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mercoledì 27 settembre 2023

Un amore grande, che non si vanta, non si adira, non tiene conto del male ricevuto

I miei genitori consideravano don Dolindo a tutti gli effetti un fratello e un cognato. Per questo, la sua presenza mi fu subito familiare. Don Dolindo non mangiava mai a casa nostra, neppure in occasione delle feste, Natale, Pasqua, compleanni, piccoli ricevimenti per le Comunioni o le Cresime… C’erano torte, gelati, ma lui non toccava nulla. Una volta papà insistette: «Dai, assaggia qualcosa, prendi almeno una fetta di dolce, una bibita». E don Dolindo, portandosi col suo tipico gesto la mano allo stomaco, rispose come al solito: «No, grazie, io sto, sto bene». E mio padre, spazientito, quasi esasperato, sbottò: «Ma, almeno un bicchiere d’acqua, lo vuoi o no? Non prendi mai niente, niente, niente». Il motivo era la sua penitenza assoluta

Approfittava di ogni occasione per fare qualche rinuncia, qualche privazione da offrire a Gesù. Noi abitavamo al quarto piano e quando don Dolindo andava via, papà gli diceva: «Aspetta, ti chiamo l’ascensore». Ma lui, pronto: «Ma quale ascensore, io tengo due macchine!». Si alzava la veste talare e mostrava le gambe: «Ecco, questa è la 600 e questa è la 1100!». Quando ero bambina e lui arrivava da noi, i miei genitori ci chiamavano subito: «Ragazzi venite, c’è padre Dolindo che ci dà la benedizione!». Noi, tutti e otto figli correvamo e ci mettevamo in ginocchio in assoluto silenzio. Era un momento solenne, molto sentito, che mi è sempre rimasto nel cuore. 

Come mi sono rimasti nel cuore i tanti episodi di cui ho sentito parlare fin da piccola. Una mattina lo zio aveva visto un gruppetto di giovani prendersela animatamente contro la Chiesa, asserendo che i sacerdoti si arricchivano alle spalle della povera gente e maneggiavano molti più soldi delle famiglie perbene… E giù con offese veementi contro il clero. Allora don Dolindo, con il suo fare sempre un po’ ironico e umoristico, si alzò la sottana fino alle ginocchia e abbozzò un inchino, quasi da ballerino, per poi raddrizzarsi di colpo e dir loro: «Volete comperare queste mie calze?». Lui non le portava mai ed era una giornata freddissima in cui dal cielo pioveva nevischio. Quella comitiva rimase di sasso; filarono tutti via ammutoliti, con la testa china, visibilmente mortificati. 

Don Dolindo non perdeva occasione per riportare al Pastore le pecorelle smarrite, ogni circostanza era buona per toccare i cuori e convertirli, espandendo l’amore di Gesù. Una volta stava salendo su un autobus e nella calca gli soffiarono il portafogli, una foderina di breviario, peraltro sempre e completamente senza soldi, in cui conservava dei biglietti con appunti, promemoria o indirizzi che potevano servirgli. Lo zio, anziché arrabbiarsi, si dispiacque per il ladro che aveva fatto una cosa cattiva e per giunta non aveva trovato denaro. Pensò allora di tenere nel nuovo portafoglio anche una lettera per il ladro, in cui gli esprimeva rammarico per non potergli offrire altro perché era povero, ma volentieri gli consigliava di avvicinarsi a Gesù, il solo che lo avrebbe reso veramente «ricco». Dopo qualche tempo una mano furtiva si infilò nuovamente nella tasca di don Dolindo… e la lettera, dunque, raggiunse il suo destinatario. 

Nell’intenso amore per il sacerdozio ricopriva un posto fondamentale anche la predicazione alla quale lo zio si dedicava con indescrivibile slancio. Questo fu un altro aspetto importante rimasto inalterato nel suo ministero. Ho impresse nella mente le folle che venivano ad ascoltarlo a San Giuseppe dei Vecchi o in altre chiese dov’era chiamato a predicare: spesso dovevano lasciare le porte spalancate perché potesse sentirlo anche la gente assiepata all’esterno. Iniziava sempre a parlare a voce bassa, poi un fervore lo animava via via sempre più, specie quando parlava di Gesù o della Madonna. Rapiva letteralmente ogni cuore. Diventava straordinario, il linguaggio si elevava, si faceva solenne, gli occhi si accendevano di un fulgore strano, come se fosse sul punto di essere rapito in estasi.

Tutti questi particolari ce lo mostravano trasfigurato in un contrasto meraviglioso: da un lato la modestia della persona e l’umiltà dell’abito, dall’altro l’altezza della spiritualità e la vastità della cultura. Non c’è chiesa di Napoli che non l’abbia chiamato per una predica. A volte predicava fino a otto, nove volte in una sola giornata. Correva dappertutto fino a esaurirsi fisicamente, ma lo strano era che invece resisteva. 

Eppure si contentava di una minestra quale unico pasto giornaliero, senza mai terminare l’intero piatto, e non dormiva che due ore per notte. Emma, la sorella, mi raccontò che vedendolo tornare a casa una sera rosso e alterato, gli misurò la febbre: la temperatura sul momento toccava i 41° gradi e mezzo, ma si abbassò di lì a breve… Evidentemente era il fuoco dell’amore per Gesù che ardeva in lui. Quel giorno aveva tenuto nove prediche! 

Non solo le chiese, ma anche la sua casa ovviamente si gremiva quando lui predicava; e da lui accorrevano non solo il popolo, le anime semplici, ma anche persone autorevoli, gente di cultura e con ruoli sociali di prestigio. Tutti sentivano istintivamente che «quello lì» era un prete autentico che non parlava per mestiere o per mettere in mostra la sua erudizione, la sua bravura o per ottenere il vano plauso generale; e riconoscevano il sacerdote pieno di timor di Dio che viveva in intima comunione con Lui. Un amore sofferente e gigantesco come il suo comunicava alle anime la forza di una Presenza che trascina e travolge. E quando terminava, dalle panche partivano spontanei i battimani e i lanci di fiori che ricoprivano l’altare. Per me, non solo da bambina, questa era ogni volta un’emozione immensa, davvero indimenticabile. 

Spesso le sue omelie contenevano preghiere stupende, invocazioni che gli scaturivano spontaneamente dall’animo, in palpabile comunione interiore con Gesù e Maria, ai quali, predicando, o tenendo le catechesi, si rivolgeva di continuo: «Sono un nulla in me, vieni Gesù, vieni in me e vivifica l’anima mia»; «Gesù effonditi nella mia anima»… Questo amore grande, pervadeva ogni sua cellula e si riversava sui presenti. Nonostante la figura minuta e fragile, sull’altare pareva un gigante e la sua voce, mentre tuonava sempre più, ti entrava nell’animo. «Trasformaci o Gesù», pregava. E spiegava che solo Lui, il Maestro poteva operare una «rinnovazione interiore di vita». 

Il suo instancabile sforzo, durante le Messe, fu quello di far comprendere la grandiosità del dono eucaristico: «Quando riceviamo Gesù nel cuore, facciamo che l’anima nostra viva di lui». Troppe, troppe persone – diceva – fuggono via frettolosamente dopo la Comunione, o restano con i pensieri altrove, «come se non avessimo ricevuto nulla». Il Santissimo, entrato in noi, spesso resta lì, ignorato, non accolto, non amato, non considerato, in un silenzio dell’anima assordante. «Come possiamo invitare qualcuno a casa nostra e non rivolgergli neppure la parola? Si può ricevere una visita e restare muti? Siamo troppo taciturni con Gesù sacramentato che viene in noi», lamentava don Dolindo. Il Pane di Vita doveva accendere i cuori, vivificarli, trasformali da aridi in palpitanti d’amore, capaci di dialogare interiormente con il Signore, di porsi in autentica unione con Lui. 

E questo, insisteva don Dolindo, era ancora più importante per i sacerdoti, per le anime consacrate. «Non si può negare un certo decadimento anche nelle comunità religiose», disse in un’omelia del 19 luglio 1958, «ma consacrarsi a Dio significa per prima cosa sceglierlo come oggetto unico del proprio amore». Senza questo trasporto, senza quest’amore, «ecco i pettegolezzi, ecco i dispettucci, ecco le mancanze di carità, ecco il peccato». Il senso dei voti, per don Dolindo, era una «dedizione completa a Dio», in mancanza della quale si andava incontro alla calunnia, alla mormorazione, all’invidia.

Raccontò una volta dal pulpito che a 14 anni, nel periodo del collegio si era, «con uno sforzo di fortezza», più volte alzato in refettorio tra i compagni per chiedere di non sparlare più di altre persone, «ma spesso avevo la peggio». E lo stesso aveva fatto anche con un insegnante che diceva cattiverie dei confratelli: «Padre, per favore spezzate questo discorso, è contro la carità». E quello si era levato dalla sedia: «Tu sei un ragazzaccio!». Purtroppo, le maldicenze che dilagano in seno al clero lo avrebbero colpito anche personalmente negli anni a venire. Ma tutto questo, con lucidità, don Dolindo lo riconduceva a un «agghiacciamento» dell’anima dovuto alla mancanza di vero, autentico, sfavillante amore per Gesù. 

Tanti, spiegava ancora, desiderano le stigmate, le piaghe sanguinose e visibili, alcuni anche «con cuore generoso», ma noi dobbiamo chiedere a Gesù la stigmata del suo amore, di recare impresso su di noi il sigillo dell’amore con cui ci ha donato tutto se stesso per espanderlo sugli altri affinché si possa moltiplicare di cuore in cuore. Qual è la via per ricevere questa preziosa stigmata? «L’abbandono nella mente di Dio: Signore, pensaci Tu, io sono un povero nulla».

Grazia Ruotolo con Luciano Regolo «GESÙ, PENSACI TU» Vita, opere, scritti & eredità spirituale di don Dolindo Ruotolo nel ricordo della nipote

domenica 24 settembre 2023

Discorso profetico del 1970: "Ritorneranno l'ascesi e l'adorazione"

Discorso tenuto dal Dott. Eric de Saventem ai membri della Federazione Internazionale  Una Voce , negli Stati Uniti, riuniti a New York per la loro prima Assemblea Generale il 13 giugno 1970

Memling, polittico di San Giovanni (particolare)


Come molti di voi sanno, UNA VOCE ha attraversato un periodo di prova. La promulgazione del nuovo ORDO MISSAE ci ha messo di fronte a quello che sta rapidamente diventando il problema numero uno del fedele cattolico: come coniugare la sottomissione filiale al Santo Padre con una critica rispettosa ma aperta di alcuni dei suoi atti?
 

In questioni di tale delicatezza, la prima necessità è essere precisi, nel pensiero e nelle parole. Quando si sono riuniti i Delegati delle quattordici associazioni federate UNA VOCE Zurigo in febbraio hanno deciso all'unanimità che UNA VOCE si adoperasse per ottenere il mantenimento della Messa tridentina “come uno dei riti riconosciuti nella vita liturgica della Chiesa universale”. Ma ciò non equivaleva ad una condanna della nuova ORDO. Essendo “a favore” del Rito Tridentino della Messa non siamo “contro” il nuovo Ordinario della Messa nel senso di un totale rifiuto. Così come non eravamo “contro” il volgare quando chiedevamo “per” il mantenimento del latino liturgico.
 

La Chiesa ha sempre conosciuto una pluralità di riti riconosciuti e di linguaggi liturgici. Ma quel “pluralismo” – per usare il termine moderno – nasceva dal “rispetto della tradizione”: così lo stesso san Pio V, quando introdusse il Messale Romano uniforme dopo il Concilio di Trento, confermò proprio la legittimità di alcuni altri riti di veneranda origine ed uso. Permettetemi, a questo punto, di ricordarvi che la tanto denigrata unificazione e anzi uniformazione dei riti della Messa, ottenuta dal Messale di Pio V, fu intrapresa da quel santo Papa su espressa richiesta dei vescovi riuniti in Concilio. Non si trattò quindi di un atto di prepotenza curiale, o di disprezzo romano per la legittima individualità dell'espressione liturgica. Lo hanno chiesto gli stessi vescovi di prescrivere un rito uniforme per tutta la Chiesa latina perché avevano constatato che, a livello diocesano o addirittura sinodale, era impossibile fermare o addirittura limitare la proliferazione di testi non autorizzati per la celebrazione dei Sacramenti.
 

Stiamo semplicemente assistendo al ripetersi sia della proliferazione di testi non autorizzati sia dell’incapacità episcopale di farvi fronte. Forse potremmo anche assistere al ripetersi di quell'atto di saggezza che, poco più di 400 anni fa, fece sì che i vescovi chiedessero al Papa di redigere e attuare “in perpetuo” il rito uniforme della Messa che fu promulgato nel 1570 e che ha ha portato una benedizione così immensa alla Chiesa.
 

Di altro genere è il pluralismo di oggi: è la parola d'ordine e il grido di guerra di chi vuole mettere da parte la tradizione. Ecco perché, nel mezzo di una nuova proliferazione di riti e testi liturgici, assistiamo alla pratica soppressione dell'unico rito che custodisce in modo perfetto il tesoro più sublime della Chiesa, il santo mistero della Messa.
 

Finora la soppressione è avvenuta solo de facto e non de jure . Sarebbe infatti impensabile che il vecchio Ordo Missae venisse ufficialmente proibito. Per giustificare ciò, si dovrebbe sostenere che in qualche modo era “sbagliato” o “cattivo” – sia dottrinalmente che pastoralmente. Dimostrare l’uno o l’altro equivarrebbe a negare che la Chiesa sia guidata dallo Spirito Santo. È quindi inammissibile anche solo suggerire che il vecchio Ordo possa essere legittimamente messo al bando.
 

Ma la repressione di fatto è comunque abbastanza reale e dobbiamo combatterla con tutti i mezzi a nostra disposizione. Un argomento è ovviamente proprio il "pluralismo" che i riformatori invocano costantemente: a meno che non abbracci la continua esistenza del vecchio rito, accanto a quello nuovo, il "pluralismo" nella liturgia viene immediatamente smascherato come pura ipocrisia, che vela sottilmente sia il disprezzo della tradizione che l'arrogante pregiudizio antiromano delle gerarchie nazionali e delle loro commissioni liturgiche.
 

Ricordiamo che le tre nuove Preghiere Eucaristiche, o Canoni, sono state introdotte non in sostituzione, ma in aggiunta all'antico Canone Romano, che era stato espressamente confermato e addirittura messo in primo piano (sulla carta) per le Messe celebrate la domenica. È quindi perfettamente legittimo e ragionevole chiedere che il nuovo ORDO MISSAE venga proposto, allo stesso modo, come modalità aggiuntiva e alternativa di celebrare la Messa, e non come totale sostituzione del vecchio Rito di San Pio V.
 

Quanto al nuovo ORDO, come tutti sapete, è diventato oggetto di critiche forti, diffuse ed estremamente convincenti. Ciò vale sia per l'ordine e le preghiere della Messa stessa, sia per la cosiddetta "Institutio Generalis" o "Presentazione generale del nuovo Ordinario della Messa". La critica riguarda i testi latini ufficiali e, in molti paesi in modo ancora più forte, le loro traduzioni in volgare. Si è constatato che i testi riflettono alcune delle nuove tendenze teologiche che ispirarono il famigerato Catechismo olandese e che Roma stessa ha condannato. Si è constatato che, anche laddove queste tendenze non si riflettevano nelle parole stesse usate né nel nuovo Ordo né nella Presentazione Generale, esse tuttavia emergevano inequivocabilmente nel contesto e, più particolarmente negli effetti psicologici a cui il nuovo rito mira chiaramente. Per questi motivi UNA VOCE, come molti altri, si è sentita autorizzata, anzi obbligata, a criticare il nuovo Ordo, così come abbiamo già criticato altri aspetti della riforma postconciliare.
 

Tali critiche sono sbagliate, sono indecorose, provenienti da coloro che si considerano cattolici leali e figli fedeli del Santo Padre? Del resto: il nuovo MISSALE ROMANUM è stato promulgato dallo stesso Pontefice regnante, e bisogna quindi stare certi che egli lo considera non solo esente da errori, ma anche esente da tendenze e ambiguità potenzialmente pericolose, e che considera la sua introduzione come necessari per il maggior bene della Chiesa. Esaminiamo questo problema per un momento. Vediamo cosa è successo ai più recenti importanti documenti di guida papale per la Chiesa in materia di fede, morale e liturgia.
 

Vi ricordate della "Mediator Dei", con i suoi gravi avvertimenti contro le stesse aberrazioni liturgiche divenute ormai pratica quotidiana. Ricordate la "Veterum Sapientia" di Giovanni XXIII, con i suoi gravi ammonimenti a salvaguardare l'uso del latino particolarmente nella Liturgia e nei seminari. Vi ricordate del "Mysterium Fidei" con la sua netta condanna di alcune nuove interpretazioni del mistero della Transustanziazione. Ricorderete la Costituzione del Concilio sulla Liturgia, promulgata da Papa Paolo VI, con le sue chiare indicazioni sul mantenimento del latino come lingua principale per la Liturgia, e con il suo permesso attentamente circoscritto per l'uso della lingua volgare in alcune parti della Messa. Voi ricordate il "Credo del popolo di Dio" con la sua riaffermazione di tutte le verità essenziali del cattolicesimo e con il suo implicito monito contro ogni dottrina che impoverisca o falsifichi il "Depositum fidei". Si ricordi – da ultimo – il Decreto “Memoriale Domini” che disapprova formalmente la pratica della Comunione in mano. E voi tutti conoscete fin troppo bene gli avvertimenti settimanali del Santo Padre contro le innumerevoli forme di sottile sovversione dall'interno, dai cardinali fino ai vicari focosi, dai cosiddetti eminenti teologi fino agli irresponsabili cosiddetti giornalisti "cattolici".
 

Gli ultimi vent'anni ci hanno regalato moltissimi esempi di papi regnanti che hanno espresso la loro chiara e inequivocabile disapprovazione nei confronti di certe idee, certe tendenze, certe pratiche, certi suggerimenti e atteggiamenti che si manifestavano all'interno della Chiesa. Quasi tutti sono stati totalmente ignorati: dai laici, dai sacerdoti, dai vescovi e dai cardinali, e in effetti: proprio ai vertici stessi, dove più di un pontefice regnante è andato contro le chiare ingiunzioni dei suoi immediati predecessori.
 

Dopo questa digressione, torniamo a UNA VOCE e alle sue due preoccupazioni principali: il latino, con il canto gregoriano, e la Messa tridentina.
 

È totalmente sbagliato etichettarci come reazionari, come persone che si aggrappano ostinatamente alle vie di ieri, le cui menti sono chiuse alle riforme necessarie e benefiche, o i cui concetti personalizzati di preghiera liturgica riflettono l’individualismo di un’epoca passata. Al contrario: la nostra insistenza affinché nella Liturgia si usi un linguaggio liturgico specifico e una forma liturgica specifica della musica, e che per la Messa si continui a usare un rito la cui ispirazione è teologica anziché sociologica, ieratica anziché comunitaria - - questa insistenza è in realtà un atto di “contestazione” lungimirante.

Contestazione contro una concezione impoverita di cosa sia la liturgia. La liturgia è sicuramente più del "dialogo tra Dio e il suo popolo". È la messa in atto gerarchicamente ordinata del sacro nella realtà profana. La liturgia è infatti un'azione sacra. In quanto tale è essenzialmente scritturale. Sostenere che la liturgia sia diventata “più scritturale” grazie a letture sempre più varie della Bibbia e all’uso liberale dei salmi per i canti antifonali e responsorali è fuorviante quando allo stesso tempo la liturgia viene derubata della maggior parte delle parole e gesti e accessori che denotano la sacralità dell'azione e che trasmettono questa sacralità ai partecipanti e suscitano una risposta dai loro cuori piuttosto che dalle loro teste.
 

Contestazione anche contro una concezione impoverita del sacerdozio. Chiedetevi soltanto questo: la "crisi del sacerdozio" si sarebbe verificata e avrebbe assunto le dimensioni terrificanti di cui siamo testimoni ogni giorno, se il sacerdote fosse rimasto "ministro dell'altare" (invece del popolo), agendo "in persona Christi"? Hanno dato una finalità e una dignità uniche al sacerdote celebrante e al suo volontario isolamento nel celibato – altro "segno" della distinzione essenziale tra il sacerdozio "ministeriale" del ministro ordinato dell'altare e il sacerdozio generale apostolico del ogni cattolico battezzato. L'eliminazione dei "segni" incide sempre su ciò che essi significano, ed è per questo che le recenti riforme liturgiche sono tra le principali cause della crisi del sacerdozio.
 

Di fronte a tutto questo: cosa possiamo – cosa dobbiamo – fare?
 

Soprattutto: dobbiamo acquisire nuovi soci per UNA VOCE. Non per il bene dei numeri, ma per rafforzare la nostra reciproca determinazione e per affrontare in modo più efficace i numerosi compiti che ci attendono. Quali sono questi compiti?
 

Primo: conservare tra noi, e diffondere al di fuori di questa cerchia ristretta, la familiarità con il latino liturgico. Ciò è richiesto dal Consiglio stesso. I testi liturgici latini dovrebbero essere compresi – e per questo non è necessario diventare uno "studioso" latino. Un'altra virtù di questa inestimabile lingua "morta" è che, nella forma in cui è giunta a noi come latino della Chiesa, è una lingua facile, infinitamente più facile della maggior parte delle lingue moderne. E se anche questi possono essere padroneggiati abbastanza bene in pochi mesi per una comprensione di base, allora ciò va a maggior ragione per il latino ecclesiastico. La conoscenza di base della lingua propria della Chiesa conferisce atemporalità al nostro senso di appartenenza e fornisce un legame soprattutto con i grandi santi del passato. Anche se utilizziamo poco le nostre conoscenze al di fuori della liturgia, il fatto di conoscere il latino della Chiesa rafforzerà il nostro "sensus ecclesiae". E, poiché oggigiorno i preti sono così desiderosi di emulare i laici, il nostro interesse per il latino potrebbe riportarlo anche nei seminari. Ecco allora qualcosa che i vostri Capitoli possono e devono fare: organizzare corsi di latino ecclesiastico, con particolare attenzione ai testi liturgici.
 

Non si creda, però, che il latino nella Liturgia debba essere compreso da tutti prima di poter riconquistare il posto che gli spetta. L'enfasi prevalente sulla comprensione razionale di ogni parola pronunciata all'altare o all'ambone è un altro di quegli impoverimenti che noi "contestiamo". Ma è nostro dovere fare lo sforzo supplementare di imparare il latino ecclesiastico anche per poter trasmettere ai nostri figli quel minimo di conoscenze linguistiche che prima faceva parte della loro ordinaria istruzione religiosa.
 

Secondo: si dovrebbe praticare il canto gregoriano. Se non puoi farlo in chiesa, fonda una società corale. Laddove ciò risultasse troppo difficile, il Capitolo potrebbe tenere delle riunioni periodiche in cui verranno suonati dischi in canto gregoriano, in modo che le vostre orecchie – e quelle dei vostri figli, o degli amici che potrete portare più facilmente a questo tipo di incontri che a un incontro formale UNA VOCE - dovrebbe rimanere o acquisire familiarità con la sua bellezza e rimanere, o entrare in sintonia con, la sua qualità unica di preghiera.
 

Terzo: i membri di UNA VOCE dovrebbero essere abbastanza esperti nella dottrina della Chiesa in materia liturgica e conoscere gli schemi fondamentali della storia liturgica. Troppo spesso rimaniamo indifesi – per mera mancanza di conoscenze di base – quando discutiamo con colleghi cattolici o con preti che hanno letto tutti i libri più recenti. I capitoli dovrebbero organizzare gruppi di studio e conferenze, e la sede centrale dovrebbe diffondere le conoscenze di base attraverso la loro newsletter e dovrebbe fornire ai capitoli una biografia selezionata ad uso dei leader del gruppo o dei singoli membri.
 

Quarto – e questo è molto importante: RAGGIUNGERE I GIOVANI. Senza saperlo ancora, hanno un disperato bisogno di una liturgia che sia più ricca di contenuto e di espressione del semplice "dialogo" (di cui ottengono più che a sufficienza in tutti gli altri ambiti della vita ecclesiale), del semplice intrattenimento o anche della catechesi - più ricca dello stare insieme o della un esercizio di allenamento alla "sensibilità" (o dovremmo dire "insensibilità"). Hanno bisogno del clima di ritiro, di raccoglimento, di vera "laus Dei", che è totalmente diversa dal lodare sfacciatamente il "Signore dell'Universo" attraverso le imprese o il progresso dell'uomo. Hanno bisogno dell'incontro, anzi: del confronto con il "segno di contraddizione",
 

Verrà una rinascita: torneranno l'ascesi e l'adorazione come molla della dedizione diretta e totale a Cristo. Si formeranno confraternite di sacerdoti, votati al celibato e ad un'intensa vita di preghiera e meditazione. I religiosi si raggrupperanno in case di “stretta osservanza”. Nascerà una nuova forma di "Movimento liturgico", guidato da giovani sacerdoti e che attirerà soprattutto i giovani, in protesta contro le liturgie piatte, prosaiche, filistee o deliranti, che presto invaderanno e infine soffocheranno anche i riti recentemente rivisti.
 

È di vitale importanza che questi nuovi sacerdoti e religiosi, questi nuovi giovani dal cuore ardente, trovino – anche solo in un angolo della vaga dimora della Chiesa – il tesoro di una liturgia veramente sacra che brilla ancora dolcemente nella notte. Ed è nostro compito – poiché ci è stata data la grazia di apprezzare il valore di questo patrimonio – preservarlo dal degrado, dall'essere sepolto, disprezzato e quindi perduto per sempre. È nostro dovere mantenerlo vivo: con il nostro attaccamento amorevole, con il nostro sostegno ai sacerdoti che lo fanno risplendere nelle nostre chiese, con il nostro apostolato a tutti i livelli di persuasione.
 

Dio ci dia coraggio, saggezza, perseveranza – e rafforzi e approfondisca ora più che mai il nostro amore per la Chiesa e per Colei, che il Santo Padre ha solennemente proclamato “Mater ecclesiae” – Maria, la Beata Madre di Dio e la nostra santissima Regina e Madre.