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domenica 14 luglio 2024

Nei buoni, Dio manifesta la sua potenza e la sua misericordia, nei cattivi la sua ira, ossia la sua giustizia, e della mescolanza dei cattivi con i buoni si serve per preparare questi alla gloria con l’esercizio della virtù. (Don Dolindo, commento a Romani 9)

 


Don Dolindo Ruotolo
Commento alla Lettera ai Romani 9
Pagg 207-216; 219-229

Dio è libero di distribuire i suoi doni a chi vuole

Da quello che l'Apostolo ha detto, potrebbe sorgere una gravissima difficoltà che egli si affretta a risolvere: se Dio elegge gratuitamente e per pura misericordia, ne consegue da questo che vi è ingiustizia in Dio? San Paolo rigetta la conclusione come blasfema: Non sia mai! E soggiunge, a conferma che Dio è libero nel distribuire i suoi doni a chi vuole, le parole che Egli stesso disse a Mosè quando questi gli domandò di vederlo faccia a faccia: Farò misericordia a chi faccio misericordia, e avrò compassione di chi ho compassione (Es 33,19). 
L’occasione per la quale Dio pronunciò le citate parole fu questa: il popolo ebreo aveva commesso l’orribile peccato di farsi come idolo un vitello d’oro, sostituendolo a Dio, e adorandolo come Dio con clamorose feste.
Mosè, per lo sdegno provato nel vedere quell’obbrobriosa degradazione, non potendo esprimersi appieno perché balbuziente, aveva spezzato le tavole della Legge ricevute dal Signore, ed aveva fatto giustiziare ventitremila uomini tra i più rei di quell’orribile peccato. Poi risalì sul monte per ottenere da Dio il perdono a tutto il popolo prevaricatore, che avrebbe meritato lo sterminio.

Dio perdonò al popolo, e ordinò a Mosè di condurlo nella terra promessa, promettendogli di farlo accompagnare dal suo angelo, custode della nascente nazione.

Mosè, fatto ardito dalla misericordia di Dio, gli domandò in grazia che Egli medesimo avesse accompagnato il popolo, e per poterne riconoscere la presenza e assicurarsene, lo supplicò di fargli vedere la sua gloria. Evidentemente Mosè, uomo semplice ed amante di Dio fino al punto da conversare con Lui, assillato dall’idea di tutelare nel viaggio il popolo che gli era stato affidato, invece di abbandonarsi al Signore interamente, pretese che Egli lo rassicurasse, quasi che avesse avuto diritto alla protezione che invocava, e per questo Dio gli disse: Avrò misericordia di chi vorrò e sarò clemente verso chi mi piace.  
Egli volle fargli capire che gli usava misericordia e lo esaudiva non perché ne avesse diritto, ma per pura misericordia e con libera sua volontà.
San Paolo cita le parole di Dio dalla versione dei Settanta, e le riporta per confermare che Dio, nei benefici che elargisce, non è stretto da un dovere, ma lo fa liberamente e per pura misericordia. Dunque, conclude l’ Apostolo, il conseguire la grazia di essere eletti dal Signore per il compimento di un suo disegno d’amore non dipende né dal volere dell’uomo né dal correre egli nelle sue vie, quasi che potesse imporsi con il suo al volere di Dio, o potesse affacciare un diritto, solo perché ha camminato fedelmente nelle vie del bene, ma dipende unicamente dalla misericordia di Dio, che elegge le sue creature e se ne serve per la manifestazione della sua gloria. 
Nello stesso modo, Dio può servirsi anche della perversità umana liberamente, e può negare la grazia della luce e della conversione a chi merita per propria colpa la riprovazione, per utilizzare il male stesso dei perversi alla manifestazione della sua potenza.
San Paolo cita, a conferma di quello che dice, le parole che Mosè disse al faraone in nome di Dio, e le cita a senso e come se le avesse dette Dio stesso a lui: io ti ho suscitato precisamente per mostrare in te la mia potenza, e perché il mio nome sia annunciato in tutto il mondo (Es 9,16). Dunque — conclude l’ Apostolo — Egli usa misericordia a chi vuole e indurisce chi vuole. Il Signore, infatti, utilizzò la perfidia del faraone, e permise che avesse corso, mentre avrebbe potuto stroncarla con un atto di giustizia fin dal primo momento, per manifestare, nei prodigi che operò per vincerla e punirla, la potenza della sua gloria, e per farsi conoscere a tutto il mondo in tutti i secoli.
Dio, in fondo, come si rileva chiaramente da quello che segue in san Paolo (versetto 22, 23), non indurì il faraone quasi per capriccio, ma ne sopportò con grande longanimità la protervia e la durezza, per aver occasione di compiere quei grandiosi miracoli che in ogni tempo hanno parlato al mondo della grandezza della divina potenza.

Sul libero arbitrio 

Dio, motore supremo, muove tutte le cose in conformità della loro natura e, poiché è proprio dell’uomo il libero arbitrio, Dio lo muove in modo che egli liberamente vuole ed opera. Con la sua grazia, Egli chiama e previene l’uomo e questi, sotto l’influsso efficace della grazia, liberamente acconsente alla chiamata, si prepara alla giustizia e, divenuto giusto, opera il bene. 
Un perverso ha una volontà traviata, ed opera liberamente il male; Dio, lasciandolo in questa libertà, contro la quale nulla potrebbe la grazia perché il perverso la rifiuta, lo muove secondo questa libertà ostinata nel male, e se ne serve per manifestare al mondo la sua potenza, la sua sapienza e il suo amore, senza fare né torto né ingiustizia all’empio, anzi usandogli la misericordia di utilizzarne la perfidia. 
Così si servì dell’empietà dei Giudei per far immolare suo Figlio sulla croce, e si servì dell’ostinata perfidia del faraone per poter manifestare la sua potenza, e conquidere con essa tanti cuori ostinati in tutti i secoli. 
È un mistero altissimo senza dubbio, che l’uomo non ha la forza di scrutare, e innanzi al quale non può avere la presunzione di contendere con Dio. A lui deve bastare sapere che Dio è infinito amore e infinita giustizia, e che tutto fa con infinita sapienza e con ordine perfettissimo. 
 
San Paolo, perciò, propone un’obiezione, che immagina gli faccia un Giudeo o un pagano in particolare, e la risolve non con un ragionamento diretto, ma imponendo un pieno rispetto al Signore.
L’obiezione è questa: Se Dio indurisce chi vuole, perché egli allora si lamenta con quelli che peccano e non si convertono? E chi può resistere al suo volere se Egli indurisce il peccatore e non gli dona la grazia per risorgere? 
Ma Dio non indurisce perché vuole il male o la perdizione, ma perché utilizza il male e l’ostinazione della libertà traviata dell’uomo, come si è visto. Dio la utilizza quando è giunta a tal punto che resiste ad ogni grazia, operando sempre con infinita giustizia. 
San Paolo, però, non risponde all’obiezione, ma ritorna all’argomento della divina elezione, e mostra che, se Dio è padrone di utilizzare le sue creature come vuole, perché ne è il Creatore amorosissimo, e se può chiamarle a compiere un ufficio alto o umile nell’armonia della creazione e della provvidenza, può anche utilizzare il male che esse fanno, senza che cessi la loro responsabilità. Dinanzi alle disposizioni di Dio, che non possono essere che amore e non sono che amore, del resto, può l’uomo osare di contendere con Lui?

O uomo tu chi sei — esclama con forza l’Apostolo — che vuoi entrare in discussione con Dio? Domanda forse il vaso di terra al vasaio: perché mi hai fatto così? O non ha Il vasaio potere sulla creta, da formarne della stessa pasta sia un vaso per uso onorevole, sia un altro per uso vile?

Se il vasaio non fa torto alla creta servendosene per un suo disegno particolare, pur non avendola creata, farà torto Dio alla sua creatura chiamandola, se buona, come strumento della sua gloria, e se cattiva, sopportandola con grande longanimità, quando dovrebbe ricacciarla e punirla subito dopo il peccato, e utilizzandola per far conoscere i tesori della sua gloria servendosi di essa come strumento per far esercitare la virtù e la pazienza ai buoni? 
Nei buoni, Dio manifesta la sua potenza e la sua misericordia, nei cattivi la sua ira, ossia la sua giustizia, e della mescolanza dei cattivi con i buoni si serve per preparare questi alla gloria con l’esercizio della virtù. 
 
Per noi — soggiunge san Paolo — proprio per noi Dio compie questo ammirabile piano, e lo compie senza distinzione di razza, quasi che la virtù fosse il privilegio ereditario di un popolo, avendoci Egli chiamati come suo popolo nuovo e discendenza spirituale di Abramo, sia tra i Giudei che tra i pagani.
Questa elezione non è un pensiero dell’Apostolo, ma il compimento di una promessa di Dio, e san Paolo, a conferma cita due passi di Osea, e li cita dai Settanta: il primo in modo libero: Chiamerò mio popolo — dice il Signore — quello che non è mio popolo, e colei che non era amata la chiamerò mia diletta (2, 23-24). 
Queste parole, in senso letterale si riferiscono alle dieci tribù scismatiche d’Israele, cadute nell’idolatria e in tutti i vizi pagani, alle quali Dio promette misericordia e la restituzione dell’antico privilegio di popolo di Dio se si convertiranno. In senso spirituale, esse si riferiscono ai pagani figurati dalle dieci tribù. Le due frasi: popolo non mio e non amata, sono i due nomi simbolici che, per comando di Dio Osea mise ad uno dei suoi figli ed a sua figlia, per dire che il Signore non riguardava più come suo popolo le tribù scismatiche. La figlia la chiamò Senza-misericordia, e il figlio lo chiamò: Non più popolo mio (1, 6-9).

Il secondo testo di Osea san Paolo lo cita quasi letteralmente: E avverrà che in quel medesimo luogo dove fu detto loro: Voi non siete popolo mio, là essi saranno chiamati figli del Dio vivente (1,10). Anch'esso era letteralmente diretto alle dieci tribù scismatiche ma in realtà si riferiva profeticamente alla conversione dei pagani, perché le dieci tribù non ritornarono mai a Dio in modo da chiamarsi suo popolo, e furono infedeli insieme a tutto Israele.

Dio chiama dunque i pagani come parte del suo popolo, eredi anch’essi della promessa fatta ai santi patriarchi, e li chiama anzi in maggioranza, riservandosi, poi, di richiamare negli ultimi tempi il resto d’Israele. San Paolo lo conferma con due testi d’Isala, citati dai Settanta in modo libero: Isaia poi — egli soggiunge — esclama su Israele: Anche se il numero dei figli d'Israele fosse come l’arena del mare, se ne salveranno solo il resto (Is 10, 22-23).
Poiché Dio fino al termine e con prestezza compirà la sua parola sulla terra con equità, parola presto compiuta farà il Signore .

Il Profeta annuncia il terribile eccidio che per mezza di Sennacherib Dio avrebbe fatto dei Giudei al tempo di Ezechia, eccidio dal quale solo pochi sarebbero scampati. Questo piccolo numero di scampati figurava il piccolo numero di Giudei che avrebbero riconosciuto il Messia e quelli che si sarebbero convertiti alla fine del mondo, Tutt'altro, dunque, che rappresentare unicamente il popolo di Dio promesso ad Abramo, Isacco e Giacobbe, gli Ebrei, erano una minoranza nel vero popolo di Dio, e rappresenta. vano solo una parte di scampati ad uno sterminio. Per questo san Paolo cita un altro testo d’Isaia: Se il Signore degli eserciti non ci avesse lasciato discendenza, saremmo diventati come Sodoma, e saremmo stati simili a Gomorra (1,9).

Isaia annunciava l'imminente devastazione del regno di Giuda da parte dei re alleati di Siria e d’Israele. In questa devastazione sarebbe perito così gran numero di Giudei, che i superstiti potevano essere paragonati a pochi semi. Questo fatto era figura di ciò che sarebbe avvenuto spiritualmente al popolo di Dio sia al tempo del Messia sia in tutta la sua storia, poiché pochi soltanto si sarebbero aggregati al suo regno, e pochi, relativamente a tutta la massa degli Ebrei nei secoli, gli si sarebbero uniti alla fine del mondo. Gli apostoli e gli Ebrei convertiti al tempo del Messia furono come una semente della messe ubertosa del vero popolo di Dio che fu raccolto tra i pagani, e la massa degli Ebrei che si convertirà alla fine del mondo rappresenterà l’ultima fioritura di quel residuo che il Signore lasciò del suo popolo eletto, perché non fosse interamente escluso dal vero popolo suo e dalla vera spirituale discendenza di Abramo, Isacco e Giacobbe.

La responsabilità dei Giudei

Dopo aver dimostrato che Dio non è stato infedele alle sue promesse, e dopo aver considerato il problema della riprovazione dei Giudei in ordine a Dio, san Paolo passa a considerare la responsabilità dei Giudei nella loro riprovazione, facendo così risaltare ancora meglio la giustizia di Dio. Nel resto di questo capitolo egli comincia ad affermare che non cercarono la salvezza là dove Dio l’aveva posta. Essendo stato Dio fedele alle sue promesse, che cosa si dovrà dire della vocazione dei pagani e della riprovazione dei Giudei? Si dovrà dire che le genti le quali non seguivano la giustizia hanno conseguito la giustizia, quella giustizia che viene dalla fede. Erano traviati nei loro vizi, ma abbracciarono la fede, furono giustificati, e conseguirono la giustizia.

Israele invece, seguendo una legge di giustizia, non pervenne alla legge di giustizia.

Aveva una legge santa datagli da Dio, poteva santificarsi aspirando al Messia prima della sua venuta ed abbracciando la fede dopo la sua venuta, ma non cercò la giustizia da questa fede, si restrinse alle opere della Legge secondo la lettera e non secondo lo spirito, non riconobbe Il Cristo predetto dalla Legge, anzi se ne scandalizzò, urtando contro di Lui come contro una pietra d'inciampo, e non trovò la salvezza. 
San Paolo cita a conferma due testi d'Isaia, abbreviandoli e combinandoli insieme, il primo (28,16) dai Settanta, e il secondo (8,14) dall'ebraico: Ecco che io pongo in Sion una pietra d'inciampo, una pietra di scandalo, e chi crede in Lui non sarà confuso. Il primo testo dice esattamente così: Ecco che io pongo nelle fondamenta di Sion una pietra eccellente, eletta, angolare, preziosa... colui che crederà in essa non resterà confuso. È un testo messianico, e la pietra di cui parla è il Cristo.
Il secondo testo dice: E sarà [il Dio degli eserciti]... in pietra d'inciampo e di scandalo alle due case d'Israele ecc.; parla direttamente di Dio, ma deve intendersi del Messia, come consta dall’autorità di san Paolo stesso, di san Pietro (2Pt 2,6-8) e dal contesto, giacché Isaia parla del futuro Emmanuele. Accecati dai loro pregiudizi aspettavano un Messia politico, si scandalizzarono dell’umile condizione del Redentore, si scandalizzarono ancora più della sua Passione, e lo rigettarono. (...)

Dio elegge gli umili 

Il maggiore servirà al minore, disse Dio eleggendo il secondogenito Giacobbe anziché il primogenito Esaù. E perché? Affinché rimanesse fermo il disegno elettivo di Dio, non dipendente dalle opere ma da Colui che chiama. Dio elegge sempre ciò che è più umile e più povero, non solo per manifestare la sua liberissima volontà di eleggere quegli che a Lui piace, ma anche perché colui che è umile, piccolo, povero, inetto, offre minori ostacoli alla sua grazia operante, e si lascia più facilmente condurre nelle sue vie. Per essere, quindi, strumenti adatti nelle sue mani, bisogna farsi piccoli e umiliarsi profondamente nella propria nullità.

Le anime difficilmente progrediscono nelle vie della pietà, perché difficilmente si umiliano in modo totalitario innanzi a Dio. C’è sempre in esse un senso di presunzione, di tracotanza, di critica, soprattutto di critica, che le rende incapaci ad essere modellate da Dio. Sono creta granulosa che l’artista non può plasmare, sono pietre scistose, che lo scalpello non può lavorare; si sfaldano; sono legni duri con venature in un solo senso, che l’artista non può scolpire; sono tizzoni ardenti di passioni, che la rugiada non può refrigerare, perché prima di giungervi si svapora.

Siamo minorati per il peccato e per le nostre miserie, eppure ci crediamo maggiori degli altri; se ci credessimo minori, Dio ci eleggerebbe, perché Egli guarda ciò che è umile. Non possiamo far appello che alla misericordia di Dio; non abbiamo alcun titolo per pretenderla, e dobbiamo implorarla nei gemiti della nostra umiliazione interiore.

O uomo, tu chi sei?

O uomo tu chi sei che vuoi entrare in discussione con Dio? E questa la grande domanda che deve guidarci nelle nostre relazioni col Signore: Chi sono io? O qual conoscenza ho io dei disegni divini?

Sono piccola e spregiata creatura, macchiata di peccato, corta di giudizio, inetta nella volontà, tutta impigliata nelle cose della terra, ristretta nella cerchia di povere aspirazioni, traviata da falsi apprezzamenti, incapace di valutare i disegni altissimi di Dio. Ed io oso contendere con Lui ed affacciare diritti innanzi a Lui? Egli fa tutto con grande sapienza, ma non dà conto di quello che fa, perché non potrebbe spiegarcelo, data la nostra inettitudine.

Se un petulante e incretinito fanciullo domanda ad un artista valoroso nel colmo del suo lavoro: Perché fai così? E lo domanda con presunzione perché gli sembra che, a suo modo di vedere, agisca a capriccio e con disordinata confusione, l’artista che cosa gli risponde? Non potendo dargli conto di quello che fa perché il fanciullo non sarebbe capace d’intenderlo, gli dice semplicemente: Io faccio quello che mi piace.

Nello stesso modo e con proporzioni immensamente superiori, è detto che Dio fa come gli piace; sceglie il minore invece del maggiore, ama uno e odia un altro, fa misericordia a chi vuol farla e la nega a chi vuole negarla, ha compassione di chi vuole, indurisce chi gli piace, e da una stessa pasta di creta fa un vaso di onore o un vaso vile, come meglio gli piace. Egli in realtà opera con infinita sapienza ed infinito amore, e compie mirabili disegni di misericordia e di giustizia che a noi sfuggono completamente, perché non siamo capaci d’intenderli.

Ha mai trovato uno scienziato nelle opere della creazione qualcosa che non avesse ragion d’essere o che fosse un capriccio? A volte ha creduto di trovarla, ma poi ulteriori scoperte scientifiche gli hanno fatto capire che tutto era disposto con peso e misura, e tutto aveva la profonda ragion d’essere. Ora, se neppure una cellula è superflua e sta fuori posto, come potrebbe Dio disporre a capriccio quello che riguarda le anime?

Noi, dunque, dobbiamo adorare i disegni della sua grazia, della sua misericordia e della sua giustizia e, pur non intendendoli, dobbiamo umiliarci nella nostra profonda stoltezza. Non siamo tra mani estranee ma tra mani paterne, anzi materne, e invece di contendere con Dio nei momenti di dolore e di ansietà, dobbiamo abbandonarci alla sua adorabile volontà che tutto dispone con infinito amore. Nell’universo materiale, che pur non ragiona, c’è sempre una ragione che regola i suoi movimenti; potrebbe questa grande legge fallire proprio dove la ragione e la volontà imperano da regine? Tutto è buono, tutto è santo, tutto è giusto, tutto è minutamente ponderato, anche la perdizione dell’empio

O uomo tu chi sei? È necessario farci questa domanda quando sorge in noi la presunzione di contendere con Dio. Chi sono io? Un povero nulla venuto dal fango della terra e dal soffio misericordioso di Dio. Questo sono: fango e nullità come corpo, creatura d’amore come anima, ma anche come anima sono uno spirito vuoto, se la grazia di Dio non lo riempie di attività e di doni. Una macchina è formata di ferro; è una materia grezza che è lavorata nel fuoco, a stento. L’artista ne connette le parti secondo un fine particolare, e la macchina sembra quasi animarsi. Non può muoversi, però, né produrre, se l’artista non vi accende il motore. Essa allora produce ma per la mano abile dell’artista che la muove. In se stesso è sempre ferro inerte e pesante.

Chi sono io? Sono ragionevole ma sragiono; di tutte le mie idee e aspirazioni poche possono sottrarsi ad una diagnosi negativa. Ho una volontà, ma di tutti i suoi atti pochi possono passare immuni dalla sanzione di un codice; la mia volontà delinque anche quando desidera le piccole e povere cose della vita.

Che cosa sono? Sono gonfio di orgoglio eppure non sono che stoltezza, sono avido di possedere e sono vuoto, poiché ogni mio possesso o mi è di peso o sfugge per l’inesorabilità del tempo e della morte come grano che sfugge tra i fori d’un crivello. Nulla rimane a me di quello che avidamente raccolgo.

Che cosa sono? Ricercatore di miserie, che, aspirando all’amore ed alla vita, mi avvilisco spesso nel fango. Non fisso gli occhi al Cielo, vedo solo il cielo riflesso nel pantano, e mi tuffo nel pantano per abbrancarlo, rimanendo soffocato nella melma.

Che cosa sono? Un uragano di stoltezze, nel quale la ragione si perde, nel quale, come in un vortice, vorticano false impressioni, apprezzamenti errati, reazioni stupide, impeti irragionevoli, urti che dissolvono, strali che non feriscono, ma ritornano contro di me, come frecce avvelenate, nel mio cuore. Groviglio di nervi che si mettono al posto della ragione, fiotti di sangue che confluiscono come nebbia rossigna che mi offuscano la vista, flutti di amarezza che irrompono per frangersi, lasciando in me solo il mugolare della tempesta che mi rende infelice. Questo sono nell’ira, io che nell’ira pretendo affermarmi, difendermi, vincere e dominare! Salgo solo per precipitare con un tonfo più disastroso, mi impongo per diventare servo, più vilipeso, e come povero fuscello sono travolto dal vento della realtà, innanzi alla quale apro gli occhi quando già sono tutto in rovina!

Che cosa sono io? Un misero ricercatore di rifiuti, io che ho in me l’anelante desiderio delle cose eterne! Un infelice che si rattrista nella sua stolta felicità, poiché gli basta un nulla per sentirsi infelice, poiché nulla lo sazia e tutto desidera, traendo disgusti ed oppressioni da quella stessa fame insaziata di piaceri, egli che potrebbe raccogliere perle di penitenza e rubini d’amore.

Che cosa sono io? Un perenne scontento che tutto brama e di tutto si lamenta, un perenne ozioso che nulla sa fare per la sua vera felicità. Un muto che non sa parlare la lingua del Cielo, un sordo che non ne sa ascoltare le armonie, un misero orecchiante di grandezze e di gloria che strimpella, su questa rotta arpa di sette suoni scordati, le nenie della sua follia, e che nell’ubriachezza della sua ragione stravolta, pretende contendere con Dio!

Quale gara, quale gara di ributtante contrasto: un bimbo moccioso che contende col suo zufolo scordato con l’orchestra di Beethoven, e che giudica capricci di follia le stupende architetture d’una composizione mirabile! Un povero sfavillare di paglia bruciaticcia che crede disordinata stoltezza lo scintillare matematico degli astri! O uomo tu chi sei? Nudo sei uscito dal seno di tua madre e nudo ritorni nel seno della terra, perché sei polvere e in polvere ritornerai.

Perché hai tanta presunzione di contendere con Dio? Perché ti credi una cosa importante, tu con la tua ragione vacillante e le tue forze stremate! Perché ti levi contro il Signore? Guardati nello specchio della verità, e le tue pose ti appariranno ridicole.

Ecco uno scienziato, accigliato nel suo studio, sprofondato nei suoi libri, intento alle sue ricerche. Egli si crede dominatore del creato e non vi rappresenta che un giocattolo. Quello che fa è gioco d’infanzia, è gioco che sparisce nel colossale gioco della creazione, opera delle mani di Dio. Cammina tra le tenebre dell’ignoranza, incede a tentoni fra ipotesi; dice e si contraddice, e il mondo che edifica oggi è demolito domani da un altro. Noi ridiamo dell’alchimia, come i nostri posteri rideranno delle nostre teorie di fronte a quelle che saranno fatte, e già si presenta all’orizzonte scientifico non altro che un atomo, il cui nucleo, disgregato, già rivoluziona tutte le ricerche del passato. Lo scienziato non conosce altro che il mondo materiale, ma in minimissima parte, e come può ardire di valutare, a suo modo, la potenza, la sapienza e l’amore di Dio, fino al punto da censurarlo, quasi che avesse fatto delle cose inutili o dannose?

Un critico, un ineffabile critico, un torrente mormorante di stoltezze, un perenne scontento di tutto, che per troppo valutare svaluta tutto, e per troppo illuminare spegne ogni luce. Quante stoltezze trae dai suoi documenti, quante deduzioni fa, che crede infallibili e che un altro demolisce! Come di una testa non rimane che il teschio con le orbite vuote, paurosamente vuote, col naso troncato che non percepisce odori, con i denti che sogghignano e bocca che non parla, muto, inerte, sul quale il mondo esterno non riflette più nulla, così rimane un critico tra le sue demolizioni avventate, povero teschio irrigidito, sul quale passa il soffio mucido della morte! 
E ardisce egli criticare l’infinita Vita, l’infinita Sapienza e l'Eterno Amore? 
 
O uomo tu chi sei? In tutto sei piccolo, anche quando col pennello credi emulare le fulgenti aurore, o con lo scalpello vuoi trarre dal marmo la vita di un’idea, o dal vibrare dei suoni vuoi trarre onde di emozioni delicate. Tutto è piccolo quel che tu fai, anche quando è bello, perché tu non ritrai nella tua tela che una linea scialba di quello che Dio ha fatto nello scenario dei cieli, sul tuo marmo non incidi che un piccolo tratto della tua vita che sprizza dalle sue viventi creature, e nei tuoi suoni non riproduci che un’eco lontana delle armonie create. 
E tu vuoi contendere con Dio, tu, piccolo nulla?
Dinanzi ai monti sei atomo, innanzi ai mari sei meno che una chiocciola, innanzi ai cieli sei meno che un pulviscolo errante; in mezzo alle forze che ti circondano sei impotente, ti abbatte una folata di vento, ti atterrisce un brivido della crosta terrestre, che manda in frantumi i tuoi superbi edifici, ti sconvolge il saettare delle nubi, e allo scroscio della pioggia non hai che opporre. Oggi sei piccolo innanzi ad un atomo solo, anzi all’infinitesimale nucleo di un atomo, che con la sua forza sconvolge le tue città, e ti rende come stilla evaporata in un grande fuoco! 
Sei tu forse padrone di quel che ti circonda? Puoi imporre leggi al creato, puoi conoscere le disposizioni di Dio? Se un vaso non può domandare al vasaio: Perché mi hai fatto così, noi domandarlo tu a Dio che opera sempre per un fine altissimo, e che tutto t’avvolge col suo amore? Tu non puoi fare che adorarlo e amarlo, amarlo, amarlo, perché Egli è potenza, Sapienza e Amore. 

4. Un atto di profonda umiltà e adorazione innanzi a Dio Uno e Trino.

Io ti adoro, o mio Dio, Uno e Trino, ti adoro nella manifestazione della tua potenza, nella magnificenza della tua sapienza e nell’infinito tuo amore, ti adoro e ti amo.

Ti adoro nelle disposizioni della tua volontà, le accetto come beneficio dell’immensa tua carità; ti adoro e ti amo.

Mi umilio innanzi al tuo trono; sono un nulla, sono peccato, sono stoltezza, sono estremamente povero di tutto, e riconosco da te ogni bene; ti adoro e ti amo.

Fa’ di me quello che vuoi e manifesta in me la tua gloria come ti piace; io sono tutto nelle tue mani, o mio Dio; ti adoro e ti amo.

Nel mondo vedo ondate di malvagità che mi sconvolgono, ma non sono io il padrone o il regolatore del mondo,

Se tu lo permetti non fai nulla di storto o d’ingiusto; io credo, ti adoro e ti amo.

Quale aspirazione più nobile io posso avere, quanto quella di fare la tua volontà? Tu sei bontà per essenza e non puoi far nulla che non sia un bene; ti adoro e ti amo.

Canti a te gloria ed onore questo mio piccolo essere, e dalla mia cenere si sprigioni l’applauso alla tua infinita grandezza; ti adoro e ti amo.

Innanzi alla tua sapienza, confesso la mia stoltezza, innanzi alla tua potenza la mia somma inettitudine, innanzi al tuo amore la mia malvagità; ti adoro e ti amo.

Oh, quanto sono piccoli i cieli innanzi alla tua infinita grandezza, quanto è ristretto il mare innanzi alla tua immensità, quanto sono povere le forze create innanzi alla tua onnipotenza; ti adoro e ti amo.

Io credo in te, spero in te, ti amo sopra tutte le cose, e mi dono tutto a te, perché Tu compia in me i tuoi disegni d’amore; rendimi pure vaso d’onore se ridonda a tua gloria, e vaso di contumelia se con questo posso esaltarti; ti adoro e ti amo.

Rendimi tuo servo, comandami quello che vuoi, donami quel che comandi, disponi di me come ti piace; ti adoro e ti amo.

Se passa la morte e spegne ogni luce che illumina la mia vita, ti benedico, ti adoro e ti amo, perché so che tu sei la risurrezione e la vita.

Se mi colpisce un malanno e mi rende inerte nel mio povero giaciglio, io vi dimoro nella tua volontà come su letto di fiori, perché so che allora l’Amor tuo mi riplasma, e so che allora i miei lamenti diventano armonia d’amore per la tua gloria; ti adoro e ti amo.

Eccomi tutto umiliato nel mio nulla, come sgabello della tua gloria; levati trionfante, o infinita potenza e regna in me, levati, o eterna sapienza e glorificati in me, levati, O Eterno Amore, e uniscimi a te.

Io sono un nulla e tu sei tutto, sia benedetto il tuo Nome e sia fatta la tua volontà ora e per sempre. Amen.

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Lettera ai Romani 9 (Bibbia Ricciotti)

Incredulità dei Giudei

1- Dico la verità in Cristo; non mentisco, rendendone testimonianza la mia coscienza nello Spirito Santo:2grande dolore io provo e continua pena è nel mio cuore.3Vorrei essere io stesso anàtema e separato da Cristo, per i miei fratelli, parenti miei secondo la carne,4i quali sono Israeliti, dei quali è l'adozione a figliuoli e la gloria e i patti d'alleanza e la Legge e il culto e le promesse,5ai quali appartengono i patriarchi, e dai quali è Cristo secondo la carne, il Dio che è sopra tutte le cose benedetto nei secoli, amen.6Non già che sia andata perduta la parola di Dio, perchè non tutti i discendenti da Israele, sono Israeliti,7nè per essere seme d'Abramo son tutti figli; ma: «In Isacco avrà nome la tua discendenza».8Il che vuol dire: non i figli della carne sono i figli di Dio, ma i figliuoli della promessa van calcolati nella discendenza.9Poichè della promessa questa è la parola: «In questo tempo verrò, e Sara avrà un figliuolo».10E non solo questo, ma anche Rebecca ebbe due figli da un solo uomo, da Isacco nostro padre;11poichè pur non essendo ancora nati e non avendo fatto nulla nè di bene nè di male, affinchè fermo stesse il proponimento di Dio relativamente alla elezione,12non dalle opere ma dal voler di chi chiama, fu detto a Rebecca che:13«il maggiore sarà servo del minore», conforme sta scritto: «Ho amato Giacobbe, ho odiato Esaù». Dio non può essere accusato d'infedeltà o d'ingiustizia

Dio non può essere accusato d'infedeltà o d'ingiustizia.

14Che cosa diremo dunque? Forse è ingiustizia in Dio? non sia mai!15Egli dice a Mosè: «Userò misericordia a chi uso misericordia, e avrò compassione di chi avrò compassione».16Adunque non è di chi vuole nè di chi corre, ma di Dio misericordioso.17Dice la Scrittura a Faraone: «Per questo appunto ti ho suscitato, per mostrare in te la mia potenza, e perchè sia annunziato in tutto il mondo il mio nome».18Adunque a chi Egli vuole usa misericordia, e chi Egli vuole indura.19Mi dirai: «E allora, di che cosa ancora si lagna? poichè al voler di lui chi s'è opposto?».20O uomo, e chi se' tu che vieni a disputa con Dio? Non mica dirà il vaso al formatore: «Perchè mi hai fatto così?»21o non ha il formatore dell'argilla facoltà di fare della stessa pasta il vaso di uso onorevole, e quello spregevole?22E se Dio, volendo mostrare l'ira sua e far conoscere ciò che egli può, avesse tollerato con molta longanimità dei vasi d'ira pronti per la perdizione,23anche al fine di manifestare la ricchezza della sua gloria verso vasi di misericordia, già preparati per la gloria?24[Dico di] noi che anche chiamò non solo dai Giudei ma altresì dalle genti,25come dice anche in Osea: «Chiamerò quello che non è mio popolo, popolo mio: e colei che non era amata, amata»,26e «Avverrà nel luogo ove fu detto loro: - Non siete mio popolo voi - », proprio là saranno chiamati «figli del Dio vivente».27E Isaia esclama sopra Israele: «Se anche il numero dei figli di Israele fosse come la rena del mare, non ne sarà salvato che il residuo».28Poichè la parola sua adempiendo e circoscrivendo, l'effettuerà il Signore sopra la terra.29Conforne anche aveva predetto Isaia: «Se il Dio degli eserciti non avesse lasciato a noi un seme, noi saremmo diventati come Sodoma e ci saremmo assomigliati a Gomorra».

I Giudei responsabili della loro riprovazione

30Che diremo dunque? Diremo che le Genti le quali non andavano dietro alla giustizia l'hanno ottenuta,31e Israele che cercava la legge della giustizia a tal legge non pervenne.32E perchè? perchè non dalla fede [la cercò], ma dalle opere; urtarono nella pietra d'inciampo;33secondo che fu scritto: «Ecco io pongo in Sion un sasso d'inciampo, una pietra d'intoppo, e chi ha fede in lui non sarà svergognato».

 

domenica 7 luglio 2024

Le profezie sulla Chiesa di don Dolindo

La Chiesa vincerà ogni errore

Il Dio della pace stritolerà ben presto satana sotto i vostri piedi, dice san Paolo ai Romani esaltando la loro fede. Nel Testo della Volgata è detto conterat satanam sub pedibus vestris velociter, STRITOLI SATANA, ma nel testo greco l’espressione è al futuro, stritolerà, come l’abbiamo tradotta noi, ed esprime non un augurio ma una profezia certissima. 

Questa profezia si è già in parte avverata nella storia della Chiesa, come accennammo, e costituisce la nostra grande speranza nei momenti di tristissima apostasia nei quali si trovano le nazioni e il mondo tutto. Ci siamo un po’ familiarizzati con l’errore a furia di sentircene assordare gli orecchi, e non ci accorgiamo che satana, subdolamente o apertamente, mira ancora una volta a sostituirsi a Dio e a Gesù Cristo.

Il dragone rosso, predetto già nell’ Apocalisse (12,3), stende i suoi artigli su tutta la terra, seduce i popoli e le nazioni, e in una gran massa di gente appare come tramontata per sempre la fede in Dio e il cristianesimo.

Il comunismo scellerato ed ateo, tiranno fino a sottoporre gli uomini alle più esose schiavitù, come ha fatto in Russia, nel Messico e dovunque ha imposto il suo dominio, è completamente agli antipodi del cristianesimo, che per esso non solo non ha più ragione di essere, ma che dev’essere sterminato dalla faccia del mondo. 

Il "nuovo Giovanni" profetizzato da Don Dolindo

Un grande combattimento si delinea già, anzi è in atto, ed esploderà in una persecuzione spaventosa contro la Chiesa, e la nostra fede sarà posta a durissima prova perché la bestia che sorge dal mare e quella che sorge dalla terra vinceranno i santi e vi sarà una grande desolazione nella Chiesa costretta a rifugiarsi nella solitudine, nascondendosi quasi e sparendo dal mondo.

Ma la Chiesa è indefettibile, e le porte dell’Inferno non possono prevalere contro di essa; da Roma verrà la luce, e Dio ridonerà la pace al mondo, stritolando satana sotto i piedi della Chiesa Cattolica, Apostolica, Romana.

È questa la nostra grande speranza, anzi la nostra certezza; solo allora la grazia del Signor nostro Gesù Cristo sarà in pieno nella Chiesa Romana, e per essa nel mondo non si può negare che c’è stato ed è in atto un connubio adulterino tra il popolo di Dio e i seguaci del dragone e della bestia apocalittica, e da questo connubio è sorta come un’infezione luetica che ha inflacchito l’organismo de Corpo mistico del Redentore. 

Il modernismo biblico, teologico e storico ci ha infettati, la parola di Dio non ci penetra più, la fede vacilla e si spegne in tanti cuori, la pietàn è come morta, l’amore a Dio langue anche elle anime consacrate a Dio. Dissimulare questo stato deplorevole nelle anime è una stoltezza, e non metterci rimedio lasciandosi trasportare dalla trista e limacciosa corrente è un tradimento. 

Ma noi non siamo senza speranza, attendiamo e dobbiamo attendere fiduciosi l’intervento di Dio, e siamo certi che Egli darà pace al mondo stritolando satana sotto i piedi della Chiesa. 

(Don Dolindo  Ruotolo)

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Queste affermazioni di Don Dolindo hanno effettivamente il loro fondamento indiscusso nel Vangelo. Le parole di Gesù a Pietro: «Tu sei Pietro (cioè pietra, roccia) e su questa pietra edificherò la mia Chiesa e le potenze dell’Inferno non prevarranno contro di essa», stanno a indicare la divina assistenza alla Chiesa che ha la sua sede in Roma, con i successori di san Pietro. 

Però, dal tono del commento, ci si può chiedere se per caso Don Dolindo non ebbe qualche sensazione profetica, specialmente per una caduta del comunismo ateo e un ritorno alla libertà religiosa di tutti i popoli.

Questa ipotesi potrebbe essere avvalorata da un fatto che sembra marginale, ma che fa pensare a qualcosa di più di un’intuizione assolutamente imprevedibile, anzi da escludersi, quando l’episodio avvenne. Si tratta di questo.

Don Dolindo era solito donare qualche immaginetta alle persone che erano in relazione con lui. In esse scriveva talvolta: Gesù dice... oppure: la Madonna dice... non come rivelazione avuta, ma come semplice interpretazione del pensiero del Signore e della Vergine Santissima.

Le signorine dell’ Apostolato Stampa — pia associazione fondata e guidata spiritualmente da Don Dolindo — spesse volte trascrivevano in vari quaderni le belle frasi spirituali poste sul retro delle immaginette. Da quelle, anzi, ricavarono poi utili raccolte per le suore, per le madri di famiglia ecc. pubblicate in opuscoletti molto diffusi.

Ora avvenne che un diplomatico polacco, sig. Vitold Laskowski, amico di un avvocato napoletano, aveva da questi sentito parlare di Padre Pio e di Don Dolindo. L’avvocato lo sollecitava per un incontro con Don Dolindo, ma ora per un motivo, or per un altro, il viaggio a Napoli veniva sempre rimandato. 

Un giorno, però, si vide recapitare un’immaginetta di Don Dolindo, mai visto e mai conosciuto di persona, in cui si parlava della salvezza del mondo, che sarebbe venuta dalla Polonia. L’immaginetta fu trascritta anche dalle sorelle dell’ Apostolato Stampa, il 2 luglio 1965; si osservi bene: 2 luglio 1965, tredici anni prima che venisse eletto papa Giovanni Paolo II

Il sig. Laskowski fu molto meravigliato nel ricevere l’immaginetta, non avendo mai avuto corrispondenza o relazione con Don Dolindo. L’immaginetta, dopo qualche tempo, la donò al vescovo profugo cecoslovacco mons. Paolo Hnilica. Ma tutto fu dimenticato, come cosa di nessuna importanza. 

Dopo l’elezione a sommo pontefice di Giovanni Paolo II — si era nel novembre 1978 — una delle sorelle dell’ Apostolato Stampa, aprendo a caso uno dei quaderni dove talvolta venivano riportate le parole scritte da Don Dolindo sulle immaginette, ebbe davanti il testo mandato a Vitold Laskowski, lo lesse e lo comunicò alle sorelle: era una profezia fatta da Don Dolindo nel 1965? Sembrava di sì. Sorprendente! 

Però, se non si aveva l’originale, non poteva essere te. stimoniata. Ma chi era questo sig. Laskowski? Dove si trovava? Si pensò che fosse un monaco camaldolese perché nel 1963 Padre Dolindo aveva conosciuto un camaldolese. Le sorelle dell’ Apostolato Stampa telefonarono a vari monasteri camaldolesi; ma non esisteva un monaco con tale nome. Finalmente dall’ Abbazia di Firenze un monaco diede indicazioni che fecero rintracciare il sig. Vitold, il quale rispose e narrò quanto sopra accennato.

Ma l’immaginetta? L’aveva donata a padre Paolo, come chiamavano il vescovo Hnilica. Fu pregato, il conte Laskowski, di fare del tutto per rintracciarla. Furono scrutate tutte le carte nello studio di mons. Hnilica, ma non fu trovato nulla. Finalmente, in una vecchia cassa, in fondo a un cumulo di carte, corrispondenza ecc., si trovò quello che si cercava. Si volle la dichiarazione autenticata dal Vicariato di Roma sulla copia fotostatica. 

Ma che cosa dice lo scritto di Don Dolindo del 1965 ad un polacco che il sacerdote napoletano non aveva mai conosciuto? Ecco il testo: 

«Vitold Laskowski. 2 luglio 1965. Maria all’anima: Il mondo va verso la rovina, ma la Polonia, come ai tempi di Sobieski, per la devozione che ha al mio cuore, sarà oggi come i 20.000 che salvarono l’Europa e il mondo dalla tirannia turca. Ora la Polonia libererà il mondo dalla più tremenda tirannia comunista. Sorge un nuovo Giovanni, che con marcia eroica spezzerà le catene, oltre i confini imposti dalla tirannide comunista. Ricordalo. Benedico la Polonia. Ti benedico. Beneditemi. Il povero sac. Dolindo Ruotolo via Salvator Rosa 58, Napoli».

Basta riferire il fatto, far conoscere il testo e lasciare a ciascuno di giudicare se vi sia stato o no in Don Dolindo il carisma della profezia. Oggi i fatti parlano. Un papa polacco, Giovanni Paolo Il, è andato avanti Con «marcia eroica»!

Anniversario di Sacerdozio di Don Dolindo Ruotolo

Una bella preghiera del 24 giugno 1955
Ricordo del cinquantesimo anniversario di Sacerdozio di Padre Dolindo Ruotolo

ELIE G. DIBELIE G. DIB
24 GIUGNO 2024

La mia cara amica Gabriella ha fatto di recente una scoperta incredibile: un'immagine sacra originale datata 24 giugno 1955, stampata per celebrare il 50° anniversario dell'ordinazione sacerdotale di Don Dolindo. Gabriella ha condiviso con me le foto sia del fronte che del retro di questo ricordo speciale.


 

Mentre esaminavo l'immagine sacra, sono stato immediatamente colpito dalla preghiera sentita scritta sul retro. Le parole di Don Dolindo trasmettono un profondo senso di gratitudine e devozione che lo aveva sostenuto nel corso del suo lungo ministero sacerdotale. Nella sua preghiera, esprime profondo apprezzamento per le "misericordie divine" che lo avevano sostenuto anche nella sua "povera e travagliata vita".

Don Dolindo riconosce umilmente in Gesù la fonte della sua "dignità" sacerdotale, ringraziando il Signore per aver reso fecondo il suo "doloroso cammino" nel portare "tante grazie per la gloria di Dio e il bene delle anime". Si rivolge anche alla Beata Vergine Maria, sua "Madre", chiedendole di aiutarlo a rimanere "fedele a Gesù e alla Chiesa fino alla morte" e di "condurmi un giorno in Paradiso".

Il fronte dell'immagine sacra presenta il suggestivo testo latino "VENI CREATOR SPIRITUS" - "Vieni, Spirito Santo" - un'invocazione appropriata data la devozione e il servizio di Don Dolindo come sacerdote per tutta la vita. Questo ricordo speciale offre uno sguardo al cuore e alla spiritualità di questo fedele servitore di Dio mentre celebrava 50 anni di ordinazione sacerdotale.

Nel 2024 ricorre il 119° anniversario dell'ordinazione sacerdotale di don Dolindo, 69 anni dopo il 50° anniversario celebrato sull'immaginetta del 1955:



Cinquant'anni di Sacerdozio, cinquant'anni di misericordie divine nella mia povera e tribolata vita!
 
Grazie, Gesù, per tanta dignità, grazie per il mio cammino doloroso, che Tu hai reso fecondo di tante grazie per la gloria di Dio e il bene delle anime.
  
Voi tutte che oggi mi circondate, ringraziate per me Gesù. 
 
O Maria, Mamma mia, sono un povero nulla, fammi fedele a Gesù e alla Chiesa fino alla morte, coprimi col tuo manto. Portami un giorno in Paradiso.
 
1905 24 GIUGNO 1955 
 
RICORDO
 
del cinquantenario del Sacerdozio del 
 
Sac. Dolindo Ruotolo

mercoledì 3 luglio 2024

Nulla ci turbi e nulla ci sgomenti: Dio realizza le nostre speranze in una maniera immensamente più grande (don Dolindo Ruotolo)

Don Dolindo Ruotolo
Fede e speranza: l’augurio di san Paolo ai Romani 15:13 

Se tutti i popoli insieme col popolo Ebreo devono formare un sol coro di lodi a Dio e riporre in Lui ogni loro speranza, san Paolo augura ai Romani, formati appunto da Giudei e pagani, che il Dio della speranza li ricolmi di ogni gaudio e di pace nel credere, affinché abbondino nella speranza per virtù dello Spirito Santo. (Romani 15,13) 

Lucas Cranach il Vecchio: Gesù  benedice i bambini

La fede non è un atto sterile dell’intelletto, non è un semplice assenso alla verità, ma diventa speranza: confìdenza, abbandono in Dio e sospiro alla vita e ai beni eterni, poiché fede è sostanza delle cose sperate. La speranza, resa certissima per la fede, è quella che dà all’anima il gaudio dell’attesa di ogni bene e la pace della confidenza e dell’abbandono in Dio per la grazia dello Spirito Santo.

È il più grande augurio che possa farsi ad un’anima, e che san Paolo poteva fare ai Romani. La vita è piena di angustie, d’incertezze, di lotte, di tribolazioni, e non può essere sorretta che dalla speranza soprannaturale. Chi crede, ma è pessimista nella vita, vede tutto nero e giudica tutto male, non ha né gaudio interiore né pace, ma passa la sua esistenza terrena tra lamenti, angustie, pene e molte volte tra disperazioni che la rendono infelicissima. Di nulla si appaga e di nulla si contenta, perché non vede che il momento presente, che è momento di prova e di tribolazione.

Nelle più piccole e comuni cose della vita è solo la speranza che sostiene e che dà un senso di tranquillità e di pace in ciò che si ha e che appare sempre incompleto e insoddisfacente.

Se un fanciullo, per esempio, sta a tavola e non gli va la minestra, spera nella pietanza e si appaga momentaneamente della minestra. Se non ha quella speranza si sconvolge e si dispera. I pianti disperati dei bambini quando sono scontenti di ciò che hanno, dipendono proprio dalla mancanza di questa infantile speranza. E difatti, per acquietarli, basta loro prospettare, sia pure illudendoli, la speranza di un giocattolo, di una leccornia. Nell’attesa cessano di piangere e di agitarsi perché sperano.

Noi, che siamo sempre infanti nella vita presente, dobbiamo sperare non illudendoci, ma nello Spirito Santo, con vera speranza soprannaturale fondata sulla fede. Anche se ci pare di essere dei falliti o degli illusi dobbiamo sperare, perché il Signore è potente a riparare i nostri fallimenti ed a realizzare nella sua volontà le nostre stesse illusioni di un bene futuro, che sono, in fondo, aspirazioni fondate sulla sua potenza. Tutto può fallire fuorché l’onnipotenza di Dio, e l’anima che magari sogna, se si appoggia nei suoi sogni di bene e d’amore all’onnipotenza di Dio, li vede realizzati in una maniera più grande, perché Dio è Padre amoroso e fedele. 

Le inclinazioni del bimbo possono vedersi pure nella preferenza che egli ha per certi giocattoli e per certi modi di divertirsi; il babbo non contenta sempre immediatamente suo figlio nelle sue aspirazioni infantili, ma spesso parte proprio da esse per realizzare in lui un disegno più ampio. Invece di dargli una pianeta di carta, per esempio, o un calicetto di piombo, lo avvia all’età più matura agli studi del seminario perché abbia un giorno una pianeta di broccato e un calice d’oro. Invece di appagarlo nella speranza di avere giocattoli meccanici, ai quali lo vede inclinatissimo, lo avvia, magari anche penosamente, alle scuole tecniche e meccaniche; invece di piccole armi che scoppiettano, lo indirizza alla scuola militare.

Noi siamo meno che bimbi nelle nostre aspirazioni e nei nostri sogni, ma se confidiamo in Dio, e se speriamo contro ogni speranza, Egli vede nell’illusione stessa la nostra inclinazione, e da Padre amorosissimo qual è, ci contenta, realizzandola nella sua volontà in una maniera immensamente più grande.

Adamo ed Eva caddero nel peccato per la speranza di essere simili a Dio. Fu una rovina, un'immensa rovina; ma, quando alla voce di Dio provarono sgomento, e al suo rimprovero si pentirono, il Signore raccolse quella stessa speranza, sorta come fiore silvestre tra macerie della giustizia originale, e alla donna promise il frutto vero della vita, e all’uomo l’Uomo-Dio, che doveva realmente renderlo simile a Dio. Passarono quattromila anni di attesa angosciosa; ma quella speranza, quella stessa speranza si realizzò, e il figlio lontano di Adamo fu l’Uomo-Dio, e la donna Immacolata, figlia di Eva, colse dalle regali sedi, per lo Spirito  Santo, il frutto della vita.

lo spero, Signore, contro ogni speranza!

In un arruffato groviglio d’illusioni, io sospiro sinceramente al regno di Dio, al regno dell’infinito Amore. Vi sospiro e spero in Dio contro ogni speranza, perché le illusioni non possono darmi che il fallimento delle mie speranze. Fallisco ma mi ostino nelle mie speranze perché spero in Dio, spero sinceramente in Lui solo.

Tutto fallisce, magari, tutto quello che è mia idea, mio sogno, mia claudicante profezia da strapazzo, ma non fallisce la speranza perché fondata sinceramente in Dio, nella sua onnipotenza e nel suo amore.

Egli la raccoglie.

È un seme avariato e selvatico, ma la sua onnipotenza può farlo germinare e può innestare al virgulto selvatico la viva e robusta pianta d’un suo disegno d’amore. La mia pianta è tutta potata dalla tribolazione, ma il suo vivo germoglio cresce e prospera, e nel tempo stabilito da Dio produce il suo frutto. Per questo Dio loda gli uomini di desideri, per questo fu lodato Daniele, che meritò così di vedere determinatamente il compimento lontano dei suoi desideri, che erano la sua speranza. Solo l’illusione peccaminosa non è raccolta e non può essere raccolta da Dio, perché non è speranza riposta in Lui, ed è un viscido seme che produce triboli e spine.

Adamo sospirò ad un benessere orgogliosamente e stupidamente personale di grandezza terrena, poiché non guardò che alla propria vita sulla terra, e dalla terra raccolse triboli e spine, ma si pentì e sperò la salvezza dalla misericordia divina, e la misericordia mutò l’aspirazione stupida in soprannaturale speranza, e la compì meravigliosamente nell’Incarnazione del Verbo. Il peccato fruttò la rovina, la speranza attrasse la misericordia.

Con profondissima ragione, quindi, l’Apostolo, dopo aver parlato ai Romani della fede in Gesù Cristo, conclude augurando loro l'abbondanza della speranza, che doveva realizzare e compiere in loro le divine misericordie. Quest’abbondanza di speranza dobbiamo averla anche noi, sospirando al regno di Dio in noi e nel mondo, e dobbiamo averla in tutte le vicende della nostra vita, soprannaturalmente, per virtù dello Spirito Santo.

Nulla ci turbi e nulla ci sgomenti, ma in tutte le necessità della vita spirituale e materiale confidiamo in Dio, pienamente, sovrabbondantemente.

Togliamo da noi quell’oscuro ed opprimente pessimismo che ci fa vedere tutto fallito intorno a noi nell’anima e nel corpo; confidiamo e preghiamo. Anche se avessimo seminato, con le nostre illusioni, un germoglio di bene, Dio è potente ad innestarlo ad un suo disegno d’amore ed a svilupparlo inopinatamente nella sua grande misericordia. Nulla fallisce in ciò che abbiamo sperato da Lui, e che non è aspirazione di orgoglio o di sensi. Egli è il paterno amore che muta i giocattoli in edifici solidissimi, e che nella terra piantata a spine semina i suoi germogli di vita.

L’aspirazione fiduciosa ad un’azione viva dello Spirito Santo muta, magari, l'illusione di una falsa visione in un intervento magnifico dello Spirito Santo; la speranza di un'universale rinnovazione fondata su disegni fantastici provoca dalla bontà di Dio una rinnovazione reale delle anime per il suo intervento.

Si passa tra le croci e le tribolazioni, perché Dio deve demolire le nostre fantasie; ma se non si abbandona la mano della Chiesa che guida, orienta e purifica le aspirazioni delle anime, anche il gioco di un’infanzia esuberante diventa realtà mille volte più in grande nelle mani di Dio.

Il Dio della speranza, perciò, ci ricolmi di ogni gaudio e di pace nel credere, affinché, avendo in Lui una viva fede, abbondiamo nella speranza per virtù dello Spirito Santo.

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Lettera ai Romani 15,4-13

4Ora, tutto ciò che è stato scritto prima di noi, è stato scritto per nostra istruzione, perché in virtù della perseveranza e della consolazione che ci vengono dalle Scritture teniamo viva la nostra speranza.5E il Dio della perseveranza e della consolazione vi conceda di avere gli uni verso gli altri gli stessi sentimenti ad esempio di Cristo Gesù,6perché con un solo animo e una voce sola rendiate gloria a Dio, Padre del Signore nostro Gesù Cristo.
7Accoglietevi perciò gli uni gli altri come Cristo accolse voi, per la gloria di Dio.8Dico infatti che Cristo si è fatto servitore dei circoncisi in favore della veracità di Dio, per compiere le promesse dei padri;9le nazioni pagane invece glorificano Dio per la sua misericordia, come sta scritto:

'Per questo ti celebrerò tra le nazioni pagane,
e canterò inni al tuo nome'.
10E ancora:

'Rallegratevi, o nazioni, insieme al suo popolo.'
11E di nuovo:

'Lodate, nazioni tutte, il Signore;
i popoli tutti lo esaltino'.
12E a sua volta Isaia dice:

'Spunterà il rampollo di Iesse,
colui che sorgerà a giudicare le nazioni:
in lui le nazioni spereranno'.

13Il Dio della speranza vi riempia di ogni gioia e pace nella fede, perché abbondiate nella speranza per la virtù dello Spirito Santo.

mercoledì 26 giugno 2024

Dio ha nascosto persino agli angeli il mistero che invece ha rivelato a noi (don Dolindo Ruotolo)

Don Dolindo Ruotolo
Commento della lettera agli Efesini 3,1-21
 

Il mistero della vita della Chiesa.

1. Per questo io, Paolo, il prigioniero di Cristo per voi pagani... 2. penso che abbiate sentito parlare del ministero della grazia di Dio, a me affidato a vostro favore: 3. per rivelazione mi è stato fatto conoscere il mistero, di cui vi ho già scritto brevemente. 4. Leggendo ciò che ho scritto, potete rendervi conto della comprensione che io ho del mistero di Cristo. 5. Esso non è stato manifestato agli uomini delle precedenti generazioni come ora è stato rivelato ai suoi santi apostoli e profeti per mezzo dello Spirito: 6. che le genti sono chiamate, in Cristo Gesù, a condividere la stessa eredità, a formare lo stesso corpo e ad essere partecipi della stessa promessa per mezzo del Vangelo, 7. del quale io sono divenuto ministro secondo il dono della grazia di Dio, che mi è stata concessa secondo l'efficacia della sua potenza. 8. A me, che sono l'ultimo fra tutti i santi, è stata concessa questa grazia: annunciare alle genti le impenetrabili ricchezze di Cristo 9. e illuminare tutti sulla attuazione del mistero nascosto da secoli in Dio, creatore dell'universo, 10. affinché, per mezzo della Chiesa, sia ora manifestata ai Principati e alle Potenze dei cieli la multiforme sapienza di Dio, 11. secondo il progetto eterno che egli ha attuato in Cristo Gesù nostro Signore, 12. nel quale abbiamo la libertà di accedere a Dio in piena fiducia mediante la fede in lui. 13. Vi prego quindi di non perdervi d'animo a causa delle mie tribolazioni per voi: sono gloria vostra.
San Paolo chiama mistero di Dio la Chiesa nella sua universalità e nella sua unità, per cui tutte le nazioni e tutte genti sono chiamate alla fede, e la chiama mistero svelato completamente per lo Spirito Santo agli apostoli ed ai profeti. 
È un mistero di potenza e di misericordia, che rivela la grandezza della divina potenza e le ricchezze di Gesù Cristo, mistero nascosto in Dio e rivelato agli stessi cori angelici, ai Principati ed alle Potestà solo per mezzo della Chiesa, perché la sua attuazione nella Chiesa ha mostrato agli attoniti angeli la multiforme sapienza di Dio. 
 
Pietro Cavallini: Angeli - particolare del Giudizio Universale


 
Il semplice fatto che Dio nascose il mistero della Chiesa persino agli angeli prima che fosse compiuto ci fa intendere la grandezza della Chiesa stessa. Questa grandezza è tanto più mirabile in quanto che la Chiesa è fondata fra uomini miserabili, viatori, che possono ad ogni momento traviare e che, nonostante la loro miseria personale, non ne alterano in nulla la vitalità e la compagine. 
Siccome la Chiesa nelle sue ricchezze e nella sua vita è un sol corpo vivente, in atto, che non può mostrarsi che nella sua vita, gli angeli non potevano conoscerla prima che fosse una realtà; e siccome la sua vita è sublime per le ricchezze di Gesù Cristo e per le disposizioni della provvidenza di Dio, prima della Sua realizzazione era per necessità un mistero nascosto in Dio. 
Nel suo sviluppo poi ha mostrato e mostra la multiforme sapienza di Dio, che in essa ha tutto ordinato mirabilmente, pur rispettando la libertà umana e pur operando in mezzo a piccole creature e per mezzo di piccole creature, non sempre viventi del suo amore e della sua grazia.

Noi ci stupiremmo di vedere un tecnico dell'elettricità lavorare e muoversi con disinvoltura tra grovigli di fili ad altissima tensione, il cui contatto potrebbe essere mortale. Ci stupiremmo di vedere un artista che da assicelle marcite riuscisse a formare un mobile saldo ed elegantissimo, ci stupiremmo di un tessitore che, con fili spezzati o putrescenti, riuscisse a formare un paludamento regale d'ineffabile bellezza; ebbene, il lavoro di Dio nella Chiesa è attuato fra ostacoli e pericoli, servendosi di creature miserabili e unendo in mirabile unità le anime e i cuori più disparati.

L'anima della Chiesa, poi, ha ricchezze e manifestazioni di ricchezze anche più grandi di quelle che si rivelano nel suo corpo, poiché, in essa, Dio opera da padrone, senza quelle restrizioni che sono richieste dalla compagine e dalla disciplina d’un corpo ancora viatore, che è una società perfetta. 
 
Queste manifestazioni, Dio le ha compiute e le compie nei suoi santi, e molte volte in anime lontane dal corpo stesso della Chiesa. A queste anime giungono i raggi della grazia come le aurore boreali nelle notti polari, ed esse sono come satelliti che, pur non essendo pianeti, girano con questi intorno al sole, e splendono nell’oscurità del paganesimo o di altre false o traviate religioni.
 
Noi cristiani abbiamo il grandissimo torto di apprezzare poco la Chiesa e di vivere poco della sua vita, come e bisogna dirlo con franchezza tanti che sono ai suoi centri vitali non riflettono alla loro responsabilità innanzi ai popoli, e con la loro vita e le loro mancanze dì carità la fanno disistimare, se non allontanano da essa i suoi figli. 
Non sappiamo attingere da Gesù Cristo, fonte di vita che nella Chiesa zampilla fino alla vita eterna, e rimaniamo meschini nella nostra vita materiale e naturale. Svegliamoci dal sonno, e nella Chiesa, per Gesù Cristo abbiamo libero accesso con fiducia a Dio, mediante la fede in Lui. 
 
La fede ci avvicina a Gesù e ci fa partecipare alle sue ricchezze, la fede ci solleva ad altezze superiori a tutte le povere cose e alla povera scienza umana; c’illumina, ci riscalda, ci vivifica, ci nutre, ci fortifica, ci rende creature nuove. 
Non ci perdiamo di animo nelle tribolazioni che sopportiamo nella vita presente, né ci sembrino esse una disavventura, quasi che la nostra sorte fosse più miserabile di quella delle creature senza fede; le tribolazioni servono per la nostra gloria futura ed eterna, e sono per noi la misura di quella futura gioia senza nubi e senza pianto.
Le tribolazioni ci uniscono a Gesù Cristo appassionato, sono la continuazione in noi dei suoi dolori, e ci rendono partecipi della sua resurrezione e della sua gloria.
 
 San Paolo allude all'Eucaristia
17. Che il Cristo abiti per la fede nei vostri cuori e così, radicati e fondati nella carità,
18. siate in grado di comprendere con tutti i santi quale sia l'ampiezza, la lunghezza, l'altezza e la profondità,
19. e conoscere l'amore di Cristo che sorpassa ogni conoscenza, perché siate ricolmi di tutta la pienezza di Dio.
20. A colui che in tutto ha potere di fare molto più di quanto possiamo domandare o pensare, secondo la potenza che gia opera in noi,
21. a lui la gloria nella Chiesa e in Cristo Gesù per tutte le generazioni, nei secoli dei secoli! Amen.

È evidente nella preghiera dell’Apostolo un’allusione all'Eucaristia, quando domanda che Gesù Cristo abiti nei cuori degli Efesini per mezzo della fede, e che perciò essi possano comprendere le dimensioni dell’amore di Gesù, e riempirsi dei doni di Dio. 

Se Gesù abita nei cuori per la fede, non c’è mistero più grande di fede quanto l’Eucaristia, ed è proprio così designato nelle parole della consacrazione del vino: mystherium fidei. 

Non c’è atto di fede più profondo, quanto il credere alla presenza reale di Gesù Cristo, e non è possibile avvicinarsi a Lui Sacramentato e riceverlo nel cuore senza una grandissima fede; Gesù Cristo ha istituito questo mirabile Sacramento sotto veli così fitti, che nascondono i miracoli e le dimensioni del suo amore, perché la nostra fede in Lui fosse stata grandissima, e tale da attrarlo in noi e viverne.

La Comunione con Gesù Sacramentato ci radica e ci fonda nella sua carità, poiché per Lui amiamo Dio, e in Lui siamo una sola famiglia. Radicati e fondati nella sua carità, noi possiamo comprendere e conoscere con tutti i santi, ossia con tutta la Chiesa cattolica, quale sia la larghezza, la lunghezza, l’altezza e la profondità del mistero eucaristico, e possiamo anche comprendere la carità di Cristo che sorpassa ogni conoscenza, ed essere così ripieni della pienezza di Dio, della sua grazia e del suo amore.

Le quattro dimensioni che san Paolo usa per far risaltare l’immensità del Mistero eucaristico, nel testo non hanno una specificazione, perché è sottintesa, e questo ci conferma che l’Apostolo allude al Mistero eucaristico, nel quale soltanto, come soggiunge subito dopo, si può comprendere la carità di Gesù Cristo. 

II Mistero eucaristico, pur non essendovi Gesù presente nelle sue dimensioni ma come sostanza, ha le dimensioni della carità di Gesù
è largo perché abbraccia tutte le anime e tutte le nazioni; 
è lungo perché si estende a tutti i secoli, sino alla fine del mondo; 
è alto, perché raggiunge anche i cieli, nei quali effonde una nuova e rinnovata luce di conoscenza ed una nuova fiamma di amore e di riparazione, essendo la rinnovazione del sacrificio del Golgota; 
è profondo perché raggiunge gli stessi abissi infernali, rinnovando la sconfitta di satana.

Questa mirabile espansione dell’Eucaristia ci dà un’idea della carità di Gesù Cristo che sorpassa ogni conoscenza, perché è impossibile alla creatura lo scrutare quell’ineffabile amore che glorifica il Padre per tutte le creature, e che le abbraccia nel suo Cuore tutte, come sole fulgente che tutto illumina e tutto vivifica con la sua luce e il suo calore. 

La grandiosità di questo mistero d’amore, che mostra la potenza divina di Gesù Cristo, fa erompere dal cuore dell’ Apostolo una dossologia, ossia una lode ardente al Signore, che è atto di fede e atto di amore; egli vuol far capire agli Efesini, e per essi a tutti i cristiani, che non debbono stupirsi di un mistero così grande, se riflettono alla potenza di Dio, e se pensano a quello che già opera in loro con la sua grazia.

A Colui che con la potenza che già in noi opera PUÒ FARE OGNI COSA CON SOVRABBONDANZA SUPERIORE A QUELLO CHE NOI DOMANDIAMO O PENSIAMO, a Lui gloria nella Chiesa e in Gesù Cristo per tutte le generazioni nei secoli dei secoli. Così sia. 
A Lui gloria nella Chiesa, vivificata dall’Eucaristia, e in Gesù Cristo, che vive in quel mistero di amore e vivifica le anime per tutte le generazioni  della terra, in tutti i secoli e nell'eternità.


Don Dolindo, Lettere di San Paolo Apostolo, Lettera agli Efesini pagg.1383-1387

sabato 15 giugno 2024

Essere figli di Dio significa essere liberi in Lui nella Legge dell'amore (don Dolindo Ruotolo)

Il capitolo 8° costituisce come il centro della lettera di san Paolo ai Romani, e parla del quarto frutto della giustificazione, ossia della felicità dell'uomo rigenerato in Gesù Cristo per mezzo del Battesimo. 
L'uomo così giustificato, ha la grazia in questa vita (1-11) e la gloria nella vita futura (12-27). Tutto questo per l’infinita bontà di Dio verso l’uomo (28-39). 
 

 
« 1 Nessuna condanna v'è dunque ora per quelli che sono in Cristo Gesù, e non camminano secondo la carne»
 
L’Apostolo comincia col dire che con la nuova Legge, ossia nello stato dell’uomo rigenerato, non v'è alcuna condanna per quelli che sono in Gesù Cristo e non camminano secondo la carne. 
Chi è rigenerato in Gesù Cristo per il Battesimo è liberato dal peccato originale, e per l’eccesso della divina misericordia anche dai peccati attuali. 
Se egli morisse in quello stato, andrebbe diritto al Paradiso, come vi vanno i bambini innocenti, liberati dal peccato originale. 
Dunque, in lui non v’è più alcuna macchia, non v'è condanna, non v'è pena eterna. 
È libero dall'ira di Dio e dal peccato, è libero dalla Legge, perché vive nel compimento della Legge, vive di Gesù Cristo, incorporato a Lui, membro del suo Corpo mistico, tralcio vivo unito alla vera vite (Gv 14,19-20). 
 
Questo ineffabile dono è conservato da lui se non cammina secondo la carne, cioè se non perde l'innocenza con peccati attuali. Stando ancora nella prova del pellegrinaggio terreno, la grazia che riceve non lo rende impeccabile e quindi, se cammina nella carne, viene a rinunciare ai frutti della rigenerazione.
 
« 2 Poiché la legge dello Spirito di vita in Cristo Gesù mi ha liberato dalla legge del peccato e della morte.»
 
San Paolo chiarisce come avviene che l’uomo rigenerato nel Battesimo è liberato dalla condanna del peccato: nell'unione con Gesù Cristo la legge dello Spirito di vita, cioè lo Spirito Santo che vive nell’anima rigenerata, le comunica la vita soprannaturale per i meriti di Gesù Cristo, nell'atto stesso nel quale l’anima è liberata dal peccato e dalla morte eterna. 
 
« 3 Infatti, ciò che era impossibile alla Legge, in quanto era impotente a causa della carne, lo fece Dio »
 
Quest'opera ammirabile di rigenerazione la Legge non poteva farla, perché era data ad anime ancora macchiate di colpa e schiave del peccato. La legge dava il precetto, ma era impotente, a causa della carne, essa veniva come paralizzata per la guasta natura dell’uomo che dava la prevalenza alla carne.
 
« 3 Infatti, ciò che era impossibile alla Legge, in quanto era impotente a causa della carne, lo fece Dio che mandò il suo proprio Figlio in una carne simile a quella del peccato »
 
Ciò che non poteva fare la Legge, lo fece Dio, compiendo quello che la Legge prefigurava e annunciava, e mandando il suo proprio Figlio in una carne simile a quella del peccato; in Lui compì l’espiazione del peccato e la resurrezione dell’umanità, condannando il peccato nella carne innocente, santissima e divina di suo Figlio. 
 
« mandando il proprio Figlio in una carne simile a quella del peccato e a motivo del peccato, egli ha condannato il peccato nella carne »
 
Non diede a suo Figlio una carne di peccato, ma volle che il suo Corpo divino fosse formato per opera dello Spirito Santo nel seno di una Vergine Immacolata. 
Da un ramo incontaminato della radice di lesse, volle che spuntasse il suo Fiore divino, perché una carne macchiata non avrebbe potuto espiare i peccati degli uomini. Il Verbo Incarnato quindi era veramente Uomo come era veramente Dio, ma la carne assunta era in tutto come la nostra, fuori che il peccato. 
 
« 4 affinché ciò che la Legge dichiara giusto si compisse in noi che non camminiamo secondo la carne ma secondo lo spirito.»
 
Egli si caricò dei peccati di tutti, e in Lui Dio condannò il peccato, affinché ciò che la Legge dichiara giusto, ossia i suoi precetti di santificazione, si compisse in noi che, rigenerati dal Battesimo e uniti a Gesù Cristo, non camminiamo secondo la carne ma secondo lo spirito. 
La grazia dataci per Gesù Cristo ci fa adempire i precetti, ed essi si adempiono in noi, ossia con la nostra cooperazione.

« 5 Quelli infatti che vivono secondo la carne, pensano alle cose della carne; quelli invece che vivono secondo lo Spirito, alle cose dello Spirito. Ma i desideri della carne portano alla morte, mentre i desideri dello Spirito portano alla vita e alla pace. »

L’Apostolo spiega perché quelli che vivono secondo la carne, e si lasciano dominare da essa, non possono compiere la giustizia della Legge: coloro che vivono secondo la carne, gustano le cose della carne... e le aspirazioni della carne portano alla morte. 
Quelli, invece, che vivono secondo lo spirito, sentono le cose dello Spirito... e le aspirazioni dello spirito sono vita e pace. 
 
Sta in questa grande verità il segreto della malvagità umana e dell’avversione di tanti infelici a Dio; sta in questo contrasto tra la came e lo spirito la vera ragione dell’implacabile guerra che i malvagi fanno alla Chiesa. 
Le teorie, i sistemi filosofici, le utopie politiche, la falsa scienza, il criticismo razionalista, e tutto il pesante bagaglio, più o meno ideali dei perversi, non sono che l’orpello per celare o giustificare gli obbrobri e le degenerazioni della carne.
Basterebbe considerare la recentissima storia di famosi dittatori moderni, per scorgere immediatamente, sotto l’ingannevole verdeggiare ideale, un pantano d’impurità. 
 
« 7 Infatti i desideri della carne sono in rivolta contro Dio, perché non si sottomettono alla sua legge e neanche lo potrebbero. 8 Quelli che vivono secondo la carne non possono piacere a Dio.»
 
L‘aspirazione della carne, infatti -- soggiunge l’Apostolo — è nemica di Dio, non essendo soggetta alla Legge di Dio, e non essendone capace. Non accetta la Legge di Dio e vi si oppone con aperta ribellione; non è capace di accettarla, perché nella sua degradazione giunge a tale abisso d’iniquità che non può salire al di sopra della propria miseria. 
 
Quando si vede, dunque, uno che contrasta alla Legge di Dio, ci si trova sempre innanzi ad un essere avvilito al disotto dei bruti, come si può facilmente constatare negli infelicissimi senza Dio, e in generale nei comunisti, che sono sempre quanto di più infelice abbia mai avuto l’umanità.

Si deve notare che quando san Paolo parla di carne, intende parlare del peccato in genere e di tutte le concupiscenze dei sette peccati mortali. Siccome, però, la maledetta impurità è la concupiscenza che emerge e domina su tutte le altre, le sue parole possono riferirsi, e si riferiscono, infatti, a questo peccato che può chiamarsi causa ed effetto di tutti gli altri. Persino l’idolatria dei pagani, che aveva l’apparenza di religiosità, sia pure traviata e avvilita, nasceva dall’impurità e produceva impurità. 

Per questo san Paolo conclude: Quelli che sono carnali non possono piacere a Dio; essi rifuggono da Dio e Dio li abomina, perché Dio è infinitamente puro e santo; abominandoli, il Signore li ricaccia da sé e li condanna alla morte eterna. 

« 9 Voi però non siete sotto il dominio della carne, ma dello Spirito, dal momento che lo Spirito di Dio abita in voi. Se qualcuno non ha lo Spirito di Cristo, non gli appartiene »

Rivolgendosi in modo particolare ai Romani, ai quali scrive, san Paolo applica loro ciò che ha detto, e si consola della grazia che li santifica e li eleva, in contrasto col mondo pagano nel cui centro essi vivevano: Voi, però --  egli esclama -- non siete carnali ma spirituali; lo siete per la vostra vocazione e per l’incorporamento a Cristo, e continuerete ad esserlo se conservate in voi lo Spirito Santo che vi ha uniti a Gesù Cristo e santificato. 
 
Lo Spirito Santo è lo Spirito di Cristo, poiché per Lui fu formato il suo Corpo nel seno di Maria, ed Egli ricolmò di grazie e di doni l'umanità assunta dal Verbo incarnato; ora, chi vive di carne e non di Spirito Santo non appartiene a Gesù Cristo. perché si distacca da Lui, e non vive della vita della quale Egli visse, essendo la carne diametralmente opposta allo Spirito Santo.
 
Se uno, poi, non vive di carne, ma di Spirito Santo, santificato e guidato dall’ Amore divino, Cristo è in lui, sia per concomitanza, essendo inseparabili le tre divine Persone, e sia perché lo Spirito Santo glielo dona e lo forma in lui.  

« 10 E se Cristo è in voi, il vostro corpo è morto a causa del peccato, ma lo spirito è vita a causa della giustificazione. »

Il corpo allora è morto, cioè è ancora soggetto alla morte per il peccato originale, ma lo spirito vive a ragione della giustizia, ossia, come dice il testo greco, della giustificazione comunicata dallo Spirito Santo nel Battesimo. 
 
San Paolo dice che lo spirito vive, cioè che l’anima adorna di grazia e unita allo Spirito Santo vive di una vita soprannaturale, nonostante che il corpo sia morto, ossia sia sottoposto ancora alla morte e muoia di fatto. 
Egli non dice che il corpo morirà, ma lo considera per anticipazione come già morto, dato che la vita mortale è un continuo cammino verso la morte, e che il mondo vede continuamente la morte passare da trionfatrice tra gli uomini.
La morte, però, non è padrona dell’uomo rigenerato nello spirito che per poco tempo, e quindi, strettamente parlando, non può considerarsi quasi come un fallimento dell’opera redentrice del Cristo: se lo Spirito di Colui che risuscitò Gesù dalla morte abita in voi per la grazia da voi ricevuta, Egli che risuscitò Gesù Cristo dalla morte, vivificherà anche i vostri corpi mortali, a ragione del suo Spirito abitante in voi. 
 
Gesù Cristo, come Dio, risuscitò per virtù propria, ma come Uomo risuscitò per l’onnipotenza di Dio, e quindi del Padre, al quale si riferiscono le opere dell’onnipotenza. 
 
« 11 E se lo Spirito di colui che ha risuscitato Gesù dai morti abita in voi, colui che ha risuscitato Cristo dai morti darà la vita anche ai vostri corpi mortali per mezzo del suo Spirito che abita in voi.»
 
San Paolo espone questo argomento per dimostrare che anche il corpo mortale di uno, rigenerato dalla grazia dello Spirito Santo e incorporato a Gesu Cristo, risorgerà: se lo Spirito del Padre, che risuscitò dalla morte Gesù Cristo, abita per la grazia nell’anima cristiana, questa, insieme col proprio corpo, è tempio vivo dello Spirito Santo, ed il Padre ne farà risorgere anche il corpo, santificato dalla presenza dello Spirito Santo. 
San Paolo considera qui solo la resurrezione dei giusti, perché questa è vera risurrezione; quella dei peccatori è una seconda morte, e se essi risorgono anche per divina potenza, questo non avviene perché sono tempio dello Spirito Santo, ma perché debbono presentarsi innanzi ai Giudizio di Dio, e pagare anche col corpo le proprie colpe.
 
« 12 Così dunque fratelli, noi siamo debitori, ma non verso la carne per vivere secondo la carne; 13 poiché se vivete secondo la carne, voi morirete; se invece con l'aiuto dello Spirito voi fate morire le opere del corpo, vivrete.»

Da tutto quello che ha detto, san Paolo trae come conclusione che noi, pur vivendo nella carne mortale, non dobbiamo vivere di carne, anzi dobbiamo darle la morte con la penitenza e mortificazione, negandole tutte quelle soddisfazioni che sono contrarie allo spirito. Dunque, o fratelli — egli esclama — noi non siamo debitori alla carne da dover vivere secondo la carne, perché se vivrete secondo la carne morirete, se poi con lo spirito mortificherete le azioni della carne vivrete. 

La carne non può affacciare su di noi alcun diritto; poiché non è per la carne che siamo capaci dei doni di Dio. Essa, anzi, deve come morire sotto l’impero dello spirito, e dev’essere con questa santa mortificazione strumento dello spirito. 

« 14 Tutti quelli infatti che sono guidati dallo Spirito di Dio, costoro sono figli di Dio. »

Noi non viviamo per questa misera terra, ma aspiriamo ad essere figli di Dio, per essere poi eredi dell’eterna gloria; ora, chi non vive di carne ma è mosso dallo Spirito Santo, questi è chiamato figlio di Dio, perché per la grazia dello Spirito Santo è incorporato a Gesù Cristo, è membro del suo Corpo mistico, e partecipa in Lui alla sua filiazione.

Essere figli di Dio significa essere liberi in Lui nella Legge dell'amore; essere uomini carnali significa invece essere schiavi dei sensi e ritornare ad essere pagani, nella legge dell’oppressione e del timore. 

« 15 E voi non avete ricevuto uno spirito da schiavi per ricadere nella paura, ma avete ricevuto uno spirito da figli adottivi per mezzo del quale gridiamo: «Abbà, Padre!». 16 Lo Spirito stesso attesta al nostro spirito che siamo figli di Dio.»

Ora, noi non abbiamo ricevuto lo spirito di schiavitù, né i convertiti dal paganesimo hanno lasciato l’idolatria per passare nel dominio della Legge dell’ Antico Patto dove il bene si compiva per timore, ma noi in Gesù Cristo abbiamo ricevuto lo spirito di adozione, per il quale ci rivolgiamo a Dio come figli, e lo chiamiamo affettuosamente Padre.

San Paolo cita una parola aramaica, Abbà, che egli stesso traduce: O Padre!, indicando il principio dell'’orazione insegnataci da Gesù: Padre nostro che sei nei: cieli, ecc. 

E non solo noi preghiamo Dio chiamandolo Padre, ma, per la grazia santificante donataci dallo Spirito Santo, sentiamo per Dio la fiducia di figli, e sospiriamo alla gloria eterna come a nostra eredità futura. 
 
« 17 E se siamo figli, siamo anche eredi: eredi di Dio, coeredi di Cristo, se veramente partecipiamo alle sue sofferenze per partecipare anche alla sua gloria.»
 
Se siamo figli, siamo anche eredi, e se sospiriamo all’eredità eterna per Gesu Cristo che in Lui ci ha dato il diritto di eredi facendoci suoi coeredì, noi intendiamo di essere figli di Dio. 
Né le pene della vita possono oscurare la nostra fiducia filiale in Dio, perché, essendo coeredi in Cristo dell’eterna gloria, noi intendiamo che dobbiamo partecipare ai suoi dolori per partecipare alla sua eredità.

Don Dolindo Ruotolo
Commento alla Lettera ai Romani (8,1-17) da "Lettere di San Paolo Apostolo" (pagg 171-178)

 

Dalla lettera ai Romani 8,1-17

8 Ora, dunque, non c'è nessuna condanna per quelli che sono in Cristo Gesù. 2Perché la legge dello Spirito, che dà vita in Cristo Gesù, ti ha liberato dalla legge del peccato e della morte. 3Infatti ciò che era impossibile alla Legge, resa impotente a causa della carne, Dio lo ha reso possibile: mandando il proprio Figlio in una carne simile a quella del peccato e a motivo del peccato, egli ha condannato il peccato nella carne, 4perché la giustizia della Legge fosse compiuta in noi, che camminiamo non secondo la carne ma secondo lo Spirito.
5Quelli infatti che vivono secondo la carne, tendono verso ciò che è carnale; quelli invece che vivono secondo lo Spirito, tendono verso ciò che è spirituale. 6Ora, la carne tende alla morte, mentre lo Spirito tende alla vita e alla pace. 7Ciò a cui tende la carne è contrario a Dio, perché non si sottomette alla legge di Dio, e neanche lo potrebbe. 8Quelli che si lasciano dominare dalla carne non possono piacere a Dio.
9Voi però non siete sotto il dominio della carne, ma dello Spirito, dal momento che lo Spirito di Dio abita in voi. Se qualcuno non ha lo Spirito di Cristo, non gli appartiene. 10Ora, se Cristo è in voi, il vostro corpo è morto per il peccato, ma lo Spirito è vita per la giustizia. 11E se lo Spirito di Dio, che ha risuscitato Gesù dai morti, abita in voi, colui che ha risuscitato Cristo dai morti darà la vita anche ai vostri corpi mortali per mezzo del suo Spirito che abita in voi.
12Così dunque, fratelli, noi siamo debitori non verso la carne, per vivere secondo i desideri carnali, 13perché, se vivete secondo la carne, morirete. Se, invece, mediante lo Spirito fate morire le opere del corpo, vivrete. 14Infatti tutti quelli che sono guidati dallo Spirito di Dio, questi sono figli di Dio. E voi non avete ricevuto uno spirito da schiavi per ricadere nella paura, ma avete ricevuto lo Spirito che rende figli adottivi, per mezzo del quale gridiamo: "Abbà! Padre!". 16Lo Spirito stesso, insieme al nostro spirito, attesta che siamo figli di Dio. 17E se siamo figli, siamo anche eredi: eredi di Dio, coeredi di Cristo, se davvero prendiamo parte alle sue sofferenze per partecipare anche alla sua gloria.