della Chiesa, ma sbagliano nel concludere che questa ci lascia solo con la congregazione locale. San Paolo, che non è membro della chiesa locale di Corinto, può tuttavia dire loro che «in un solo Spirito siamo stati tutti battezzati in un solo corpo, Giudei o Greci, schiavi o liberi, e tutti siamo stati abbeverati un solo Spirito” (1 Cor. 12:13). Esiste quindi una Chiesa universale alla quale sono legati tutti i battezzati; semplicemente non è il tipo di Chiesa invisibile teorizzata dai riformatori. 

Gli anglicani sono stati invece storicamente associati a quella che viene chiamata la teoria dei rami.

Charles Lemuel Dibble spiega sull’Anglican Theological Review che “l’anglicano è convinto che la Chiesa è una cosa viva, organica e quindi visibile”. È d'accordo con gli orientali che la Chiesa visibile deve avere unità di ordini e di dottrina. Questi è sicuro di averli. Eppure si ritrova ad essere escluso, per ragioni diverse, sia dalla Chiesa romana sia da quella orientale. Per far fronte a questa situazione, sviluppa la teoria del “ramo” della Chiesa. Secondo questa teoria, la Chiesa cattolica esiste in tre rami: romano, orientale e anglicano. Dibble nota che questa visione della Chiesa evita quelli che gli anglicani considerano gli errori dell'ortodossia e del cattolicesimo, ma lo fa “solo gettando la logica al vento: è alquanto divertente che la Chiesa anglicana affermi di essere una con altre due, una delle quali la ripudia aspramente e l’altra le tende la mano sinistra”. 

Ciò lascia un’ultima visione, l’idea che “la Chiesa” sia semplicemente una qualsiasi riunione di due o tre persone nel nome di Cristo. Si basa sulla promessa di Cristo che “dove due o tre sono riuniti nel mio nome, io sono in mezzo a loro” (Matteo 18:20). 

Miroslav Volf sostiene che “dove due o tre sono riuniti nel nome di Cristo, non solo è presente Cristo in mezzo a loro, ma c'è anche una chiesa cristiana, forse una chiesa cattiva, una chiesa che può anche trasgredire all'amore e alla verità, ma una comunque la chiesa." 

Ma basta guardare il contesto delle parole di Gesù per vedere che non segue questa conclusione. Subito prima, Gesù dice che “se tuo fratello pecca contro di te, va’ e rammentagli la sua colpa, fra te e lui solo”. Se questo non funziona, “prendi con te uno o due altri, affinché ogni parola sia confermata dalla deposizione di due o tre testimoni”. E se anche questo non funziona, «ditelo alla Chiesa; e se rifiuta di ascoltare anche la chiesa, sia per te come un gentile e un pubblicano» (15-17). Ma questo processo ha senso solo se c’è una differenza tra i “due o tre” nel secondo passo e “la chiesa” nel terzo passo. 

Quindi, se la corretta comprensione della Chiesa non è quella articolata da Lutero e Calvino, e non è nessuna di queste altre tre visioni, qual è la visione corretta?

 

(Joe Heschmeyer "Pope Peter - Defending  the Church's Most Distinctive doctrines in a Time of Crisis")