sabato 23 settembre 2023

Le grazie che scaturiscono dalla Messa. 1: La liberazione dal Purgatorio

Le grazie che scaturiscono dalla Messa 

(di padre Josip Lončar)
1: La liberazione dal Purgatorio 

La liberazione delle Anime del Purgatorio, affresco nel cimitero di Lonate Pozzolo


Quasi ogni Santa Messa che non viene officiata secondo un formulario particolare viene offerta per la liberazione dal Purgatorio di qualche defunto. 

Nel Purgatorio giungono le anime alle quali è stato concesso il Paradiso, ma per accedervi devono prima offrire riparazione per i peccati non redenti, ossia per i peccati per i quali non hanno mostrato sufficiente pentimento e non hanno ricevuto pieno perdono. 

Attraverso la riparazione, queste anime perfezionano il loro amore verso Dio e verso l'uomo. 

Nessuno può entrare in Paradiso senza aver raggiunto la perfezione dell'amore. Ciascuno di noi, nel corso della vita, pecca: con pensieri, parole, facendo cattive azioni e omettendo buone azioni. 

Di alcuni peccati ci pentiamo perfettamente ed essi non costituiranno un ostacolo nel momento del giudizio. 

Di alcuni altri, sappiamo di averli commessi, li abbiamo riconosciuti e abbiamo cercato il perdono, ma nel nostro cuore non ci pentiamo come avremmo dovuto. 

Alcuni peccati cerchiamo addirittura di giustificarli da soli. Peccando abbiamo ferito altri, ma non abbiamo avuto né sufficiente volontà né sufficiente fede per compensare tale danno. 

Pecchiamo molto anche perché non ci impegniamo abbastanza per conoscere Dio e la sua santa parola, ovvero i suoi comandamenti nella loro reale essenza: amore verso Dio, se stessi, i vicini e persino verso i nemici. 

Solo quando ci rendiamo conto della reale essenza di un peccato possiamo pentirci perfettamente. 

Parimenti, Dio ci perdona nel modo in cui noi perdoniamo a coloro che hanno peccato contro di noi (Mt 18,23-35). Molte anime giungono in Purgatorio proprio perché non hanno perdonato abbastanza, sebbene loro stesse desiderassero il perdono. 

La radice del peccato il più delle volte risiede nel fatto che non abbiamo, ovvero non mostriamo abbastanza volontà nell'impostare la nostra vita all'insegna del rapporto intimo e personale con Dio. 

Solo attraverso tale rapporto possiamo conoscerlo con il cuore e amarlo proficuamente. 

Solo da questo amore possiamo amare noi stessi e gli altri in modo fecondo. 

Nel suo amarci, Dio è così misericordioso da averci promesso che chiunque lo invochi nel momento della morte non sarà condannato all'inferno (Rm 10,13; At 2,21). 

Tuttavia, molti dovranno trascorrere molto tempo tra i patimenti del Purgatorio. 

Le anime che lì attendono non possono pregare per se stesse, ma Dio è talmente buono da averci dato la possibilità di pregare per loro, e ciò lo possiamo fare nel modo più efficace con l'offerta del sacrificio eucaristico (CCC 1030-1032; CCC 1472).

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Come la Segreteria di Stato vaticana avrebbe dovuto rispondere alla domanda di Maddalena, 7 anni: "Chi ha creato Dio?"

Leggiamo sulla pagina di padre Giovanni Cavalcoli:

Il Giornale di Brescia nell’edizione del 22 settembre scorso, ha dato notizia che una bambina di 7 anni in provincia di Brescia, Maddalena Morandi, ha scritto una lettera al Papa dal tono che ci sorprende tutti per la profondità metafisica del problema che pone, profondità che pare quasi incredibile nella mente di una fanciulla la cui ragione ha cominciato a funzionare supponiamo solo da un anno poco più.


Così si esprime Maddalena:

«Caro Papa Francesco, ho una domanda importante: se Dio ha creato il mondo e le persone, da chi è stato creato Dio? Tu sicuramente hai una risposta. Se non hai tempo per rispondermi, non c’è problema. Ti voglio bene».

La bambina conclude poi la letterina allegando un disegno.

Io, che tra l’altro ho insegnato metafisica per trent’anni, ho lavorato otto anni in Segreteria di Stato con S.Giovanni Paolo II nella preparazione delle lettere del Santo Padre o a nome del Santo Padre. Nel mio ufficio arrivavano tante lettere di fanciulli o di scolaresche dal contenuto generalmente assai semplice e spesso commovente per l’affetto da essi dimostrato al Vicario di Cristo.

Avevamo un formulario di ringraziamento a nome del Papa. Tuttavia ogni tanto arrivavano lettere di bambini, giovani o adulti, fuori dal comune, che ci facevano riflettere per la serietà e l’importanza del contenuto. Allora sottoponevamo il caso all’attenzione dei Superiori, Assessore, Sostituto o Segretario di Stato, accompagnando la segnalazione con un progetto di risposta.

Non era nel potere del mio ufficio contattare direttamente il Papa. Ci avrebbero pensato eventualmente i Superiori. Ma ciò non ci impediva di proporre progetti di risposte che il Papa stesso avrebbe potuto dare. Ebbene, se nel mio ufficio fosse giunta una lettera come quella di Maddalena, avremmo segnalato il caso ai Superiori nella forma che ho detto. La bambina meritava una risposta che le dimostrasse la sapienza della Chiesa. Altrimenti che scopo avrebbe la Segreteria di Stato?

Così infatti ha risposto la Segreteria di Stato:

"Il Santo Padre ha ricevuto il tuo bel bigliettino", ha scritto l’Assessore su carta intestata della Segreteria di Stato, "Papa Francesco, che ti ringrazia per il gesto amorevole, desidera farti sapere che prega per te, affinché tu possa crescere nel sincero desiderio di conoscere e amare Gesù".

Come mai non è stata presa in considerazione la serissima domanda, che ha fatto tremare le vene e i polsi, come vedremo sotto, niente meno che a Kant? Bastavano poche parole ben centrate, che Maddalena avrebbe capito e la sua preoccupazione si sarebbe calmata. Se fossi stato io in ufficio, avrei preparato per l’Assessore il seguente progetto di risposta:

«Cara Maddalena,

il Santo Padre ha ricevuto con piacere la tua letterina. Ma, come tu avevi immaginato, non avendo il tempo per risponderti personalmente, incarica me di risponderti al suo nome.

È molto bello che tu ti ponga delle domande così profonde. Tieni presente, tuttavia, che Dio non è una creatura, della quale possiamo chiederci chi l’ha creata. Dio è il Creatore, che ha creato tutte le cose dal nulla. Quindi, tutto dipende da Lui ed Egli non dipende da nessuno. Se così non fosse, non sarebbe Dio, perché con la parola “Dio” noi intendiamo appunto Colui che tutto causa e da nessuno è causato.

Papa Francesco, che ti ringrazia per il gesto amorevole, desidera farti sapere che prega per te, affinché tu possa crescere nel sincero desiderio di conoscere e amare Gesù».

Così la Segreteria di Stato avrebbe rappresentato degnamente quell’immensa apertura di cuore, che il Papa mostra in modo particolare verso i più piccoli, i loro bisogni, i loro desideri, i loro problemi e le loro sofferenze.

giovedì 21 settembre 2023

Un attore: storie di vita e di fede

Mentre il leggendario allenatore della - immaginaria - Longobarda, Oronzo Canà (uno dei molteplici personaggi interpretati da Lino Banfi) eredita le sue origini da una personalità di rilievo dalle caratteristiche superstiziose (Oronzo Pugliese, un istrionico allenatore degli anni 60-70), l'attore che lo interpreta possiede invece una fede che va radicandosi sempre più, segnatamente in seguito alla dipartita della cara moglie Lucia.
 

In un convegno dedicato alla straordinaria Caterina Caselli Lino Banfi, accomodato su una poltrona all'apparenza confortevole ma nella realtà un pò meno (tanto da fargli esclamare: «me so' spezzato la noce del capollo a stè ccà!») ha regalato a piene mani, con abbondante generosità, degli aneddoti inerenti il sacro che hanno contrassegnato e influenzato la sua vita.

Iniziamo da qui.
Negli anni 70 Carlo Campanini, storica, grande spalla di Totò e Walter Chiari, già celebre, esortava l'esordiente Lino Banfi a recarsi da Padre Pio, ma i soldi mancavano ed anche questo semplice viaggio risultava difficile per il giovane attore. Ma l'insistente consiglio si depositò nella mente e nel cuore del comico pugliese fino a quando, anni dopo, non si diresse a Pietrelcina e a San Giovanni Rotondo: "sono riuscito ad andare quando Padre Pio era purtroppo già morto, ma ho fatto amicizia con i frati e quando vado condivido con loro il pasto. Uno di questi frati mi ha regalato un quadro con una foto di Padre Pio mentre dormiva. Una foto rara perché lui non amava farsi fotografare. Lo porto sempre con me ovunque vada. Mi dà pace, mi rilassa e mi aiuta."
 

"Hai rischiato di entrare in seminario!" esclama il giornalista con un piglio bonariamente provocatorio; "No!" si scompone per un attimo Lino Banfi mettendo in gioco le sue doti teatrali che causano immediata ilarità tra il pubblico, "Io sono proprio entrato in Seminario! Non ne parlo spesso di questa parte della mia vita, quella dell'infanzia dico, infatti sono pochi a sapere quanto sto per raccontare. Quando ero adolescente, dopo che la guerra finì, sotto la spinta dei miei genitori entrai in seminario". Lino Banfi racconta di essere entrato nell'ambiente ecclesiastico incalzato dal bisogno di nobilitare la sua famiglia. Erano tempi segnati dalla miseria e il popolo usava affermare con frequenza un detto: "speriamo che tuo figlio diventi avvocato o prete". Un auspicio di ricchezza.
Il frangente trascorso nel convento non fu facile per una personalità così scalmanata come quella di Pasquale Zagaria (vero nome di Lino Banfi), infatti si succedettero vari e stravaganti episodi nientaffatto definibili santi. Il più insolito verrà rivelato dall'attore in ultima battuta.
A questo punto l'amato "Nonno d'Italia" - così denominato dal compianto Papa emerito Benedetto XVI- riferisce un altro aneddoto. In  seminario si svolgevano delle recite fondate sul sacro, ma nonostante interpretasse dei ruoli drammatici ("mi facevano fare San Pietro, Giuda, San Giuseppe...ma mai Gesù, non ero abbastanza bello!") il risultato non cambiava:"facevo ridere tutti e questa cosa contrariava il Rettore che puntualmente mi riprendeva. Ma non lo facevo apposta, era proprio la mia espressione e la mia intonazione a farmi risultare esilarante anche se non volevo. È un talento naturale anche questo".




"Quindi il Vescovo mi chiamò e mi disse: "Lino, anche quella di portare buonumore alle persone è una vocazione. Il Signore ti chiama perché tu adempia questa missione."
 
Furono parole profetiche.
Nella vita, nel mondo dello spettacolo, la fiammella della fede in Lino ha forse fumigato, ma mai si è spenta, soprattutto stando a fianco della moglie Lucia, nella buona e nella cattiva sorte della lunga malattia finale.

"Sono stato in udienza dal papa, da papa Francesco, ultimamente; siamo diventati quasi amici, sono stato cinque-sei volte da lui.
Mi disse giorni fa: "Ogni attore deve avere la luce giusta in faccia - queste sono parole del papa - se non è  illuminato bene non può dimostrare la sua bravura. La tua luce, caro Banfi, era tua moglie Lucia. Non conosceva personalmente mia moglie, ma ha intuito, quando tiro in ballo nei miei discorsi questa donna che ha lasciato il benessere per seguire questo pazzo che voleva fare l'attore.
Siamo stati dei buoni seminatori, dei buoni muratori, abbiamo costruito questa casa forte,  e il nostro matrimonio è durato 61 anni".

 



mercoledì 20 settembre 2023

L'Agnello dallo sguardo d'uomo

Nell’anno 692 al Concilio Quinisesto, anche noto come Concilio in Trullo (perché ospitato in una stanza dal soffitto a volta del palazzo imperiale di Costantinopoli), tra le centinaia di questioni teologiche e dottrinarie aperte i padri conciliari – quasi tutti orientali, Roma si sarebbe adeguata alle decisioni del concilio solo anni dopo – affrontarono anche quella dell’immagine dell’agnello. 


Che Gesù andasse identificato in quell’«agnello condotto al macello» profetizzato da Isaia, che “offrirà se stesso in espiazione” e “giustificherà molti” perché “si addosserà la loro iniquità” (Is 53), lo aveva per primo compreso Giovanni Battista, almeno stando al vangelo di Giovanni. Vedendo Gesù venire verso di lui ebbe l’epifania della sua missione divina ed esclamò: “Ecco l’agnello di Dio, ecco colui che toglie il peccato del mondo!” (Gv 1,29). Da qui un profluvio di rappresentazioni artistiche che raffiguravano Gesù attraverso il simbolo dell’agnello mistico. 

Ma i padri conciliari del Quinisesto non erano d’accordo. Sì, certo, Gesù era l’agnello di Isaia, ma perché ricorrere a un simbolo veterotestamentario quando quell’agnello di cui nessuno conosceva le fattezze si era poi incarnato in un essere umano? Continuare ad avvalersi di simboli avrebbe rischiato di alimentare pericolose correnti eretiche sulla realtà dell’incarnazione così come le crescenti ondate di iconoclastia che in quei decenni scuotevano la cristianità. 



Da qui la decisione dei vescovi:

Decretiamo che da ora in poi l’immagine dell’Agnello di Dio che toglie i peccati del Mondo, Cristo nostro Dio, sia presentata in immagini di forma umana, anziché nell’antica forma dell’agnello; perché a questo modo si comprenda la profondità dell’umiltà della Parola di Dio, e si sia portati a ricordare la sua vita nella carne, la sua passione e la sua morte salvifica, e la redenzione che da allora è stata portata nel mondo
(Concilio Quinisesto, Costantinopoli 680-681)
Jan e Hubert van Eyck, L’Adorazione dell’Agnello Mistico, 1432, pannelli esterni, olio su tavola, Gand, Cattedrale di San Bavone

È a questo canone conciliare che si deve guardare per cercare di comprendere il mistero degli occhi dell’agnello mistico del Polittico di Gand di Jan e Hubert van Eyck, risalente al 1432. Restaurato e riconsegnato al pubblico agli inizi del 2020, la pala centrale che raffigura un agnello da cui sgorga il sangue, adorato da schiere di angeli nel paradiso terrestre, rivelò un particolare sconcertante: l’agnello non aveva più lo sguardo docile e mansueto che fino ad allora aveva avuto, ma due occhi frontali come quelli di un essere umano. 


Erano quelli i veri occhi dell’agnello disegnati dai van Eyck, poi rifatti due secoli più tardi da altra mano per eliminare quel particolare conturbante, forse ritenuto un imbarazzante errore dei fratelli fiamminghi, che avevano dimenticato che gli erbivori hanno occhi laterali e non frontali. Mentre invece evidentemente altro doveva essere il vero motivo di quello sguardo dell’agnello mistico, secondo i van Eyck: un agnello che è in realtà un essere umano.

 

Tratto da  https://www.quadernidaltritempi.eu/sotto-gli-occhi-dell-agnello-roberto-calasso/

martedì 19 settembre 2023

Ristabilire la centralità di Dio nella liturgia cattolica

"Abbiamo sotto gli occhi una forma di liturgia incentrata sull’uomo, che riflette maggiormente la vita della Chiesa ai nostri giorni, la sua malattia principale, la malattia dell’antropocentrismo. La forma celebrativa della Messa deve di nuovo volgerci al Signore. Spesso leggiamo nei Salmi che il Signore dice: “Volgetevi a Me” (convertimini, revertimini). E all’inizio della Messa tradizionale c’è quello splendido versetto del Salmo (84,7): “O Dio, volgiti verso di noi e Tu ci vivificherai” – Deus tu conversus vivificabis nos. Avremo la vita. Et plebs tua laetabitur in te: “E il Tuo popolo si rallegrerà in Te”. 

Allora avremo la gioia, la vera gioia. Avremo la vita soprannaturale di Dio nelle nostre anime e questa è la vera gioia. Dio si volge verso di noi; logicamente questo significa che noi dobbiamo volgerci verso di Lui, per riceverne la vita. E questo lo si deve esprimere anche in maniera visibile durante la liturgia. Non possiamo dire che l’aspetto visibile sia irrilevante e che è sufficiente restare in un circolo chiuso, sostenendo che Dio è in mezzo a noi. Questo contraddice l’intero simbolismo della realtà e del principio dell’Incarnazione, dove Dio ci viene dall'esterno e noi gli andiamo incontro. Siamo un popolo in pellegrinaggio verso Cristo in cielo e in Cristo al Padre."

(Da Mons. Athanasius Schneider con Aurelio Porfiri, LA MESSA CATTOLICA Passi per ristabilire la centralità di Dio nella liturgia)




Obiezioni Alla Nuova Messa Accessibili A Tutti - di Don Curzio Nitoglia

Pubblicato il 18 settembre 2023 nel sito di Don Curzio - link

NDR: link, grassetti ed italic nel testo sono nostri


Prima Parte: Cambiamenti nel rito della Messa


l) Sono abolite le preghiere iniziali ai piedi dell’altare al termine delle quali, tra l’altro, il sacerdote si riconosceva indegno di entrare nel Santo dei Santi per offrire il Sacrificio divino, e invocava l’intercessione dei Santi per essere purificato da ogni peccato. Al loro posto, nella Nuova Messa antropocentrica il “presidente dell’assemblea” si effonde in un preliminare di benvenuto, spesso semplice preludio del suo scatenarsi in una “creatività liturgica” più o meno anarchica.


2) È abolito il doppio Confiteor (il primo era recitato dal solo celebrante, il secondo dal popolo) che prima distingueva il sacerdote dai fedeli, i quali gli si rivolgevano chiamandolo “pater”. Nella “nuova Messa”, in cui il Confiteor è recitato, una sola volta, tutti assieme, per i fedeli il sacerdote non è più “pater” ma un semplice “fratello” alla pari con loro, democraticamente e protestanticamente annegato nell’attuale “Confesso a Dio onnipotente e a voi fratelli …”. 


3) Le letture bibliche possono essere proclamate anche da semplici laici uomini e donne. Il tutto contro la proibizione risalente alla Chiesa dei primi secoli che aveva sempre riservato tale compito ai soli membri del clero a partire dal Lettorato, che era, appunto, uno degli Ordini minori attraverso i quali si diveniva chierici. Tra i protestanti, invece, non esiste clero, ma solo ministri e ministeri (per questo la “riforma di Paolo VI” ha abolito quelli che erano gli Ordini clericali minori e al loro posto ha istituito, appunto, dei … Ministeri: lettorato e accolitato) e chiunque – uomo o donna – ha accesso all’ambone …


4) Nell’Offertorio dell’antica Messa il sacerdote offriva Cristo come Vittima al Padre in espiazione dei peccati con parole inequivocabili: “Accogli, o Padre Santo … questa Vittima immacolata che io, tuo indegno servo, Ti offro … per i miei innumerevoli peccati … e per tutti i fedeli cristiani […] per la salvezza nella vita eterna”. 

Quest’aperta sottolineatura dell’aspetto espiatorio della Messa è sempre stata indigesta per i Protestanti, tanto che le prime parti dell’antica Messa Romana soppresse da Martin Lutero furono proprio le preghiere offertoriali. Adesso, nell’Offertorio della “Nuova Messa” di Paolo VI, il “presidente dell’assemblea” – ex sacerdote – offre solo pane e vino affinché diventino un indeterminato “cibo di vita eterna” e una quanto mai vaga “bevanda di salvezza”. L’idea stessa di Sacrificio espiatorio è accuratamente cancellata


5) Nella “Messa di Paolo VI” il Canone Romano è, sì, mantenuto, tanto per salvare la faccia, ma in forma mutilata. Gli sono state però affiancate, col chiaro scopo di soppiantarlo gradualmente (oggi, infatti, è tranquillamente morto e sepolto), altre tre nuove “preghiere eucaristiche” (II, III, IV) più aggiornate, frutto della collaborazione di sei “esperti” protestanti, nelle quali il “presidente dell’assemblea” ringrazia Dio “per averci ammessi alla tua presenza a compiere il servizio sacerdotale”  (Preghiera II),  fondendo il suo ruolo e quello dei semplici fedeli in un unico “sacerdozio comune” di luterana memoria; oppure, ancora, si rivolge a Dio lodandolo perché Egli continua “a radunare … un popolo, che (nell’edizione latina è detto ut, cioè “affinché”) da un confine all’altro della terra offra … il sacrificio perfetto” (Preghiera III), dove il popolo – e non più il solo sacerdote – sembra diventare l’elemento determinante affinché avvenga la consacrazione.    

Nella seconda fase del piano di protestantizzazione, nel “Messale di Paolo VI” sono state inserite altre quattro “Preghiere eucaristiche” (o meglio, la Preghiera V in quattro varianti: A, B, C, D) che si spingono ancora oltre. 

Vi si afferma, infatti, che Cristo “ci raduna per la santa cena” (concetto e terminologia del tutto protestanti), mentre il “presbitero–presidente conciliare” non chiede più che il pane e il vino «diventino» il Corpo e il Sangue di Cristo (come ancora faceva nelle “Preghiere” II, III e IV), ma solo che “Cristo sia presente in mezzo a noi con il suo Corpo e il suo Sangue”. Una semplice e vaga “presenza” di Cristo “in mezzo a noi”. Niente più transustanziazione, né Sacrificio espiatorio. Senza dei quali, però non esiste neppure la Messa.    

Il “sacrificio”, di cui si parla successivamente, nella medesima “Preghiera eucaristica”, deve intendersi, dunque, necessariamente solo come  “sacrificio di lode(cosa ancora accettata da Lutero e compagni, i quali invece rifiutavano assolutamente l’idea di sacrificio espiatorio/propiziatorio). 


6) Nel nuovo rito di Paolo VI in tutte le “Preghiere eucaristiche” (compresa la prima) è stato fatto scomparire il punto tipografico precedente alle parole della Consacrazione. Nell’antico Messale Romano questo punto fermo (“punto a capo”) obbligava il sacerdote a interrompere la semplice “memoria” degli eventi dell’Ultima Cena, per iniziare invece a “fare”, ossia a rinnovare incruentamente, ma realmente, il divino Sacrificio. 

Il presbitero–presidente conciliare si trova ora in presenza di due punti tipografici che finiranno per spingerlo – psicologicamente e logicamente – a continuare solo a far memoria e a pronunziare dunque le formule di Consacrazione con intenzione soprattutto commemorativa (esattamente come nella cosiddetta “santa cena” protestante). Un discorso, questo, che vale ancor più per i giovani sacerdoti, già dottrinalmente deformati in partenza nei “Seminari conciliari”. 


7) È abolita la genuflessione del sacerdote immediatamente dopo la Consacrazione di ciascuna delle due Specie, genuflessione con cui egli esprimeva la fede nell’avvenuta transustanziazione a causa delle parole consacratorie appena pronunciate. Cosa assolutamente inaccettabile per i Protestanti, i quali negano il Sacerdozio derivante dal Sacramento dell’Ordine con tutti gli speciali poteri spirituali che ne conseguono. 

Ora, invece, nella “Nuova Messa” di Paolo VI il “presidente dell’assemblea” s’inginocchia una sola volta e non immediatamente dopo la consacrazione, bensì solo dopo aver elevato ciascuna delle due Specie per mostrarle ai fedeli presenti; ciò che risulta pienamente accettabile per i Protestanti, per i quali Cristo diviene presente (senza alcuna transustanziazione ma per companazione) sulla “mensa” della “santa cena” esclusivamente grazie alla fede dell’assemblea. 


8) L’acclamazione dei fedeli al termine della Consacrazione, pur presa dal Nuovo Testamento, è in quel momento del tutto inopportuna e fuorviante. Introduce, infatti, un ennesimo elemento d’ambiguità presentando un popolo “in attesa della Tua [di Cristo] venutaproprio mentre Egli, invece, è realmente presente sull’altare come Vittima del Sacrificio espiatorio appena rinnovato


9) Nell’antico Rito Romano al momento della Comunione i fedeli, umilmente inginocchiati, ripetevano a imitazione del centurione (Mt., VIII, 8): “O Signore, non sono degno che Tu entri nella mia casa, ma dì solo una parola e l’anima mia sarà guarita”, espressione d’esplicita fede nella Presenza reale del Signore sotto le sacre Specie. 

Nella “Messa di Paolo VI”, invece, i fedeli si limitano a dire di non esser degni di “partecipare” alla “tua mensa”, espressione del tutto indeterminata, perfettamente accettabile anche in ambiente protestante.


10) Nell’antica Messa Romana l’Eucaristia era ricevuta obbligatoriamente in ginocchio, sulla lingua e usando ogni precauzione per evitare la caduta di frammenti (con l’uso di un piattino).    

Nella “Messa di Paolo VI”, invece, secondo la solita strisciante tattica modernista, si cominciava col prevedere “ad experimentum” – termine passepartout per ogni sovvertimento –  la semplice possibilità di ricevere la Comunione in piedi. In breve tempo, come da copione, i “presbiteri conciliari” l’hanno resa praticamente obbligatoria per via intimidatoria (uno sprezzante «si alzi!» è il minimo che può aspettarsi oggi l’incauto fedele che osasse rifiutare il diktat presbiteriano). Successivamente, (seconda fase del piano) è stata introdotta ad opera delle varie Conferenze Episcopali la Comunione sulla mano, entusiasticamente propagandata da un “clero conciliare” senza più fede e completamente indifferente di fronte agli inevitabili sacrilegi, volontari o meno, ai quali viene così sottoposto il Corpo di Cristo. 


11) La distribuzione della SS.ma Eucaristia non è più riservata al Sacerdote o al Diacono come stabilito fin dall’epoca apostolica, dietro autorizzazione del Vescovo, ora godono della stessa facoltà anche Suore o semplici laici. 


12) Nella Messa di Paolo VI il “presidente dell’assemblea” sùbito dopo la Comunione, come logica conclusione della nuova “celebrazione eucaristica” filo/protestante, si siede comodamente, spingendo col suo esempio i fedeli a fare altrettanto (invece che rimanere in ginocchio fino alla riposizione delle sacre Specie nel Tabernacolo, NDR). Del tutto superfluo almanaccare sul perché. È chiaro: riposa dopo la cena comunitaria. 


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13) NDR (ci permettiamo di aggiungere un punto a cui siamo particolarmente sensibili come laici) : Il gesto della pace inserito ex-novo subito prima dell' Agnus Dei, gesto che era partito come un sobrio scambio tra vicini di panca prossimi ma diventato ormai una gazzarra incontenibile, spesso accompagnata da lunghi canti come "evenu Shalom" - momento durante il quale persino il celebrante abbandona l'altare per abbracciare i fedeli delle prime panche - rompe completamente il raccoglimento e la tensione dell'offerta di sé e dell' accompagnamento di Nostro Signore al Calvario, che dovrebbero precedere la Santa Comunione.

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Seconda Parte : Cambiamenti nell’architettura liturgica



1) Abolizione sistematica delle balaustre, delimitanti lo spazio sacro del Presbiterio. L’area di quest’ultimo, prima riservata – come sta a indicare il termine stesso – ai sacerdoti e agli altri ministri sacri, diviene ora una passerella per l’esibizione di laici malati di protagonismo. Risultato: abolizione del concetto di “luogo sacro”, desacralizzazione del sacerdote, progressiva equiparazione pratica di clero e laicato.


2) Rivolgimento “verso il popolo” dell’altare per la celebrazione. Il sacerdote non si rivolge più a Dio per offrirgli il divino Sacrificio a favore dei fedeli, bensì verso il popolo nell’ambito di una semplice riunione di preghiera. Da notare che nemmeno in antico l’altare fu mai rivolto “verso il popolo” bensì verso l’Oriente, simbolo di Cristo, come tra l’altro testimonia anche l’orientamento topografico di molte antiche Basiliche. L’altare, anzi la mensa “verso il popolo” è, invece, una creazione tutta personale di Lutero e degli altri pseudo/riformatori del XVI secolo.


3) Progettazione dell’altare, quasi sempre, a forma di mensa, ossia di tavola per una cena. La Messa non è più Sacrificio espiatorio, ma diviene semplice cena fraterna. L’altare, infatti, richiama l’idea del Sacrificio offerto a Dio, la mensa invece richiama quella di un pasto comune nell’ambito di un semplice “memoriale”.    Per questo nei “templi” protestanti si usa – là dove esiste – sempre una mensa e mai un altare. 


4) Il Tabernacolo, secondo le nuove rubriche della “Messa di Paolo VI”, può essere rimosso dal centro del presbiterio. Recenti e altrettanto subdole disposizioni, come, ad esempio, quelle della Conferenza Episcopale Italiana, hanno perfezionato l’opera, prevedendo un suo graduale spostamento in un’apposita cappella laterale. Per non irritare i Protestanti, è ovvio: così la Presenza permanente di Nostro Signore Gesù Cristo nel Tabernacolo non disturberà più l’«irreversibile cammino ecumenico».


5) Al centro del presbiterio, in genere al posto del Tabernacolo, è situata ora la sede del sacerdote celebrante. L’uomo prende il posto di Dio, mentre la Messa diventa un semplice incontro fraterno tra l’assemblea e il suo “presidente” ossia l’ex sacerdote, ridotto ormai a semplice regista, “animatore liturgico”, perfetto showman della nuova antropocentrica Chiesa conciliare. 


Don Curzio Nitoglia

Nota dell'autore: Gli articoli & video presenti sui miei blog, sito, spazi web non sono in copyright,  quindi possono essere ripubblicati senza chiedere autorizzazioni, purché, senza mutilarli o modificarli, si citino sempre links & fonte. Grazie. Don Curzio Nitoglia

Ave Maria (Giulio Caccini)

 

lunedì 18 settembre 2023

Padre Mark Goring: discernere, ma senza ansia

Sia lodato Gesù Cristo!

Quando discerniamo qualcosa, non dovremmo farlo in modo ansioso.
Mi rendo conto che è facile a dirsi, ma il nostro Padre celeste vuole che i suoi figli si godano la vita, senza ansietà e preoccupazione il futuro.
Sì,  noi dobbiamo discernere e chiedere in preghiera quali strade prendere nella nostra vita, ma con la fiducia confidente che il Signore ci condurrà e ci sarà  guida, e ci renderà chiara al momento  giusto la strada che dovremo prendere nella nostra esistenza.
Quando ero adolescente, ho letto la vita di san Giovanni Maria Vianney e pensavo che avrei potuto anch'io essere chiamato al sacerdozio; questo pensiero mi rendeva ansioso, mi chiedevo cosa dovessi fare, forse dovevo cominciare a pensare al sacerdozio?
Così ho pregato per quaranta giorni in Quaresima chiedendo a Dio di chiarirmi quale fosse la mia vocazione; e dopo quaranta  giorni ancora non avevo compreso quale essa fosse, ma avevo sperimentato una tremenda pace e abbandono.
Avevo compreso che, nel momento in cui avessi dovuto decidere della mia vocazione, essa mi sarebbe stata chiara.
E così, infatti, durante il primo anno di Università, ho sentito d'essere chiamato al sacerdozio nella Compagnia della Croce; ci sono entrato e sentivo di essere esattamente là dove dovevo essere. Anche in Seminario, non ho voluto farmi venire l'ansia a discernere se mi trovavo nel posto giusto; intendo che, ovviamente, cercavo di indagare il mio cuore e di cogliere le indicazioni da parte di Dio per la mia vita, ma ho avuto questa grazia dell'abbandonarmi a Dio, di non essere preoccupato, di confidare nel fatto che Lui mi avrebbe guidato.
Ora, è facile a dirsi che è una grazia, ma se stai scappando da qualcosa nella tua vita, veramente ti incoraggio  a provare a chiedere, chiedere al Signore, dirgli: "Signore, dammi solo un po' di appoggio, aiutami a non essere ansioso, a discernere bene e in modo opportuno, ma soprattutto aiutami a discernere senza ansia".

Nel Vangelo di Matteo, capitolo 6, il Signore Gesù  dice:

"Perciò vi dico: per la vostra vita non affannatevi di quello che mangerete o berrete, e neanche per il vostro corpo, di quello che indosserete; la vita forse non vale più del cibo e il corpo più del vestito? Guardate gli uccelli del cielo: non seminano, né mietono, né ammassano nei granai; eppure il Padre vostro celeste li nutre. Non contate voi forse più di loro?
Cercate prima il regno di Dio e la sua giustizia, e tutte queste cose vi saranno date in aggiunta.
Non affannatevi dunque per il domani, perché il domani avrà gia le sue inquietudini. A ciascun giorno basta la sua pena."

Viva Cristo Re!

 



Fr. Mark Goring website

 

Cosa ci trattiene oggi da una deriva potenzialmente fuori dall'umano

 

2Tessalonicesi 2,6-7

6 E ora sapete ciò che impedisce la sua manifestazione, che avverrà nella sua ora. 7 Il mistero dell'iniquità è già in atto, ma è necessario che sia tolto di mezzo chi finora lo trattiene.

 


L’errore di buttare via l’idea di natura (e di storia) di Ernesto Galli della Loggia


Oggi opporsi al progressismo significa coltivare cautela e dubbio di fronte a certi applausi scroscianti

Il principale problema politico dei conservatori è quello che pur essendo critici dello spirito dei tempi devono curare di non apparire dei reazionari (cioè come puri e semplici nostalgici del «buon tempo antico»). Il che può essere niente affatto facile. Oggi però, a differenza che per il passato, una posizione conservatrice può contare da questo punto di vista su un vantaggio importante: davanti a sé, infatti, essa non ha come una volta l’illuminismo, il liberalismo o il socialismo, cioè una qualche grande prospettiva in un avvenire migliore, una qualche promessa generale di riscatto e di felicità, una speranza per l’umanità tutta. Davanti a sé oggi ha il «progressismo» (mai denominazione apparve più sgangheratamente generica), che concepisce un solo tipo di progresso — quello scientifico tecnico —, che al posto della libertà sembra perseguire solo il più banale «liberi tutti», e che in sostanza gioca ogni sua posta su un unico tableau: quello dell’umanità occidentale, perlopiù bianca, libera e benestante.


Non a caso da tempo un tale progressismo non è più la naturale ideologia dei socialmente sfavoriti (i quali anzi spesso costituiscono il nerbo del cosiddetto populismo). Non lo è sia perché in realtà esso non sa o non si cura di offrire alcuna ricetta sociale forte, e sia per una ragione più profonda e più importante. Perché oggi il progressismo sottintende una rivoluzione antropologico-culturale che mira a delegittimare alcune strutture profonde del sentire comune.

Quel sentire comune sul quale si è costruita e continua ad essere costruita l’esperienza di vita della grande maggioranza delle persone. A differenza, insomma, delle precedenti ideologie di progresso, le quali miravano innanzi tutto a trasformare i rapporti sociali e politici, il progressismo attuale mira a qualcosa di completamente diverso: a sovvertire innanzi tutto il mondo dei valori e i rapporti personali tra gli individui.

Lo sta facendo prendendo di mira due caposaldi di quello che potrebbe chiamarsi il pensiero corrente, l’opinione dei più, che fino a pochissimo tempo fa ancora bene o male servivano a definire culturalmente l’universo dell’Occidente: l’idea di natura e l’idea di storia.

Secondo il punto di vista progressista che tiene oggi il campo la natura esisterebbe ormai solo come qualcosa da superare, un limite arcaico da gettarci dietro le spalle: concettualmente e se possibile praticamente. Praticamente grazie al dispositivo congiunto della scienza e della tecnica, a proposito del quale guai a chiedersi se alla nostra umanità convenga davvero sempre e comunque fare ciò che in teoria la scienza consentirebbe di fare. In specie se si tratta di ampliare il raggio delle nostre potenzialità fisiche o di introdurre di continuo nella vita umana dosi sempre nuove e sempre più sofisticate di artificialità meccanizzata. Concettualmente invece il progressismo mira a eliminare l’idea che i comportamenti umani elementari nonché gli stati psico-emotivi e i rapporti interindividuali che li caratterizzano (la bipolarità di genere e l’accoppiamento, la genitorialità, il legame dei gruppi primari) abbiano un qualsiasi fondamento nella natura. Sostenendo che in questo ambito, viceversa, ogni cosa sarebbe frutto di convenzioni o di abitudini consolidatesi nel corso del tempo, un puro e semplice «prodotto della società» e quindi, come tale, modificabile o cancellabile a piacere.

Minando l’idea che nei comportamenti sociali e nei rapporti degli esseri umani tra di loro vi sia qualcosa che possa dirsi davvero «naturale» e in questo senso «normale», il progressismo odierno getta le basi per il soggettivismo più radicale. L’individuo diviene di fatto la misura di tutte le cose (ciò di cui via via anche i codici hanno preso atto ampliando sempre di più la sfera dei diritti personali). In tal modo nell’universo progressista il «noi», qualunque «noi», vacilla e tende a dissolversi. Esiste unicamente l’individuo solo e davanti a lui, onnipotente, la ramificata struttura della tecnoscienza.

Tanto più definitiva diviene poi questa solitudine in quanto essa si estende pure al passato. Come ho detto all’inizio anche la storia infatti — origine prima della tradizione — tende ad essere via via scalzata dal panorama sociale. Dopo la natura, infatti, è la storia (nella narrazione occidentale così connessa all’idea di natura umana) l’obiettivo principe del progressismo. La storia: così feroce, così turgida di sentimenti estremi, tanto spesso così ingiusta. È in particolare proprio ciò che la rende invisa all’ottica progressista la quale, per l’appunto, si fa un punto d’onore nell’additare la moltitudine di violazioni dei diritti umani che costellano le sue vicende e nel comminare grottesche condanne retrospettive alle guerre, alla schiavitù e a quant’altro. Ma al di là di questo ridicolo esercizio di moralismo è la dimensione complessiva della storia che il progressismo considera a sé estranea se non ostile. Perché rivolgere la propria attenzione al passato, magari considerarlo in qualche modo fonte d’ispirazione, contrasta troppo clamorosamente con il suo scopo: guardare solo e sempre avanti perché da lì solo può venire la felicità, lì solo è ciò che è nuovo e buono, il progresso appunto.

È questa inedita condizione del nostro tempo appena tratteggiata che pone il punto di vista conservatore, a me pare, in una condizione anch’essa del tutto nuova rispetto al passato. L’illuminismo, il liberalismo, il socialismo rappresentavano dei mondi morali, contenevano in sé degli ideali di vita individuale e sociale carichi di elementi positivi e di suggestioni, nei loro auspicio erano anticipatori di un’umanità migliore. Di fronte ad essi una posizione conservatrice era fatalmente condannata ad apparire retrograda, reazionaria: perché in buona parte realmente lo era.

Oggi però le cose stanno ben diversamente. Oggi opporsi al progressismo — in questo senso essere conservatori — ha poco del reazionario ma assai di più incarna una posizione di cautela e di dubbio necessari di fronte agli applausi scroscianti pronti a levarsi dappertutto verso il sempre nuovo, verso l’irrisione o la distruzione di quanto non lo è. Oggi una posizione conservatrice ha paradossalmente quasi la funzione di un «katéchon», di qualcosa che trattiene da una deriva potenzialmente fuori dall’umano. Non è un restar fermi e tento meno un voler tornare indietro: si tratta solo di capire bene dove si sta andando.

(Corriere della Sera, 2 settembre 2023)

Salmo CXX - Musicato da Otto Olsson (1879 - 1964)




Ad Dominum cum tribularer clamavi et exaudivit me
Domine libera animam meam a labiis iniquis et a lingua dolosa
Quid detur tibi aut quid adponatur tibi ad linguam dolosam?
Sagittae potentis acutae cum carbonibus desolatoriis
Heu mihi quia incolatus meus prolongatus est ! 
Habitavi cum habitationibus Cedar : multum incola fuit anima mea.
Cum his qui oderunt pacem, eram pacificus : cum loquebar illis, inpugnabant me gratis.

Il Vescovo Crepaldi ad Assisi: i cattolici non possono collaborare con chi sostiene aborto ed eutanasia

Riflessione con cui il vescovo emerito di Trieste, Giampaolo Crepaldi, ha introdotto i lavori del convegno “Le tavole di Assisi” tenutosi ad Assisi il 9 e 10 settembre 2023.
 

Io credo che dobbiamo fare questo sforzo di illuminare di verità e di speranza l'azione dei cattolici in questa nostra società italiana. Con una certezza interiore: che la fede nella azione di Cristo Salvatore, unitamente al corretto uso della nostra ragione, che deriva da Cristo Creatore,  non hanno perso la capacità di illuminare e animare in senso pieno la nostra azione nella società. Dobbiamo essere convinti di questo: se non abbiamo questa convinzione, non andiamo da nessuna parte.

Si pensa oggi che l'azione del cristiano nella vita pubblica possa essere solo indiretta, ossia che debba passare attraverso  gli strumenti e le vie della laicità oppure che debba adoperare, senza trascenderlo, il criterio della persona, il cosiddetto personalismo.
Il cristiano, si pensa, per quanto riguarda la costruzione della società nelle sue strutture politiche e nelle sue leggi, dovrebbe far fare ad altri, e tutt'al più, animare la coscienza di tutti.
Constatiamo oggi le difficoltà e i pericoli di una simile impostazione: il cristianesimo si riduce ad agenzia di animazione civica, l'agire morale è  considerato autosufficiente, possibile senza la luce e il sostegno religioso; la fede si riduce a buone pratiche sociali che alla fine è sempre il potere di turno a stabilire.

Io credo invece, ed è  la proposta che vi faccio, che bisogna recuperare la convinzione che il cristianesimo e la Chiesa intervengono direttamente nella vita sociale, non per sostituirsi ad altre competenze distinte e legittime, ma per orientare l’intera vita pubblica verso la sua vera finalità ultima, che è quella trascendenteBisogna recuperare l’idea, insegnataci anche da Benedetto XVI, che Quaerere Deum, cercare Dio, ha dirette conseguenze sociali in quanto non è possibile dissodare le terre incolte della vita sociale senza aver prima dissodato le nostre anime.

Alla accumulazione culturale va accompagnata l'accumulazione spirituale, altrimenti rischia d'essere inefficace o sterile. Questa è una questione molto importante: in fin dei conti i veri profeti e quelli che sono decisivi alla fine sono i santi.

Concediamo troppo al naturalismo e pensiamo che il mondo non abbia bisogno del Cristo della fede ma eventualmente solo del Cristo della ragione, per poi scendere progressivamente anche da quel livello ed arrivare al Cristo dell’etica mondialista e quindi al Cristo della coscienza individuale. 
Con questo esito, il discorso del cristianesimo nella società è  finito.
O il cristianesimo e la Chiesa hanno qualcosa di proprio e di unico, insisto su questi due aggettivi, oppure finiscono ad essere una delle tante opinioni che vociferano nel baccano quotidiano impropriamente elevato a pubblico dibattito.
Ma se invece il cristianesimo e la Chiesa hanno qualcosa da dire nella pubblica piazza di proprio e di unico, ne deriva che i cattolici non possono collaborare con tutti, perché non possono darsi da fare indifferentemente per tutto. Scriveva Benedetto XVI che “Cristo accoglie tutti ma non accoglie tutto”. 

Sono consapevole di evidenziare un aspetto delicato e controverso nella Chiesa di oggi… 
A me sembra però  che sia ancora valido quanto stabilito da Benedetto XVI nel suo Motu proprio  sul servizio della carità  dell' 11 novembre 2012, dato che l'impegno pubblico della Chiesa anche attraverso i laici è espressione della carità, la quale non può essere però in contrasto con la liturgia e con la dottrina. 

Il documento riguardava le attività di associazioni legate giuridicamente alla Chiesa ma anche di realtà autonome giuridicamente ma che si avvalgono del titolo di cattoliche, ma anche dei singoli fedeli impegnati  nella vita pubblica. In essa si dice che non è lecito collaborare con altre realtà sociali  le cui finalità  sono in contrasto con i principi cristiani, né è  possibile accettare finanziamenti; e anche si diceva che il vescovo deve vegliare su tutto questo.
Non era ritenuto possibile collaborare nella lotta all'Aids con società  che proponevano la contraccezione; così  oggi non dobbiamo ritenere opportuno  collaborare con associazioni che pur avendo alcuni obiettivi positivi nella loro agenda, però  lottano per promuovere l'aborto e il suicidio assistito.
Non basta concordare nominalmente sulla questione ambientale per collaborare con tutti quanti se ne occupano e vi si impegnano. Si rimane negativamente colpiti, per fare un esempio, da quante realtà cattoliche facciano oggi propria, senza alcun discernimento, l’agenda ONU per il 2030...
Ricordo che il cardinal Martini aveva richiamato nel 2007 i cattolici italiani a non collaborare e a non finanziare più  Amnesty International dopo la sua dichiarazione di voler promuovere l'aborto.

Se prendiamo per esempio il campo della morale, vediamo che oggi si tende a dire che l’intelletto non può pretendere di vedere con la propria luce la “forma” di una azione, così come non può vedere la “forma” delle cose. La trascuratezza degli insegnamenti della Fides et ratio e della Veritatis splendor ha conseguenze piuttosto negative. Cosa sia la forma specifica dell’adulterio, per esempio, oggi tende a non essere più chiaro, né la questione della conoscibilità certa degli assoluti morali (negativi) è ritenuta importante.  Si ritiene che queste categorie conoscitive siano astratte e impediscano di entrare nel vissuto delle persone. Nel caso dell'adulterio si dice che esso non esiste, ma che esistono solo le singole persone, che dopo il divorzio si sono riposate, o comunque unite more uxorio; si dice che ogni singola situazione andrebbe considerata in se stessa, e non alla luce di una normativa ritenuta "teorica" e astratta.
Si dice che bisognerebbe entrare nella vita delle persone e includere senza giudicare e senza valutare, solamente  per accompagnarle.

Certamente l'azione pastorale deve incontrare l'altro e gli altri, ma se ciò  non viene fatto alla luce della verità, non si tratta mai di un vero incontro.

Trattare caso per caso conduce al  Nominalismo, una filosofia compatibile con altre confessioni  cristiane, ma non con quella cattolica.
Il nominalismo finisce per dirci che la realtà  non ha una sua strutturazione veritativa interna, non esprime nessuna sapienza creatrice e non contiene nessun ordine finalistico.
Nominalismo e agnosticismo ci dicono di agire senza prima pensare. Oggi sono molto presenti tra i cattolici e gli uomini di Chiesa, talvolta senza la necessaria consapevolezza, e li rende disponibili alle avventure anche le più strampalate. Evidenzia anche una certa “liquidità” dell’essere cattolici nella società, in un attivismo magari frenetico ma improduttivo. L’”agnosticismo cattolico” è alla base dell’oblio dei “principi non negoziabili”, di cui ci parlava Benedetto XVI, che parlavano di vita, famiglia, libertà di educazione, ponevano dei paletti alla politica; questo oblio assolutizza la politica permettendole di fare tutto e, nello stesso temo, la svilisce, perché la rende cieca; e a una politica del genere la dottrina sociale della Chiesa non ha più  nulla da dire.

La mia impressione da vescovo e da osservatore, meglio: da osservatore come vescovo, è che il cerchio si stia stringendo e che gli spazi di libertà per il cattolico siano sempre più esigui fino a scomparire. Man mano che la secolarizzazione procede a grandi passi, aiutata nei suoi effetti distruttivi dalla nuova mondializzazione del nichilismo illuminato, la pattuglia dei cattolici impegnati nel sociale espressamente e senza mezzi termini alla luce della Dottrina sociale della Chiesa intesa come annuncio di Cristo nelle realtà temporali e non come semplice umanesimo vagamente solidarista e fraterno, si riduce di numero. Siamo di fronte ad una convergenza operativa molto coerente di molti centri di potere. Nessun ambito ne rimane esente.
Non c'è una precisa cabina di regia, ma tutti questi soggetti parlano la stessa lingua, tutti mirano a una società  mondialista fondata sulla tecnologia e su una morale minimamente e ambiguamente umanistica post veritativa, post naturale  e, naturalmente, post cristiana.
L'unità di queste forze è data dalla loro cultura comune dell'illuminismo post moderno.

La domanda a questo punto si fa seria: a questa pressione coerente e coesa che vuole la distruzione della natura e della soprannatura, i cattolici, laici e uomini di Chiesa, si adeguano o tentano di opporsi? Per opporvisi servono le idee, oltre che le mani, con il che torniamo a quanto ripetutamente detto sopra: il cristianesimo e la Chiesa hanno qualcosa di proprio e di unico da dire al mondo. Se non lo fanno, o se lo fanno non come dovrebbero farlo, non rimarranno neutrali in un mondo a sé, ma saranno penetrati da altre idee che con le proprie non hanno niente a che fare.

Io sono convinto che negare il conflitto è  il modo migliore per perderlo.
A questa riappropriazione di ciò  che la Chiesa ha da dire di proprio e di unico, è  legato anche il destino dell'unità tra di noi: se recupereremo solo alcuni suoi spezzoni, se non andremo fino in fondo, se avremo paura di non essere più  graditi e interloquiti, allora rimarremo divisi, e sappiamo che "omne regnum in se ipse divisum  desolabitur".

sabato 16 settembre 2023

Padre Amorth: il mio primo terribile esorcismo

 


Il primo a entrare nella stanza è padre Massimiliano. Dietro di lui, una figura esile. Un uomo di venticinque anni, magro. Si notano le sue umili origini. Si vede che tutti i giorni ha a che fare con un lavoro bellissimo ma anche molto duro. Le mani sono ossute e grinzose, mani che lavorano la terra. 

Prima ancora che inizi a parlargli, entra una terza persona, inaspettata. «Lei chi è?» chiedo. «Sono il traduttore» dice. «Il traduttore?» Guardo padre Massimiliano e chiedo spiegazioni. So che ammettere nella stanza dove si svolge un esorcismo una persona non preparata può essere fatale. Satana durante un esorcismo attacca i presenti se impreparati. Padre Massimiliano mi rassicura: «Non gliel’hanno detto? Quando va in trance parla solo inglese. Serve un traduttore. Altrimenti non sappiamo cosa vuole dirci. È una persona preparata. Sa come comportarsi. Non commetterà ingenuità». 

Indosso la stola, prendo in mano il breviario e il crocifisso. A portata di mano tengo l’acqua benedetta. Inizio a recitare l’esorcismo in latino.

«Kyrie, eléison....»

Il posseduto è una statua di sale. Non parla. Non reagisce. Rimane immobile seduto sulla sedia di legno dove l’ho fatto accomodare. Continuo con il rito.

«Peccatóres, te rogámus, audi nos...»

Ancora nessuna reazione. Il contadino sta in silenzio, lo sguardo fisso per terra. Così recito il Salmo 53, secondo quanto chiede il rito.


«Deus, in nómine tuo salvum me fac...»

È a questo punto che, di colpo, il contadino alza la testa e mi fissa. E nello stesso istante esplode in un urlo rabbioso e spaventoso. Diventa rosso e inizia urlare invettive in inglese. Rimane seduto. Non si avvicina a me. Sembra temermi. Ma insieme vuole spaventarmi. «Prete finiscila! Zitto, zitto zitto!» E giù bestemmie, parolacce, minacce. Accelero col rituale.


«Deus, cui próprium est miseréri semper...»

Il posseduto continua a urlare: «Zitto, zitto, stai zitto». E sputa per terra e addosso a me. È furioso. Sembra un leone pronto al grande balzo. È evidente che la sua preda sono io. 

Capisco che devo andare avanti. E arrivo fino al «Praecipio tibi» – «Comando a te». Ricordo bene quanto mi aveva detto padre Candido le volte che mi aveva istruito sui trucchi da usare: «Ricordati sempre che il “Praecipio tibi” è spesso la preghiera risolutiva. Ricordati che è la preghiera più temuta dai demoni. Credo davvero sia la più efficace. Quando il gioco si fa duro, quando il demonio è furioso e sembra forte e inattaccabile, arriva in fretta lì. Ne trarrai giovamento nella battaglia. Vedrai quanto è efficace quella preghiera. Recitala a voce alta, con autorità. Buttala addosso al posseduto. Ne vedrai gli effetti».

«Praecipio tibi, quicúmque es, spíritus immúnde...»

E ancora, altri passi del Vangelo.

«Léctio sancti Evangélii secúndum Marcum..

Gli occhi gli vanno all’indietro. La testa penzola dietro lo schienale della sedia. L’urlo continua altissimo e spaventoso. Padre Massimiliano cerca di tenerlo fermo mentre il traduttore arretra spaventato di qualche passo. Gli faccio segno di indietreggiare ulteriormente. Satana si sta scatenando. «Perché stai lì e resisti, mentre sai che Cristo Signore ha distrutto i tuoi disegni? Temi colui che è stato immolato nella figura di Isacco, è stato venduto nella persona di Giuseppe, è stato ucciso nella figura dell’agnello, è stato crocifisso come uomo e poi ha trionfato sull’inferno. Vattene nel nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo.» E ancora la preghiera dell’esorcismo, il latino che provoca nel posseduto spasmi incontrollabili.


«Omnipotens Dómine, Verbum Dei Patris...»

E ancora.

«Ecce Crucem Dómini, fúgite, partes advérsæ....»

Il demonio sembra non cedere. Ma il suo grido ora si attenua. Adesso mi guarda. Un po’ di bava gli esce dalla bocca. Lo incalzo. So che devo costringerlo a svelarsi, a dirmi il suo nome. Se mi dice il suo nome è segno che è quasi sconfitto. Svelandosi, infatti, lo costringo a giocare a carte scoperte. 

«E ora dimmi, spirito immondo, chi sei? Dimmi il tuo nome? Dimmi, nel nome di Gesù Cristo, il tuo nome?» È la prima volta che faccio un grosso esorcismo e, dunque, è la prima volta che chiedo a un demonio di rivelarmi il suo nome. La sua risposta mi raggela il sangue. «I’m Lucifer» dice con voce bassa e cadenzando lentamente tutte le sillabe. «Io sono Lucifero


«Exorcizo te, immundíssime spíritus..»

Non devo cedere. Non devo arrendermi ora. Non devo mostrarmi spaventato. Devo continuare l’esorcismo con autorità. Sono io che conduco il gioco. Non lui.


«Adjuro te, serpens antíque...»

Il posseduto torna a ululare. La testa buttata di nuovo dietro lo schienale della sedia. La schiena curva. È passata più di un’ora. Padre Candido mi ha sempre detto: «Finché hai energie e forze vai avanti. Non si deve cedere. Un esorcismo può durare anche un giorno. Cedi solo quando capisci che il tuo fisico non regge». Ripenso a tutte le parole che mi ha detto padre Candido. Vorrei tanto fosse qui vicino a me. Ma non c’è. Devo fare da solo.


«Adjuro ergo te, omnis immundíssime spíritus, omne phantásma, omnis incúrsio sátanæ, in nómini Jesu Christi Nazaréni...»

Non pensavo, prima d'iniziare, che potesse succedere. Ma d'un colpo ho la netta sensazione della presenza demoniaca davanti a me. Sento questo demonio che mi fissa. Mi scruta. Mì gira intorno. L'aria è diventata fredda. C'è
un freddo terribile, Anche di questi sbalzi di temperatura mi aveva preavvertito padre Candido, Ma un conto è sentire parlare di certe cose, un conto è provarle, Cerco di concentrarmi. Chiudo gli occhi ea memoria continuo la mia supplica.


«Quicumque vult salvus esse, ante omnia opus est, ut teneat catholicam fidem...»

È a questo punto che accade un fatto inaspettato. Sarà la prima e unica volta che mi capiterà nel corso della mia lunga “carriera” di esorcista.
Il posseduto diventa un pezzo di legno. Le gambe stese in avanti. La testa allungata all’indietro.
E inizia a levitare.
Sì alza in orizzontale di mezzo metro sopra lo schienale della sedia. Resta lì, immobile, per parecchi minuti sospeso nell'aria. Padre Massimiliano arretra. Io resto al mio posto. Il crocifisso ben stretto nella mano destra. Il rituale nell'altra. Mi ricordo della stola. La prendo e lascio che un lembo tocchi il corpo del posseduto. Questi è ancora immobile. Rigido. Zitto. Provo ad affondare un altro colpo mettendo in fila una serie di salmi previsti dal rito.


«Qui habitat in adjutorio Altissimi, * in protectione Dei caeli commorabitur... »

Un tonfo accoglie il mio Amen. Il posseduto si affloscia sulla sedia. Farfuglia parole che fatico a comprendere. Poi dice in inglese: «Uscirò il 21 giugno alle ore 15. Uscirò il 21 giugno alle ore 15». Quindi mi guarda. Adesso i suoi occhi non sono altro che gli occhi di un povero contadino. Sono pieni di lacrime. Capisco che è tornato in sé. Lo abbraccio e gli dico: «Finirà presto»

«Oramus te, Deus omnipotens, ut spiritus iniquitàtis amplius non habeat potestàtem in hoc famulo tuo, sed ut fugiat, et non revertàtur...»

Decido di ripetere l’esorcismo tutte le settimane. Tutte le volte si ripete la stessa scena. La settimana del 21 giugno lo lascio libero. Non voglio interferire con il giorno in cui Lucifer ha detto che sarebbe uscito. So che non devo fidarmi. Ma a volte il diavolo non è in grado di mentire.


La settimana successiva a quella del 21 giugno lo riconvoco. Arriva come sempre accompagnato da padre Massimiliano e dal traduttore. Sembra sereno. Inizio a esorcizzarlo. Nessuna reazione. Resta calmo, lucido, tranquillo. Gli spruzzo un po’ d’acqua benedetta addosso. Nessuna reazione. Gli chiedo di recitare con me l’Ave Maria. La recita tutta senza dare in escandescenze. Gli chiedo di raccontarmi cosa è successo il giorno in cui Lucifer ha detto che se ne sarebbe andato via da lui.

Mi dice: «Come tutti i giorni sono andato a lavorare da solo nei campi. Nel primo pomeriggio ho deciso di fare un giro con il trattore da solo. Alle 15 mi è venuto da urlare fortissimo. Credo di aver fatto un urlo terrificante. Alla fine dell’urlo mi sentivo libero. Non so spiegarlo. Ero libero».

Non mi capiterà più un caso simile. Non sarò mai più così fortunato, liberare un posseduto in così poche sedute, in soli cinque mesi, un miracolo. Gli esorcismi successivi dureranno anni. Non so perché il mio primo esorcismo sia stato così agevole. Terrificante ma agevole. Non so perché sia stato l’unico caso in cui ho assistito alla levitazione. Non so davvero cosa Dio abbia voluto dirmi. Forse ha voluto farmi sperimentare tutta la malvagità di Satana ma anche darmi coraggio. Farmi vedere che ce la posso fare. Ne ho parlato a lungo con padre Candido. Che, invece, mi ha dato tutt’altra versione.

 

Altissima Luce - Lauda VIII , dal Laudario di Cortona

 



Altissima luce col grande splendore,
in voi, dolce amore, agiam consolanza.

Ave, regina, pulzella amorosa,
stella marina che non stai nascosta,
luce divina, virtù graziosa,
bellezza formosa: de Dio se´ semblanza!

Altissima luce col grande splendore,
in voi, dolce amore, agiam consolanza.

Templo sacrato, ornato vasello
annunziato da san Gabriello,
Cristo è 'ncarnato nel tuo ventre bello,
frutto novello cum gran delettanza.

Altissima luce col grande splendore,
in voi, dolce amore, agiam consolanza.

Verginitade a Dio prometteste,
umanitade  co llui coniungeste,
cum puritade  tu sì 'l parturisti,
non cognoscendo carnal delectanza.

Altissima luce col grande splendore,
in voi, dolce amore, agiam consolanza.

Fresca rivera ornata di fiori,
tu se´ la spera di tutti i colori:
guida la schiera di noi peccatori,
sì ch´asavori de tua beninanza.

Altissima luce col grande splendore,
in voi, dolce amore, agiam consolanza.

L'unica cosa che devi fare, è aprire gli occhi

 


"Mia moglie ed io guardavamo dei vecchi video della nascita della nostra figlia più piccola, e il video che vedrete l'ho fatto io. Ma non ne avevo capito l'importanza finché  non l'ho rivisto.
Mia figlia era nata da appena due minuti, due minuti e mezzo; l'avevano messa in una culla riscaldata (una specie di incubatrice per polli... non so che razza di assicurazione sanitaria avessimo!)
L'infermiera la doveva pulire, e lei si mette a piangere. Voglio che vediate cosa succede quando sente la mia voce."

(Nel video si vede che la bimba sente la voce del padre che la rassicura e smette di piangere).


"Forte vero? Poi, dopo circa sette minuti, sette minuti e mezzo, l'infermiera l'aveva pulita, e lei si mette a piangere di nuovo. Nuovamente io le parlo e di nuovo lei smette di piangere. Ma vorrei che vedeste quando le dico che le voglio bene..."

(Nel video, quando il papà le dice che le vuol bene, la bambina apre gli occhi e sorride)


Questo è il fatto: nella vita ci sono momenti in cui ti sembra di passare da una battaglia ad un'altra... o forse sei solo pieno di paure e di incertezze.
La cosa più importante da fare in quei momenti è fermarsi e ascoltare la voce del Padre; fermati, perché  in quel momento preciso Lui ti sta parlando.
E ciò  che vuole farti sapere, è che Lui è lì, proprio lì con te, che ti ama.
L'unica cosa che devi fare è aprire gli occhi...

(Michael jr.)

 


 

giovedì 14 settembre 2023

Qualunque azione, anche la più piccola, deve essere fatta con questo proposito: “Signore, per la tua gloria” (don Dolindo Ruotolo).

Don Dolindo e padre Pio sono due giganti della Chiesa. Don Dolindo venne calunniato, perseguitato, ma diceva che “i miei libri riabiliteranno la mia memoria”. A lui interessava solo essere un semplice sacerdote, al servizio di Dio e del prossimo. Fu una delle figure più importanti della Napoli cattolica. A volte lo chiamavano per predicare anche in 8-9 chiese al giorno. 

Anche se subì persecuzioni da alcuni ecclesiastici, fino a due sospensioni a divinis, guai se qualcuno parlava male della Chiesa con lui: “Tacete, la Chiesa è santa, immacolata, indefettibile”, diceva. Negli anni in cui gli fu proibito di esercitare il ministero sacerdotale, si metteva all’ultimo posto della chiesa e poi, per la Comunione, da umile fedele andava a ricevere l’Eucaristia. Voleva che tutti sapessero che lui rimaneva fedele alla Chiesa. Non se ne allontanò mai.


Della vita di don Dolindo stupisce la capacità di accettare la croce, in ogni situazione.

Gesù aveva detto a padre Dolindo di prendere su di sé le sofferenze di tutti. Lui ebbe il dono mistico dello scambio di dolori. Chiamava i conventi, per esempio le suore di clausura, e diceva: “Datemi le vostre sofferenze”. Tutti i giorni chiedeva a Dio il dono del dolore insieme all’amore, la fede, la mansuetudine, l’umiltà.

Tenne questo atteggiamento anche con i suoi calunniatori

 Lui li amava come un padre, pregava per loro, andava perfino a trovarli a casa per far tornare il sereno nel loro cuore e, naturalmente, i suoi denigratori rimanevano sbigottiti per tanta carità. E se i suoi amici protestavano, replicava: “Tacete, quelli sono miei benefattori”. Perché gli davano la possibilità di offrire delle sofferenze, unendole a quelle di Gesù. 

E poi riteneva che tutto fosse volontà di Dio. Diceva sempre: “In casa nostra si mangia pane e volontà di Dio”. Questa sua santità convertiva le anime. Pensi che nel periodo in cui fu accusato dal Sant’Uffizio convertì una famiglia di massoni che da più di quarant’anni non si avvicinava ai Sacramenti. 

Ha vissuto con un solo pensiero, la gloria di Dio. Insegnava che qualunque azione, anche la più piccola, deve essere fatta con questo proposito: “Signore, per la tua gloria”. Questa era la spiritualità di padre Dolindo.
 

(Dall'intervista della Nuova Bussola Quotidiana a Grazia Ruotolo)


Kyrie - Missa XI

 






Il Battesimo dei campioni

"Caro Ronaldo, vieni anche tu ad assistere a qualche riunione degli evangelici, ti farà bene!".
L'invito arrivava da Kakà. Il calciatore rossonero Kakà frequentava infatti abitualmente, fin da quando aveva 12 anni, la setta evangelica 'Renascer em Cristo', presente soprattutto a San Paolo. "L'ho chiamato per telefono - ha raccontato Kakà - e sono sicuro che, prima o poi, verrà".

E invece Kakà si sbagliava: perché Ronaldo Luís Nazário de Lima, detto "Il Fenomeno", leggenda del calcio brasiliano, ex calciatore del Barcellona e del Real Madrid - e dell'Inter dal 1997 al 2002 - pochi giorni fa, l'11 settembre 2023, ha vissuto il giorno più  bello della propria vita ricevendo il sacramento del Battesimo nella Chiesa cattolica.



Ronaldo ha diffuso attraverso i social la notizia che entra a far parte della Chiesa Cattolica essendo stato battezzato da padre Fabio de Melo a São José dos Campos (San Paolo).

Ronaldo, attualmente presidente del Real Valladolid, si è  così espresso su Instagram:

"Oggi è un giorno  del tutto speciale: sono stato battezzato! La fede cristiana è sempre stata parte fondamentale della mia vita fin da bambino, sebbene non fossi battezzato.
Avendo ricevuto il Sacramento del Battesimo, ora mi sento veramente rigenerato come figlio di Dio - in un modo nuovo, più  cosciente, più  profondo
".

A Ronaldo vanno tutte le nostre felicitazioni e il nostro fraterno benvenuto!


mercoledì 13 settembre 2023

Carlo Acutis, il gabbiano Jonathan Livingston e il fico sterile

Carlo aveva letto Il gabbiano Jonathan Livingston dello scrittore Richard Bach. Gli era piaciuto molto, soprattutto lo avevano colpito queste belle parole che si applicano perfettamente a lui: «Quei gabbiani che non hanno una meta ideale e che viaggiano solo per viaggiare, non arrivano da nessuna parte, e vanno piano. Quelli invece che aspirano alla perfezione, anche senza intraprendere alcun viaggio, arrivano dovunque, e in un baleno». 

E Carlo, possiamo affermare con certezza, che è riuscito a raggiungere molto velocemente la sua meta, il Cielo. Il gabbiano Jonathan, come Carlo, era interessato ad altri orizzonti: «Per la maggior parte dei gabbiani volare non conta, conta mangiare. A quel gabbiano lì, invece, non importava tanto procurarsi il cibo, quanto volare. Più d’ogni altra cosa al mondo, a Jonathan Livingston piaceva librarsi nel cielo». Ecco, questo gabbiano assomiglia molto a mio figlio.


Carlo citava spesso questa parabola: «Un tale aveva un fico piantato nella vigna e venne a cercarvi frutti, ma non ne trovò. Allora disse al vignaiolo: “Ecco, son tre anni che vengo a cercare frutti su questo fico, ma non ne trovo. Taglialo. Perché deve sfruttare il terreno?”. Ma quegli rispose: “Padrone, lascialo ancora quest’anno finché io gli zappi attorno e vi metta il concime e vedremo se porterà frutto per l’avvenire; se no, lo taglierai”» (Lc 13, 6-9). 

Mi sembra di sentire ancora la sua voce quando ripeteva che «nella parabola del fico sterile il Signore ci dice che vuole vedere nascere i frutti. Condanna l’inconcludenza. Ci ha donato dei mezzi straordinari, i Sacramenti, attraverso la sua morte in Croce, e ci continua a sostenere, ma vuole le nostre risposte. Tutta la Rivelazione è una domanda che esige da noi continue risposte. I Sacramenti da Lui istituiti sono anch’essi una domanda. E l’Eucaristia è la domanda per eccellenza. Ci vogliono dunque risposte complete e sollecite».

Per mio figlio «prima di tutto bisognerebbe esaminarsi, scandagliarsi. Vedere, fino in fondo, in quali condizioni ci si trovi. Bilancio di virtù e di vizi, di pregi e di difetti. Statistica di meriti e di demeriti. E ciò senza scusanti, senza arrotondamenti, senza concessioni. Una volta messo in chiaro tutto ciò, bisognerebbe programmare la correzione. Per esempio, un progetto simile, che può, a prima vista, apparire ovvio, quasi banale, è togliere ogni anno un difetto, conquistare ogni anno una virtù». Nell’esame di coscienza quotidiano, bisognerebbe fare come Carlo e constatare quanto e come ci siamo dati da fare per quella correzione e per quella conquista. «Bisognerà però essere sinceri e leali nell’esame. Essere pronti e decisi nel proposito. Inoltre, provare a ri-soprannaturalizzare il nostro clima interiore attraverso la preghiera, la meditazione della Parola di Dio e l’assidua frequentazione dei Sacramenti, in particolare la Comunione e la Confessione, unitamente a una buona direzione spirituale ove sia possibile».


Da: "Il segreto di mio figlio. Perché Carlo Acutis è  considerato un santo"

domenica 10 settembre 2023

L'unica medicina senza controindicazioni

La Parola di Dio è  medicina: e non ha controindicazioni

Non c'era cibo nel deserto, e così Dio diede al popolo eletto la manna dal cielo; ma dovevano raccoglierla la mattina presto in modo da poter fare il pane, perché se aspettavano troppo a lungo, se i raggi del sole la colpivano, la manna si scioglieva. E la cosa strana era che potevano metterla nel forno e cuocerla e non si scioglieva, però dovevano raccoglierla prima che il sole la scaldasse.

Nel libro della Sapienza (Sapienza 16:20-21) c'è un'interpretazione di questo insegnamento che Dio ha dato loro. Dice: "hai nutrito il tuo popolo con il cibo degli angeli" - è il modo in cui chiamano il cibo, manna degli angeli - "e fornisci loro il pane dal cielo: pane pronto" - a portata di mano - "senza fatica, capace di procurare ogni delizia e soddisfare ogni gusto".

Possiamo tracciare un parallelo tra il raccogliere la manna nel deserto e ricevere la parola di Dio la mattina presto come fanno tanti cristiani,  perché il nostro Signore Gesù ha detto che l'uomo non vive di solo pane ma di ogni parola che esce dalla bocca di Dio: quindi la parola di Dio è il suo pane così è delizioso, dotato di ogni bontà e adatto ad ogni gusto. 

Molto interessante, che sia adatto ad ogni gusto! "Questo tuo alimento manifestava la tua dolcezza verso i figli, si adattava al gusto di chi ne mangiava, si trasformava in ciò che ognuno desiderava".
Potete immaginare: se ti piace il cibo piccante la manna è piccante; se non ti piace il troppo salato,  allora è non troppo salata. Ma io immagino che,  anche se avessi non so che tipo di intolleranza alimentare, intolleranza al lattosio o al glutine o altro, essa sarebbe stata conforme alle mie esigenze.

E non solo! Magari se avevi una carenza diventava un integratore alimentare, addirittura poteva essere una medicina di cui qualcuno aveva bisogno, una medicina di qualsiasi genere conosciuto. Forse qualcuno stava lottando con l'ansia e mangiare la manna era come prendere un qualsiasi farmaco per l'ansia; forse qualcuno sarà tormentato dal mal di testa... questa era la manna: penso che curasse ogni cosa.

Il fatto che non veniva disciolta dal fuoco, cioè si poteva metterla nel forno per cuocerlo, mentre si scioglieva se semplicemente riscaldata da un momentaneo raggio di sole, era strano: strano che potesse sopportare il fuoco di una fornace per il pane ma non tollerasse i raggi del sole.
Era per insegnarci che bisogna ringraziare il Signore prima dell'alba e rivolgersi a Lui al mattino. 

È per questo che vediamo il nostro Signore Gesù, come abbiamo sentito in Luca e anche in Marco, alzarsi molto presto prima dell'alba e recarsi in un luogo deserto per pregare. Gesù sta seguendo gli insegnamenti dell'Antico Testamento: devi alzarti presto.
Vedete? Il nostro Signore Gesù sapeva quale fosse la sua missione. Appena i suoi discepoli lo conobbero, iniziarono a fargli pressioni e a attirare l'attenzione su cose minimali. Anche noi sperimentiamo che nella vita un milione di persone ci fanno pressione e si intromettono su un sacco di cose... e Gesù è stato in grado di dire no no no, questo è il motivo per cui sono venuto, so qual è la mia missione, so qual è la volontà di Dio per me, so cosa devo fare perché sono stato con il Padre per ricevere le sue istruzioni.

Io credo che, quando passiamo del tempo con il Padre al mattino ricevendo la sua parola, in modo misterioso Egli ci dà ciò di cui abbiamo bisogno per affrontare le difficoltà della giornata. Sapete che la nostra giornata è sempre piena di sfide e c'è chi testimonia che questo è vero. C'è un insegnante di scuola che si alza presto ogni mattina per pregare forse mezz'ora alla presenza del Signore; la gente lo nota: come mai durante il giorno riesci a mantenere la pace e non ti agiti subito come gli altri? Perché in quel momento della mattina gli è stata data la grazia di gestire tutti i rovesci della giornata per sapere cosa fare come reagire, cosa dire. 

E così ancora tante persone possono testimoniare che iniziare la giornata  alla presenza di Dio, raccogliendo la manna mattutina, ricevendo la Parola di Dio e possibilmente impiegando del tempo ascoltando la Scrittura, ascoltando Dio, forse scrivendo un diario di ciò che Dio sta mettendo nel vostro cuore, scriverlo, e vedrai come sarai strumento efficace di Dio durante la giornata, proprio perché hai ricevuto aiuto, forza, cibo dal Cielo!

Un ultimo punto: il pane era buono solo per la giornata stessa, sapete cosa succedeva, che se cercavano di conservarlo per l'indomani esso marciva, prendeva cattivo odore, faceva i vermi. Quale lezione possiamo trarne? Che dobbiamo pregare ogni giorno, ricevere la manna fresca ogni giorno, perché il fatto che tu abbia pregato bene la scorsa settimana non ti aiuterà ad affrontare l'oggi. Preghiamo ogni giorno, per ricevere ogni giorno la forza e il nutrimento dal Cielo.

(Padre Mark Goring - link al suo sito internet