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domenica 7 luglio 2024

Le profezie sulla Chiesa di don Dolindo

La Chiesa vincerà ogni errore

Il Dio della pace stritolerà ben presto satana sotto i vostri piedi, dice san Paolo ai Romani esaltando la loro fede. Nel Testo della Volgata è detto conterat satanam sub pedibus vestris velociter, STRITOLI SATANA, ma nel testo greco l’espressione è al futuro, stritolerà, come l’abbiamo tradotta noi, ed esprime non un augurio ma una profezia certissima. 

Questa profezia si è già in parte avverata nella storia della Chiesa, come accennammo, e costituisce la nostra grande speranza nei momenti di tristissima apostasia nei quali si trovano le nazioni e il mondo tutto. Ci siamo un po’ familiarizzati con l’errore a furia di sentircene assordare gli orecchi, e non ci accorgiamo che satana, subdolamente o apertamente, mira ancora una volta a sostituirsi a Dio e a Gesù Cristo.

Il dragone rosso, predetto già nell’ Apocalisse (12,3), stende i suoi artigli su tutta la terra, seduce i popoli e le nazioni, e in una gran massa di gente appare come tramontata per sempre la fede in Dio e il cristianesimo.

Il comunismo scellerato ed ateo, tiranno fino a sottoporre gli uomini alle più esose schiavitù, come ha fatto in Russia, nel Messico e dovunque ha imposto il suo dominio, è completamente agli antipodi del cristianesimo, che per esso non solo non ha più ragione di essere, ma che dev’essere sterminato dalla faccia del mondo. 

Il "nuovo Giovanni" profetizzato da Don Dolindo

Un grande combattimento si delinea già, anzi è in atto, ed esploderà in una persecuzione spaventosa contro la Chiesa, e la nostra fede sarà posta a durissima prova perché la bestia che sorge dal mare e quella che sorge dalla terra vinceranno i santi e vi sarà una grande desolazione nella Chiesa costretta a rifugiarsi nella solitudine, nascondendosi quasi e sparendo dal mondo.

Ma la Chiesa è indefettibile, e le porte dell’Inferno non possono prevalere contro di essa; da Roma verrà la luce, e Dio ridonerà la pace al mondo, stritolando satana sotto i piedi della Chiesa Cattolica, Apostolica, Romana.

È questa la nostra grande speranza, anzi la nostra certezza; solo allora la grazia del Signor nostro Gesù Cristo sarà in pieno nella Chiesa Romana, e per essa nel mondo non si può negare che c’è stato ed è in atto un connubio adulterino tra il popolo di Dio e i seguaci del dragone e della bestia apocalittica, e da questo connubio è sorta come un’infezione luetica che ha inflacchito l’organismo de Corpo mistico del Redentore. 

Il modernismo biblico, teologico e storico ci ha infettati, la parola di Dio non ci penetra più, la fede vacilla e si spegne in tanti cuori, la pietàn è come morta, l’amore a Dio langue anche elle anime consacrate a Dio. Dissimulare questo stato deplorevole nelle anime è una stoltezza, e non metterci rimedio lasciandosi trasportare dalla trista e limacciosa corrente è un tradimento. 

Ma noi non siamo senza speranza, attendiamo e dobbiamo attendere fiduciosi l’intervento di Dio, e siamo certi che Egli darà pace al mondo stritolando satana sotto i piedi della Chiesa. 

(Don Dolindo  Ruotolo)

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Queste affermazioni di Don Dolindo hanno effettivamente il loro fondamento indiscusso nel Vangelo. Le parole di Gesù a Pietro: «Tu sei Pietro (cioè pietra, roccia) e su questa pietra edificherò la mia Chiesa e le potenze dell’Inferno non prevarranno contro di essa», stanno a indicare la divina assistenza alla Chiesa che ha la sua sede in Roma, con i successori di san Pietro. 

Però, dal tono del commento, ci si può chiedere se per caso Don Dolindo non ebbe qualche sensazione profetica, specialmente per una caduta del comunismo ateo e un ritorno alla libertà religiosa di tutti i popoli.

Questa ipotesi potrebbe essere avvalorata da un fatto che sembra marginale, ma che fa pensare a qualcosa di più di un’intuizione assolutamente imprevedibile, anzi da escludersi, quando l’episodio avvenne. Si tratta di questo.

Don Dolindo era solito donare qualche immaginetta alle persone che erano in relazione con lui. In esse scriveva talvolta: Gesù dice... oppure: la Madonna dice... non come rivelazione avuta, ma come semplice interpretazione del pensiero del Signore e della Vergine Santissima.

Le signorine dell’ Apostolato Stampa — pia associazione fondata e guidata spiritualmente da Don Dolindo — spesse volte trascrivevano in vari quaderni le belle frasi spirituali poste sul retro delle immaginette. Da quelle, anzi, ricavarono poi utili raccolte per le suore, per le madri di famiglia ecc. pubblicate in opuscoletti molto diffusi.

Ora avvenne che un diplomatico polacco, sig. Vitold Laskowski, amico di un avvocato napoletano, aveva da questi sentito parlare di Padre Pio e di Don Dolindo. L’avvocato lo sollecitava per un incontro con Don Dolindo, ma ora per un motivo, or per un altro, il viaggio a Napoli veniva sempre rimandato. 

Un giorno, però, si vide recapitare un’immaginetta di Don Dolindo, mai visto e mai conosciuto di persona, in cui si parlava della salvezza del mondo, che sarebbe venuta dalla Polonia. L’immaginetta fu trascritta anche dalle sorelle dell’ Apostolato Stampa, il 2 luglio 1965; si osservi bene: 2 luglio 1965, tredici anni prima che venisse eletto papa Giovanni Paolo II

Il sig. Laskowski fu molto meravigliato nel ricevere l’immaginetta, non avendo mai avuto corrispondenza o relazione con Don Dolindo. L’immaginetta, dopo qualche tempo, la donò al vescovo profugo cecoslovacco mons. Paolo Hnilica. Ma tutto fu dimenticato, come cosa di nessuna importanza. 

Dopo l’elezione a sommo pontefice di Giovanni Paolo II — si era nel novembre 1978 — una delle sorelle dell’ Apostolato Stampa, aprendo a caso uno dei quaderni dove talvolta venivano riportate le parole scritte da Don Dolindo sulle immaginette, ebbe davanti il testo mandato a Vitold Laskowski, lo lesse e lo comunicò alle sorelle: era una profezia fatta da Don Dolindo nel 1965? Sembrava di sì. Sorprendente! 

Però, se non si aveva l’originale, non poteva essere te. stimoniata. Ma chi era questo sig. Laskowski? Dove si trovava? Si pensò che fosse un monaco camaldolese perché nel 1963 Padre Dolindo aveva conosciuto un camaldolese. Le sorelle dell’ Apostolato Stampa telefonarono a vari monasteri camaldolesi; ma non esisteva un monaco con tale nome. Finalmente dall’ Abbazia di Firenze un monaco diede indicazioni che fecero rintracciare il sig. Vitold, il quale rispose e narrò quanto sopra accennato.

Ma l’immaginetta? L’aveva donata a padre Paolo, come chiamavano il vescovo Hnilica. Fu pregato, il conte Laskowski, di fare del tutto per rintracciarla. Furono scrutate tutte le carte nello studio di mons. Hnilica, ma non fu trovato nulla. Finalmente, in una vecchia cassa, in fondo a un cumulo di carte, corrispondenza ecc., si trovò quello che si cercava. Si volle la dichiarazione autenticata dal Vicariato di Roma sulla copia fotostatica. 

Ma che cosa dice lo scritto di Don Dolindo del 1965 ad un polacco che il sacerdote napoletano non aveva mai conosciuto? Ecco il testo: 

«Vitold Laskowski. 2 luglio 1965. Maria all’anima: Il mondo va verso la rovina, ma la Polonia, come ai tempi di Sobieski, per la devozione che ha al mio cuore, sarà oggi come i 20.000 che salvarono l’Europa e il mondo dalla tirannia turca. Ora la Polonia libererà il mondo dalla più tremenda tirannia comunista. Sorge un nuovo Giovanni, che con marcia eroica spezzerà le catene, oltre i confini imposti dalla tirannide comunista. Ricordalo. Benedico la Polonia. Ti benedico. Beneditemi. Il povero sac. Dolindo Ruotolo via Salvator Rosa 58, Napoli».

Basta riferire il fatto, far conoscere il testo e lasciare a ciascuno di giudicare se vi sia stato o no in Don Dolindo il carisma della profezia. Oggi i fatti parlano. Un papa polacco, Giovanni Paolo Il, è andato avanti Con «marcia eroica»!

mercoledì 26 giugno 2024

Dio ha nascosto persino agli angeli il mistero che invece ha rivelato a noi (don Dolindo Ruotolo)

Don Dolindo Ruotolo
Commento della lettera agli Efesini 3,1-21
 

Il mistero della vita della Chiesa.

1. Per questo io, Paolo, il prigioniero di Cristo per voi pagani... 2. penso che abbiate sentito parlare del ministero della grazia di Dio, a me affidato a vostro favore: 3. per rivelazione mi è stato fatto conoscere il mistero, di cui vi ho già scritto brevemente. 4. Leggendo ciò che ho scritto, potete rendervi conto della comprensione che io ho del mistero di Cristo. 5. Esso non è stato manifestato agli uomini delle precedenti generazioni come ora è stato rivelato ai suoi santi apostoli e profeti per mezzo dello Spirito: 6. che le genti sono chiamate, in Cristo Gesù, a condividere la stessa eredità, a formare lo stesso corpo e ad essere partecipi della stessa promessa per mezzo del Vangelo, 7. del quale io sono divenuto ministro secondo il dono della grazia di Dio, che mi è stata concessa secondo l'efficacia della sua potenza. 8. A me, che sono l'ultimo fra tutti i santi, è stata concessa questa grazia: annunciare alle genti le impenetrabili ricchezze di Cristo 9. e illuminare tutti sulla attuazione del mistero nascosto da secoli in Dio, creatore dell'universo, 10. affinché, per mezzo della Chiesa, sia ora manifestata ai Principati e alle Potenze dei cieli la multiforme sapienza di Dio, 11. secondo il progetto eterno che egli ha attuato in Cristo Gesù nostro Signore, 12. nel quale abbiamo la libertà di accedere a Dio in piena fiducia mediante la fede in lui. 13. Vi prego quindi di non perdervi d'animo a causa delle mie tribolazioni per voi: sono gloria vostra.
San Paolo chiama mistero di Dio la Chiesa nella sua universalità e nella sua unità, per cui tutte le nazioni e tutte genti sono chiamate alla fede, e la chiama mistero svelato completamente per lo Spirito Santo agli apostoli ed ai profeti. 
È un mistero di potenza e di misericordia, che rivela la grandezza della divina potenza e le ricchezze di Gesù Cristo, mistero nascosto in Dio e rivelato agli stessi cori angelici, ai Principati ed alle Potestà solo per mezzo della Chiesa, perché la sua attuazione nella Chiesa ha mostrato agli attoniti angeli la multiforme sapienza di Dio. 
 
Pietro Cavallini: Angeli - particolare del Giudizio Universale


 
Il semplice fatto che Dio nascose il mistero della Chiesa persino agli angeli prima che fosse compiuto ci fa intendere la grandezza della Chiesa stessa. Questa grandezza è tanto più mirabile in quanto che la Chiesa è fondata fra uomini miserabili, viatori, che possono ad ogni momento traviare e che, nonostante la loro miseria personale, non ne alterano in nulla la vitalità e la compagine. 
Siccome la Chiesa nelle sue ricchezze e nella sua vita è un sol corpo vivente, in atto, che non può mostrarsi che nella sua vita, gli angeli non potevano conoscerla prima che fosse una realtà; e siccome la sua vita è sublime per le ricchezze di Gesù Cristo e per le disposizioni della provvidenza di Dio, prima della Sua realizzazione era per necessità un mistero nascosto in Dio. 
Nel suo sviluppo poi ha mostrato e mostra la multiforme sapienza di Dio, che in essa ha tutto ordinato mirabilmente, pur rispettando la libertà umana e pur operando in mezzo a piccole creature e per mezzo di piccole creature, non sempre viventi del suo amore e della sua grazia.

Noi ci stupiremmo di vedere un tecnico dell'elettricità lavorare e muoversi con disinvoltura tra grovigli di fili ad altissima tensione, il cui contatto potrebbe essere mortale. Ci stupiremmo di vedere un artista che da assicelle marcite riuscisse a formare un mobile saldo ed elegantissimo, ci stupiremmo di un tessitore che, con fili spezzati o putrescenti, riuscisse a formare un paludamento regale d'ineffabile bellezza; ebbene, il lavoro di Dio nella Chiesa è attuato fra ostacoli e pericoli, servendosi di creature miserabili e unendo in mirabile unità le anime e i cuori più disparati.

L'anima della Chiesa, poi, ha ricchezze e manifestazioni di ricchezze anche più grandi di quelle che si rivelano nel suo corpo, poiché, in essa, Dio opera da padrone, senza quelle restrizioni che sono richieste dalla compagine e dalla disciplina d’un corpo ancora viatore, che è una società perfetta. 
 
Queste manifestazioni, Dio le ha compiute e le compie nei suoi santi, e molte volte in anime lontane dal corpo stesso della Chiesa. A queste anime giungono i raggi della grazia come le aurore boreali nelle notti polari, ed esse sono come satelliti che, pur non essendo pianeti, girano con questi intorno al sole, e splendono nell’oscurità del paganesimo o di altre false o traviate religioni.
 
Noi cristiani abbiamo il grandissimo torto di apprezzare poco la Chiesa e di vivere poco della sua vita, come e bisogna dirlo con franchezza tanti che sono ai suoi centri vitali non riflettono alla loro responsabilità innanzi ai popoli, e con la loro vita e le loro mancanze dì carità la fanno disistimare, se non allontanano da essa i suoi figli. 
Non sappiamo attingere da Gesù Cristo, fonte di vita che nella Chiesa zampilla fino alla vita eterna, e rimaniamo meschini nella nostra vita materiale e naturale. Svegliamoci dal sonno, e nella Chiesa, per Gesù Cristo abbiamo libero accesso con fiducia a Dio, mediante la fede in Lui. 
 
La fede ci avvicina a Gesù e ci fa partecipare alle sue ricchezze, la fede ci solleva ad altezze superiori a tutte le povere cose e alla povera scienza umana; c’illumina, ci riscalda, ci vivifica, ci nutre, ci fortifica, ci rende creature nuove. 
Non ci perdiamo di animo nelle tribolazioni che sopportiamo nella vita presente, né ci sembrino esse una disavventura, quasi che la nostra sorte fosse più miserabile di quella delle creature senza fede; le tribolazioni servono per la nostra gloria futura ed eterna, e sono per noi la misura di quella futura gioia senza nubi e senza pianto.
Le tribolazioni ci uniscono a Gesù Cristo appassionato, sono la continuazione in noi dei suoi dolori, e ci rendono partecipi della sua resurrezione e della sua gloria.
 
 San Paolo allude all'Eucaristia
17. Che il Cristo abiti per la fede nei vostri cuori e così, radicati e fondati nella carità,
18. siate in grado di comprendere con tutti i santi quale sia l'ampiezza, la lunghezza, l'altezza e la profondità,
19. e conoscere l'amore di Cristo che sorpassa ogni conoscenza, perché siate ricolmi di tutta la pienezza di Dio.
20. A colui che in tutto ha potere di fare molto più di quanto possiamo domandare o pensare, secondo la potenza che gia opera in noi,
21. a lui la gloria nella Chiesa e in Cristo Gesù per tutte le generazioni, nei secoli dei secoli! Amen.

È evidente nella preghiera dell’Apostolo un’allusione all'Eucaristia, quando domanda che Gesù Cristo abiti nei cuori degli Efesini per mezzo della fede, e che perciò essi possano comprendere le dimensioni dell’amore di Gesù, e riempirsi dei doni di Dio. 

Se Gesù abita nei cuori per la fede, non c’è mistero più grande di fede quanto l’Eucaristia, ed è proprio così designato nelle parole della consacrazione del vino: mystherium fidei. 

Non c’è atto di fede più profondo, quanto il credere alla presenza reale di Gesù Cristo, e non è possibile avvicinarsi a Lui Sacramentato e riceverlo nel cuore senza una grandissima fede; Gesù Cristo ha istituito questo mirabile Sacramento sotto veli così fitti, che nascondono i miracoli e le dimensioni del suo amore, perché la nostra fede in Lui fosse stata grandissima, e tale da attrarlo in noi e viverne.

La Comunione con Gesù Sacramentato ci radica e ci fonda nella sua carità, poiché per Lui amiamo Dio, e in Lui siamo una sola famiglia. Radicati e fondati nella sua carità, noi possiamo comprendere e conoscere con tutti i santi, ossia con tutta la Chiesa cattolica, quale sia la larghezza, la lunghezza, l’altezza e la profondità del mistero eucaristico, e possiamo anche comprendere la carità di Cristo che sorpassa ogni conoscenza, ed essere così ripieni della pienezza di Dio, della sua grazia e del suo amore.

Le quattro dimensioni che san Paolo usa per far risaltare l’immensità del Mistero eucaristico, nel testo non hanno una specificazione, perché è sottintesa, e questo ci conferma che l’Apostolo allude al Mistero eucaristico, nel quale soltanto, come soggiunge subito dopo, si può comprendere la carità di Gesù Cristo. 

II Mistero eucaristico, pur non essendovi Gesù presente nelle sue dimensioni ma come sostanza, ha le dimensioni della carità di Gesù
è largo perché abbraccia tutte le anime e tutte le nazioni; 
è lungo perché si estende a tutti i secoli, sino alla fine del mondo; 
è alto, perché raggiunge anche i cieli, nei quali effonde una nuova e rinnovata luce di conoscenza ed una nuova fiamma di amore e di riparazione, essendo la rinnovazione del sacrificio del Golgota; 
è profondo perché raggiunge gli stessi abissi infernali, rinnovando la sconfitta di satana.

Questa mirabile espansione dell’Eucaristia ci dà un’idea della carità di Gesù Cristo che sorpassa ogni conoscenza, perché è impossibile alla creatura lo scrutare quell’ineffabile amore che glorifica il Padre per tutte le creature, e che le abbraccia nel suo Cuore tutte, come sole fulgente che tutto illumina e tutto vivifica con la sua luce e il suo calore. 

La grandiosità di questo mistero d’amore, che mostra la potenza divina di Gesù Cristo, fa erompere dal cuore dell’ Apostolo una dossologia, ossia una lode ardente al Signore, che è atto di fede e atto di amore; egli vuol far capire agli Efesini, e per essi a tutti i cristiani, che non debbono stupirsi di un mistero così grande, se riflettono alla potenza di Dio, e se pensano a quello che già opera in loro con la sua grazia.

A Colui che con la potenza che già in noi opera PUÒ FARE OGNI COSA CON SOVRABBONDANZA SUPERIORE A QUELLO CHE NOI DOMANDIAMO O PENSIAMO, a Lui gloria nella Chiesa e in Gesù Cristo per tutte le generazioni nei secoli dei secoli. Così sia. 
A Lui gloria nella Chiesa, vivificata dall’Eucaristia, e in Gesù Cristo, che vive in quel mistero di amore e vivifica le anime per tutte le generazioni  della terra, in tutti i secoli e nell'eternità.


Don Dolindo, Lettere di San Paolo Apostolo, Lettera agli Efesini pagg.1383-1387

sabato 8 giugno 2024

Perché nella Chiesa d'oggi c'è una doppia epidemia: quella dei cristiani all'acqua di rose e quella dei falsi veggenti e taumaturghi (Don Dolindo Ruotolo)



Perché oggi mancano miracoli, apostoli, profeti e maestri autentici e autorevoli

Mancano in noi i miracoli perché non vi crediamo più, almeno praticamente; 
mancano le profezie perché il nostro occhio è estremamente miope; 
manca la discrezione degli spiriti, perché la nostra stupida critica ci fa a priori svalutare tutto quello che è soprannaturale. 
Non abbiamo apostoli, perché l’apostasia e il naturalismo ci hanno resi indifferenti alla gioria di Dio e al bene delle anime; 
non abbiamo profeti, ossia uomini di straordinaria pietà o amore di Dio, perché si è raffreddata in noi la carità; 
non abbiamo veri maestri, come nei primi tempi della Chiesa, ma poveri e gelati raffazzonatori di pensieri umani ed oziosi, che infarciscono la mente di ricerche più o meno critiche e, più che illuminarla, la oscurano nei sublimi campi della fede. 
Non abbiamo forti organizzatori del bene o persone di vero e saldo governo, perché siamo disorientati dall’interesse materiale e dalla prudenza della carne.
 
 
Masolino da Panicale, Guarigione dello storpio e la Resurrezione di Tabita
Storie di San Pietro, 1424. Affresco.
Firenze, Santa Maria del Carmine, Cappella Brancacci.

 
Come potremmo guarire gli infermi, se pei malanni abbiamo fiducia più in un povero medico, magari ateo ed immorale, che nella grazia e nella misericordia di Dio? 
 
Sono dolorose verità queste, che non hanno bisogno di essere dimostrate, perché si toccano con mano da tutti nell'ambiente della nostra vita cristiana e civile. 
È vero, Dio non manca mai nella Chiesa, e lo Spirito Santo non cessa di formare in essa anche oggi i suoi santi e di arricchirli a volte dei suoi particolari doni; ma è un fatto innegabile che la nostra generazione, in ogni suo strato, preferisce una santità normale, che più si avvicini alla vita ordinaria; ed è tanto contraria alle manifestazioni straordinarie dello Spirito Santo, da perseguitare nelle più spietate maniere quelli che ne sono arricchiti, fino a considerarli come esseri pericolosi e stravaganti, fino a toglierli dal sacro ministero o a tenerli d'occhio come vigilati speciali, fino a colmarli di obbrobrio nella loro vita mortale, salvo poi fare ad essi dei monumenti di gloria dopo la loro morte, più per orgoglio che per glorificare in essi i doni di Dio, proprio come gli scribi e farisei elevavano monumenti a quelli che in vita avevano lapidato. 

La critica, causa della povertà dei doni soprannaturali

Anche nel riconoscere la santità, lunghi anni dopo la morte dei santi, e quando, si direbbe, la loro figura non dà più fastidio a questa stupida generazione, noi abbiamo delle riserve, e vediamo affrettate le cause dei santi che non hanno avuto doni straordinari nella loro vita, e ritardate se non addirittura bocciate quelle di coloro che ne sono stati ricchi.

Vediamo persino mutilate per il pubblico le vite di questi santi, di modo che la loro vera e completa storia rimane di dominio privato di poche persone, quasi potesse essere pericolosa. E così che noi abbiamo, per esempio, una vita di san Giovanni Bosco per il pubblico e una vita più completa per i suoi religiosi; una vita del beato Antonio Maria Claret per il comune dei fedeli, e una vita particolare per i suoi figli.

Quando fu beatificata santa Gemma Galgani, è un fatto storico, il promotore della fede mons. Traglia volle togliere ad ogni costo dalla circolazione la vita di lei, stampata già per la solenne circostanza, perché in qualche illustrazione si era dato rilievo a qualche fatto straordinario.

Siamo costretti ad accennare a questi fatti non per voler osare di fare appunti a chi sta a capo della Chiesa, ma per mostrare in quale abisso siamo caduti, e come è difficile, per non dire impossibile, che in questo ambiente di gelo, di diffidenza e di miscredenza lo Spirito Santo possa effondersi nelle anime con i suoi doni particolari.

Questo atteggiamento di criticismo e naturalismo dolorosamente lo abbiamo un po' tutti, ed è questa la ragione per la quale la santità prospera così poco nelle anime.

Non vogliamo dire che la santità consista in questi doni gratis dati ma vogliamo dire che l’animo, col suo atteggiamento di critica, pone ostacolo alle effusioni della grazie, di qualunque natura esse siano, e rimane tutta nel suo naturalismo, immeschinendosi nelle cose terrene.

Il meditare fa un gran bene all'anima, ma il cavillare la essicca miseramente. Quando essa cavilla e vuole ragionare su tutto a modo suo, non sente più ragioni, non si lascia dirigere, crede infallibile il proprio giudizio e si smarrisce miseramente nei suoi pensieri. 
Se umilmente crede, spera ed ama, vola nelle altezze celesti; se invece vuol ragionare, diventa pessimista, e il suo cuore è totalmente incapace di amare, perché è abbandonato alle proprie forze.

La fede è per essa un’ala potente, la ragione cavillosa è appena un contorcimento da rettile, che a mala pena rende possibile un povero spostamento sulla medesima terra. 

Questa una grande verità che dobbiamo scolpirci bene nell’anima se vogliamo veramente fare progresso nella via di Dio. Lo spirito moderno tenta di farci adulti, e questa supposta maturità non ci giova, perché sta scritto che se non ci facciamo come fanciulli non entriamo nel regno dei Cieli.

Noi ci perdiamo miseramente appresso a quisquilie filologiche, per esempio, nell’interpretare le Sacre Scritture, e non prestiamo a Dio l’orecchio per ascoltare la sua Parola. Ci fermiamo su tante questioni accidentali che a nulla giovano e che acuiscono il nostro spirito critico, invece di raccoglierci con profonda umiltà innanzi a Dio, affinché Egli ci parli. Troviamo da ridire su tutto, e siamo come quelli ricercati nei pranzi, che non gustano nulla, e sono la disperazione di quelli che loro preparano da mangiare.

Il proprio giudizio, falsa pista dello spirito 

Non c'è per noi un nemico più pericoloso nelle vie dello spirito, quanto il nostro giudizio; e questo è una falsa pista per l’anima che vuol seguire il Signore, poiché il fondamento di questa via è tutto nelle parole di Gesù: Rinneghi se stesso. Il proprio giudizio è in perfetta antitesi col rinnegamento di sé. 
 
L'opposizione alla Parola di Dio comincia contro questo o quell’amico, dottore o superiore, e sembra semplicemente una discrepanza di pareri. Dagli uomini, l'opposizione passa molto facilmente verso il Signore, e l’anima comincia a non persuadersi o a non vedere più la verità di certe massime. 
Essa tenta un’interpretazione tutta personale e soggettiva delle parole di Dio, e così cade nel lassismo; trova giuste le massime del mondo, e a poco a poco diventa laicista se non addirittura miscredente. 
È così che noi abbiamo tante anime bisognose di aiuto, che viceversa non lo domandano, perché si credono in perfetto ordine, e continuano nella loro vuota esistenza. 
 
Tra i cristiani di Corinto c’era l'emulazione dei doni dello Spirito Santo, e san Paolo giustamente la riprova, perché era suggerita dal desiderio di gloria terrena, o era causa di dissensioni e di mancanze di carità. 
Tra i tanti cristiani moderni, dolorosamente c’è l’emulazione dello spirito del mondo, e tra tanti altri il desiderio di cose straordinarie a scapito dell’esercizio della virtù, e soprattutto dell’umiltà.

E così che abbiamo una doppia epidemia, quella dei cristiani all’acqua di rose, e quella dei falsi profeti o taumaturghi, che non raramente infesta la Chiesa, a scapito dei veri doni dello Spirito Santo.


Don Dolindo Ruotolo
Commento alla Seconda Lettera ai Corinzi
Lettere di san Paolo apostolo
Pag.747 - 752

 

martedì 24 ottobre 2023

Perché la Chiesa Cattolica ha cambiato la sua liturgia? Perché si vuole avvicinare ai Protestanti anziché agli Ortodossi?

Dove cercare il vero ecumenismo?”
Una riflessione sulle riforme liturgiche della Chiesa cattolica romana in una prospettiva ecumenica

Pubblicato su New Liturgical Movement
 

di Alessandro Adomenas, Maestro di Teologia, ortodosso

«Che tutti siano una cosa sola» (Gv 17,21): queste parole del nostro divino Maestro risuonano con dolore nel cuore dei cristiani da molti secoli. Sfortunatamente, non abbiamo adempiuto al comandamento di nostro Signore e siamo stati divisi. Il XX secolo ha mostrato che è giunto il momento, secondo la parola dell'Ecclesiaste, di «raccogliere le pietre» (3,5), le pietre che noi cristiani abbiamo sparse per venti secoli. Il santo Papa Gregorio Magno (che in Oriente porta il nome Dialogos ) spiega così queste parole: «Quanto più si avvicina la fine del mondo, tanto più è necessario che si raccolgano pietre vive per l'edificio celeste, finché l'edificio della nostra Gerusalemme raggiunge la sua misura”. Per san Gregorio “raccogliere pietre” significa riunire il popolo nell’unica Chiesa di Cristo.

Sappiamo però bene che si possono “raccogliere pietre” in diversi modi e, cercando di raccogliere tutto, ci si può sovraccaricare del loro peso e perdere anche quello che si è raccolto. Questo articolo in forma di riflessione è un modesto tentativo da parte di un teologo ortodosso di pensare a quale percorso si possa scegliere per questa “raccolta di pietre”.

La storia dei rapporti tra cattolicesimo e ortodossia, purtroppo, è molto triste. Accuse reciproche, divergenze a volte su questioni insignificanti: tutto ciò è successo. Non darò una valutazione teologica di questi disaccordi e controversie secolari. Lasciatemi solo dire che ciò che ci unisce è molto più di ciò che ci divide. Ed è proprio adesso il momento in cui, di fronte alla sempre crescente secolarizzazione dell’umanità e alle sfide che il mondo moderno pone ai credenti, dobbiamo trovare un terreno comune affinché tutti sappiano che siamo discepoli di Cristo-Amore incarnato (cfr. Giovanni 13, 35).


Negli ultimi cento anni, questo tentativo di conciliare ortodossia e cattolicesimo ha ricevuto il nome di “movimento ecumenico”. Sono stati proposti molti modelli di dialogo all'interno di questo movimento, ma purtroppo tutti sono arrivati ​​o stanno arrivando a un vicolo cieco. Il problema, a mio avviso, è l’approccio sbagliato al problema in quanto tale. O meglio, non esiste un nucleo attorno al quale costruire un dialogo. E mi sembra che qui la soluzione ideale sia fare appello a un patrimonio comune: la storia viva della Chiesa nello Spirito Santo.

Sia il cattolicesimo che l'ortodossia hanno una radice comune: l'insegnamento di Cristo e degli Apostoli. Abbiamo conservato l'immagine della Chiesa stabilita dagli Apostoli e dai loro successori: la successione apostolica nel sacerdozio, la struttura gerarchica della Chiesa, i santi sacramenti, il nostro modo di vita ecclesiale. Questo è esattamente ciò che può e deve unirci; non per niente ci riconosciamo quasi tutti i sacramenti dell'altro,  compreso il sacramento del sacerdozio, che parla anche del riconoscimento della gerarchia dell'altro.

Pertanto, il modo di “raccogliere le pietre” può e deve essere il nostro collegamento con quella che, sia nella Chiesa ortodossa che in quella cattolica, viene chiamata Sacra Tradizione. L'eredità secolare, l'eredità della Chiesa, è realmente ciò che ci unisce e rende possibile realizzare l'unità. Il Concilio Vaticano II ha sottolineato: «L'ufficio dell'insegnamento non è al di sopra della parola di Dio, ma è al servizio di essa, insegnando solo ciò che è stato trasmesso... È chiaro quindi che la sacra tradizione, la Sacra Scrittura e il magistero della Chiesa , secondo il sapiente disegno di Dio, sono così legati e congiunti tra loro che l'uno non può stare senza gli altri”.
Tuttavia, la mia pluriennale conoscenza del cattolicesimo, della situazione attuale della Chiesa cattolica, suggerisce che, purtroppo, il cattolicesimo dei nostri giorni non vuole scegliere la via del seguire la Sacra Tradizione . Non intendo dire che la Chiesa cattolica lo faccia deliberatamente. Affatto. Ma con molte delle sue azioni allontana davvero una possibile unità con le Chiese ortodosse. Per qualche motivo, per la Chiesa cattolica è più importante il dialogo con le varie denominazioni protestanti, anche se queste si oppongono deliberatamente alle Chiese storiche che hanno conservato la Sacra Tradizione. Non voglio in alcun modo offendere i protestanti, ma sia gli insegnamenti ortodossi che quelli cattolici dicono che l'Ortodossia e il cattolicesimo sono molto più vicini tra loro di quanto non lo siano al protestantesimo. Bisogna inoltre constatare che la maggior parte delle denominazioni protestanti si oppongono consapevolmente alle chiese storiche con successione apostolica; dicono che la loro teologia è diversa dalla nostra in tutto, e la nostra adesione alla Sacra Tradizione diventa spesso oggetto almeno di un sorriso condiscendente, se non di derisione e disprezzo da parte dei protestanti.

Da questa premessa, il tentativo di unire ortodossi e cattolici sembrerebbe essere stata la via ideale da seguire. Eppure il cattolicesimo, mi sembra, è andato nella direzione opposta. E questo è visibile in ogni cosa. Tuttavia, per spiegare il mio pensiero, vorrei considerare diversi aspetti. E tra questi il ​​principale è l'aspetto liturgico.

La sacra Liturgia, culto divino, è il fondamento della Chiesa. Senza culto, senza Eucaristia, la Chiesa non può esistere. Nel corso della storia, infatti, la Chiesa si è raccolta attorno al sacrificio eucaristico. Naturalmente tutte le Chiese storiche con successione apostolica hanno creato attorno all'Eucaristia i propri riti liturgici, alla cui compilazione la Chiesa ha lavorato per molti secoli attraverso i suoi membri, accogliendone organicamente le novità sane e scartando ciò che è estraneo. La liturgia è l'apparizione, la manifestazione della Chiesa, la sua incarnazione visibile nel mondo.
Qualsiasi cambiamento forzato e inorganico può portare a sconvolgimenti molto grandi. La Chiesa ortodossa russa ne ha avuto una tragica esperienza. Nel XVII secolo, il Patriarca ortodosso russo Nikon decise di rompere la tradizione liturgica russa sviluppatasi in oltre 500 anni, imponendo con la forza quella greca, simile ma formatasi in un contesto storico diverso. Le autorità statali ed ecclesiastiche di quei tempi attuarono queste riforme con la forza, arrestando e uccidendo tutti coloro che non erano d'accordo. Ciò portò un terzo della Chiesa russa allo scisma, uno scisma che fino ad oggi non è stato ancora sanato. Inoltre, poiché a quel tempo c’erano pochi vescovi nella Chiesa russa – solo uno non era d’accordo con la riforma e alla fine si separò – i vecchi credenti furono emarginati e alcuni di loro persero il sacerdozio e i sacramenti.

L'amara esperienza della Chiesa ortodossa russa è stata sconosciuta o ignorata dalla Chiesa cattolica nel XX secolo. Per qualche ragione, le autorità della Chiesa cattolica del nostro tempo hanno deciso di cambiare la liturgia. Non c'è niente di sbagliato nell'apportare alcune modifiche a un rito. Coloro che hanno più o meno familiarità con i principi della liturgia comparata di Anton Baumstark  sanno che i cambiamenti in qualsiasi rito sono la norma della vita della Chiesa. Ma il cambiamento rituale funziona bene solo quando, in primo luogo, è necessario, cioè quando questi cambiamenti sono chiamati a illuminare più pienamente l’uno o l’altro aspetto della vita della Chiesa, e in secondo luogo, e soprattutto, quando ciò avviene all’interno della Chiesa. quadro dell’insegnamento della Chiesa e del rito liturgico vigente vigente.
L’obiettivo delle riforme liturgiche degli anni Sessanta era alto: ravvivare la partecipazione del popolo di Dio alla Santa Eucaristia. Lo scopo è buono e, in effetti, necessario. Eppure, invece di attirare il popolo di Dio a una partecipazione più viva e attiva all'Eucaristia – attraverso il canto comune, le risposte alle esclamazioni del sacerdote, anche modificando leggermente e organicamente l'ordine della Santa Messa – l'autorità ecclesiastica della Chiesa cattolica decise di cambiare radicalmente sia l'ordine della messa che il rito latino. Ciò, nonostante le stesse decisioni del Concilio Vaticano II indichino che i cambiamenti devono essere molto equilibrati e ponderati: «Che la sana tradizione possa essere conservata, e tuttavia rimanga aperta la via ad un legittimo progresso, occorre sempre un'attenta indagine essere inserito in ogni parte della liturgia da rivedere. Questa indagine dovrebbe essere teologica, storica e pastorale… Non ci devono essere innovazioni se il bene della Chiesa non le richiede autenticamente e certamente; e bisogna fare attenzione che eventuali nuove forme adottate crescano in qualche modo organicamente da forme già esistenti.

Questa è la norma della Costituzione conciliare Sacrosanctum Conciliumstato eseguito correttamente? I fatti stessi dicono il contrario. Prendiamo ad esempio l'Offertorio (una parte dell'Ordine della Messa durante la quale si portano all'altare il pane e il vino con le preghiere in vista della consacrazione). È stato completamente riformato. Non riesco ancora a immaginare il motivo per cui si è dovuto farlo. Guardando il nuovo rito dell'Offertorio, non è affatto chiaro che tipo di “ricerca teologica, storica e pastorale” sia stata effettuata su indicazione diretta del Concilio per introdurre quel cambiamento. Perché non rivolgersi agli antichi messali romani, dove si trovano varie forme antiche praticate nel rito latino? Perché comporre nuove preghiere, ovviamente prese in prestito dall'ebraico Berakhot ? Per mostrare la connessione tra l'Antico e il Nuovo Testamento? Sono sicuro che ogni sacerdote che celebra la liturgia conosce questo collegamento. Per far rivivere gli elementi del culto ebraico? Fatta eccezione per gli elementi apportati nelle prime generazioni dopo gli apostoli, la Chiesa mai nella sua storia ha avuto una tale tendenza giudaizzante. Riconoscere l’importanza dell’ebraismo e cominciare a onorare gli ebrei come loro “fratelli maggiori”? Temo che il 99,9% degli ebrei non abbia idea che ci sia questo elemento nella Messa cattolica. Vale a dire, semplicemente non vediamo alcuna base pastorale, teologica o storica per questo cambiamento nel rito dell'Offertorio; né è emerso organicamente da qualcosa già presente; né era veramente e certamente necessario.
Inoltre, la preghiera centrale della Messa è il Canone eucaristico. Nel rito bizantino vengono usati come standard due canoni eucaristici: quello di San Basilio Magno e quello di San Giovanni Crisostomo. Questi Canoni Eucaristici sono utilizzati dalla Chiesa da oltre 1.500 anni. L'Occidente aveva il Canone Romano, di simile antichità e centralità. Ai nostri giorni la Chiesa cattolica ha intrapreso una strada completamente diversa: la strada della composizione di nuovi testi per il Canone eucaristico. Allo stesso tempo, i sostenitori del Nuovo Rito sottolineano che le nuove Preghiere eucaristiche sono state scritte sulla base di antichi testi orientali. Ma chiunque sia più o meno versato nella scienza liturgica vedrà che questa somiglianza è in realtà molto lontana e che le nuove Preghiere eucaristiche del Rito Romano sono testi nuovi, non santificati né dall'uso della tradizione  da dall’insegnamento della Chiesa, e talvolta sembrano addirittura andare contro di esso. Perché è stato fatto questo? Rimango in silenzio sul Lezionario e sul calendario liturgico completamente ridisegnati e sul mutato sistema dell'Ufficio Divino e del Proprio, testi in una certa misura scritti da Santi e santificati dal tempo, ma che cessano di risuonare durante la liturgia cattolica. Semplicemente non trovarono posto nel Nuovo Rito.

Perché è stato fatto? Perché la riforma è stata così radicale? La risposta la troveremo se guardiamo agli autori della riforma e a cosa li ha ispirati. Nell'attuare la riforma dei libri liturgici, la Commissione si è apertamente basata sull'esperienza del culto protestante, ispirandosi alla teologia protestante dell'Eucaristia (Ultima Cena, pasto, comunità…) per introdurre i cambiamenti. La Chiesa cattolica con ciò ha deliberatamente rifiutato la propria esperienza, la propria eredità, ha rifiutato l'esperienza delle Chiese orientali in cui era conservata una comprensione viva dell'Eucaristia come liturgia del Corpo e del Sangue del Salvatore, e ha invece seguito la via teologica protestante, i cui seguaci non solo non credono nella vera e reale presenza eucaristica del Corpo e del Sangue di Cristo, ma hanno addirittura creato propri riti di culto in opposizione alla Messa cattolica. Spesso questo cambiamento è spiegato dall'idea di ecumenismo, dicendo : «Ecco, la nostra liturgia è diventata più simile a quella dei protestanti e ora siamo più vicini a loro». È davvero così? I protestanti credono che i cattolici siano diventati più vicini a loro a causa del simile approccio esteriore alla liturgia? Difficilmente. Grazie a Dio, nonostante la forma esteriore carente, l'essenza dell'Eucaristia come presenza reale del Corpo e del Sangue di Gesù Cristo nel sacramento è rimasta salda nella dottrina ufficiale della Chiesa cattolica. Per un protestante, la celebrazione eucaristica è solo un memoriale dell'Ultima Cena, a differenza delle Chiese orientali, dove c'è sempre stata la convinzione che partecipiamo realmente al Corpo e al Sangue di Cristo. Ogni sacerdote e fedele ortodosso dice prima della Santa Comunione: "Credo che ciò che è nel Calice è il tuo vero Sangue".  E i protestanti comprendono questa differenza, per cui la riforma liturgica della Chiesa cattolica non ha portato alcun reale riavvicinamento. I cattolici cioè non hanno guadagnato nulla, ma hanno perso molto.

Non solo le autorità della Chiesa Cattolica hanno creato un nuovo rito della Messa, ma hanno immediatamente e incredibilmente vietato l'uso del vecchio Rito consacrato dal tempo. Gli ultimi cinquant'anni, infatti, sono stati una lotta di persone che vogliono utilizzare l'antico rito, che ha origini anteriori ai tempi di San Gregorio Magno, e che da allora è stato vissuto e sperimentato da quasi tutti i Santi d'Occidente. È stata una lotta per ottenere il diritto di essere fedeli a questo rito dei Santi. Cinquant'anni di umiliazioni, derisioni e tentativi di restare in qualche modo a galla. L'attuale pontificato ha sostanzialmente affermato che l'Antico Rito non ha diritto di esistere, e il fatto che ora se ne consenta l'uso non è che una misura temporanea. In che modo, concettualmente, le autorità della Chiesa cattolica dei nostri giorni sono diverse da quelle che hanno costretto l'emarginazione degli antichi credenti in Russia?
Le attuali autorità della Chiesa cattolica affermano che i cattolici hanno una sola Messa, un solo rito. Stanno cercando addirittura di pervertire e “diversificare” questo rito per compiacere l’epoca attuale. Spesso si vede che molti sacerdoti nella Chiesa cattolica celebrano il nuovo rito della Messa ad libitum , inserendo di propria iniziativa modifiche e integrazioni, facendo appello a presunte finalità pastorali; possono cambiare la Messa in un modo o nell'altro, per non parlare della liturgia del Cammino Neocatecumenale e del Movimento Carismatico, o delle inculturazioni proposte.

Che cosa abbiamo, tutto sommato? Liturgicamente il cattolicesimo è andato fuori strada. È andato incontro ai protestanti, tendendo loro le braccia, e i protestanti si sono allontanati e sono andati oltre, verso il sacerdozio femminile e, in generale, diluendo l’idea stessa di cristianesimo. E il cattolicesimo rimase con le braccia vuote tese. Non si è avvicinato ai protestanti (anche se fin dall’inizio avrebbe dovuto essere chiaro che questo approccio non era realistico). Allo stesso tempo, il cattolicesimo si è allontanato dall'Oriente, che fa affidamento sulla Tradizione; anzi, si è arrivati ​​a tal punto che, ai nostri giorni, la linea rossa tra protestantesimo e cattolicesimo è diluita nella mente degli ortodossi, sia teologi che credenti comuni.

Naturalmente non chiedo alcuna azione specifica; sarebbe troppo presuntuoso. Ho semplicemente voluto condividere il dolore che prova un credente ortodosso, la cui fede si fonda sulla Sacra Tradizione, guardando la Chiesa cattolica oggi. Eppure voglio credere che Cristo, che desidera l'unità dei suoi discepoli, riporterà in comunione le Chiese storiche dell'Oriente e dell'Occidente con successione apostolica, le unirà con l'amore che avevano i Santi che crearono questo tesoro di fede e la liturgia: la vita eterna e imperitura della Chiesa, fondata sulla Sacra Tradizione nello Spirito Santo. 


lunedì 16 ottobre 2023

La Nuova Dottrina Sociale della Chiesa va d'accordo con il mondo?

 

Il Dizionario vaticano di Dottrina sociale della Chiesa

Dal sito dell'Osservatorio Internazionale Cardinale Van Thuân sulla Dottrina Sociale della Chiesa  (*) riprendiamo questo articolo del prof. Stefano Fontana.

Per il Vaticano la Dottrina Sociale della Chiesa inizia con Francesco e va d’accordo col mondo
di Stefano Fontana 


Vatican News, l’agenzia di stampa del Vaticano, ha iniziato da tempo a pubblicare interventi tematici sulla Dottrina sociale della Chiesa. La rubrica, che continuamente viene aggiornata, si chiama “Dizionario di Dottrina sociale della Chiesa”.  Esperti dei vari settori tematici trattano in breve, come si conviene alla comunicazione digitale, le varie Voci. L’iniziativa si presta a qualche considerazione critica. Ma prima può essere utile ricordare qualcosa del recente passato.

Negli anni Novanta del secolo scorso, la questione di un Dizionario della Dottrina sociale della Chiesa era oggetto di ampio dibattito tra gli addetti ai lavori. La posta in gioco era la natura disciplinare della Dottrina sociale della Chiesa.

Il magistero diceva contemporaneamente che essa fa parte della teologia morale e che è da considerarsi una “categoria a sé”. Chi appoggiava il rilancio della Dottrina sociale della Chiesa impostato da Giovanni Paolo II puntava a valorizzarla come un sapere a se stante, pur con l’impronta della teologia morale. 

Costoro chiedevano quindi l’istituzione di percorsi accademici specifici fino alla licenza in Dottrina sociale della Chiesa, proponevano una associazione dei cultori di questa materia distinta da quella dei moralisti e, appunto, spingevano per la redazione di un Dizionario di Dottrina sociale della Chiesa, coprendo così un ritardo rispetto a famosi Dizionari da tempo pubblicati nelle altre branche della teologia. 

In questo contesto nacque il Dizionario dell’Università Cattolica di Milano, uscito nel 2004 dopo una lunga gestazione, e quello a cura di Crepaldi e Colom edito dalla LAS, con il patrocinio del Pontificio Consiglio della Giustizia e della Pace. 

Nel 2004 fu anche pubblicato il Compendio della Dottrina sociale della Chiesa, ma questa è un’altra storia. 

Va da sé che quanti contestavano che la Dottrina sociale della Chiesa fosse un vero e proprio sapere o che addirittura la consideravano ideologica, puntavano a non distinguerla dalla teologia morale, della quale esistevano già Dizionari, punto e basta. Era un capitolo della eterna lotta tra due visioni teologiche contrapposte.

Con questa premessa, arriviamo ora al nuovo Dizionario on-line del Vaticano. 

Dagli anni Novanta i tempi sono alquanto cambiati e questo Dizionario lo testimonia molto bene. Esso si configura in base a due aspetti. Il primo è che fa sembrare che la Dottrina sociale della Chiesa sia nata con Francesco. Rarissime le citazioni del magistero precedente. Questa caratteristica corrisponde alla consapevolezza diffusa che con Francesco si è imposto un nuovo paradigma che riguarda anche la Dottrina sociale della Chiesa. 

Ed in effetti è così, solo che tale nuovo paradigma, a parere di chi scrive, non è in continuità con il precedente e questo viene confermato proprio da questo Dizionario on-line che non tiene conto della tradizione della Dottrina sociale della Chiesa e considera la data di elezione di Francesco al pontificato come un nuovo inizio, se non una nuova Pentecoste.

Il secondo aspetto è l’allineamento alle prevalenti tesi mondane sulle problematiche sociali attuali. Un simile atteggiamento era prevedibile, data l’idea che tutto inizia con Francesco e dato che il magistero sociale di Francesco è pure esso allineato con le tesi mondane prevalenti.

Nella voce “Moneta digitale” non si accenna ai grandi pericoli di controllo dei comportamenti dei cittadini e di possibili ricatti di una economia basata su una moneta totalmente artificiale. 

Nella voce “Rischio ambientale” si dice che finalmente la Laudato si’ pone il problema nel modo più completo e, per dire questo, si parte dalla esperienza del biennio Covid, tema ripreso in molte voci e sempre secondo la versione ufficiale diffusa dal potere. 

Nella voce “Fake News” non si dice che a diffonderle sono prima di tutto le istituzioni, ma esattamente il contrario: un tempo erano le istituzioni ora sarebbero i cittadini stessi. 

Nella voce “Tributi ambientali” si sostiene l’idea che la tutela dell’ambiente meriti aumenti fiscali con piena adesione a questa “transizione” che pure fa prevedere nuove povertà indotte. 

Nella voce “Cittadinanza sostenibile”, con ampie citazioni dalla solita Laudato si’, si parla di sostenibilità ambientale secondo la corrente di pensiero oggi prevalente e non si accenna alla sostenibilità “umana” in relazione a famiglia e procreazione. 

La voce “Migrazioni internazionali” espone le note idee di Francesco su una accoglienza strutturata e un cambiamento del sistema internazionale per poterla permettere. 

Nel Dizionario on-line del Vaticano non manca nemmeno la voce “Il discorso d’odio”, declinato anche questo in modo politicamente molto corretto, ossia per impedire che chiunque dica una qualsiasi verità su omosessualità e transessualità possa essere accusato di Hate Speech

I Dizionari degli anni Novanta non hanno prodotto granché, erano comunque un segno di un interesse per la Dottrina sociale della Chiesa nella sua complessità, compresa la sua tradizione, e alimentavano la prospettiva che essa potesse incidere per cambiare qualcosa nella società. 

Questo nuovo Dizionario è invece disancorato dalla tradizione e tutto incentrato su una attualità interessata e manipolata. Sbandiera proposte di cambiamento, ma sono le stesse volute da chi guida la vaporiera.

Stefano Fontana

 

(*) L’Osservatorio organizza le proprie attività con il fine di valorizzare, studiare, diffondere e incarnare la Dottrina sociale della Chiesa cattolica, nella fedeltà alla tradizione e con la spiritualità della speranza secondo gli insegnamenti del venerabile Cardinale Van Thuân.


La Chiesa delle origini era la Chiesa Cattolica - La Presenza Reale


Ora, mentre mangiavano, Gesù prese il pane, recitò la benedizione, lo spezzò e, mentre lo dava ai discepoli, disse: "Prendete, mangiate: questo è il mio corpo". Poi prese il calice, rese grazie e lo diede loro, dicendo: "Bevetene tutti, perché questo è il mio sangue dell'alleanza, che è versato per molti per il perdono dei peccati.(Matteo 26,26-28)

Quanto letteralmente dovremmo prendere le parole di Gesù? Vuole davvero dire che il pane e il vino sono diventati il ​​suo corpo e il suo sangue? Vuol dire effettivamente che la sua carne “è vero cibo”? Ci sono molte ragioni all’interno degli stessi testi biblici per concludere che la risposta a queste domande è

Ma per ora, voglio sottolineare un punto più semplice: che questa interpretazione letterale sia vera o falsa, è così che i primi cristiani interpretarono le parole di Gesù. 

Lo studioso protestante di storia della Chiesa J.N.D. Kelly riassume quello che potremmo chiamare il “quadro generale” della prima fede cristiana: “l’insegnamento eucaristico, va capito fin dall’inizio, era in generale indiscutibilmente realista, vale a dire, il pane e il vino consacrati erano considerati, e venivano trattati e designati come corpo e sangue del Salvatore».

Troviamo questa visione letterale presente fin dall'inizio. Per avere un’idea di ciò di cui Kelly sta parlando, diamo un’occhiata ad alcuni esempi specifici. Mentre leggiamo questi primi testimoni (che siamo d'accordo o meno con loro), notiamo alcune cose: quanto è ben sviluppata la loro teologia eucaristica, quanto sembra essere accettata universalmente questa teologia e quanto è centrale questa teologia eucaristica per la loro fede e per la Chiesa del loro tempo.



Cominciamo intorno al 107 d.C.: sant’Ignazio di Antiochia è sulla via del martirio e scrive una serie di numerose lettere alle chiese dell’Asia Minore. In molte di queste mette in guardia contro alcuni eretici che negavano l'Incarnazione. In termini tecnici, erano docetisti, nel senso che insegnavano che Gesù era apparso solo in forma umana. Il docetismo è spesso legato all’eresia dello gnosticismo: poiché gli gnostici consideravano la carne un male, erano disgustati dall’idea che “il Verbo si fece carne e venne ad abitare in mezzo a noi” (Giovanni 1:14). Come si può immaginare, la negazione dell’Incarnazione implicava anche il rifiuto della Presenza Reale di Cristo nell’Eucaristia. L’Eucaristia non potrebbe essere il corpo e il sangue di Cristo se, in primo luogo, non avesse realmente corpo e sangue. 

Allora cosa ha da dire Ignazio a riguardo? Secondo gli apologeti protestanti come Luke Wayne del Ministero dell’Apologetica e della Ricerca Cristiana (CARM), non molto. 

Scrive infatti: "Il problema non è ciò che credono questi falsi maestri riguardo alla natura fisica del pane e del vino durante la Comunione. È ciò che credono riguardo alla natura di Gesù stesso e alla sua passione e risurrezione.(...) Non dovete evitare questi insegnanti perché potrebbero fuorviarvi riguardo alla natura del pane e del calice. Dovete evitarli perché negano ciò che insegnano le Scritture sulla sofferenza, morte e risurrezione di Cristo". 

A prima vista, l’obiezione di Wayne è perfettamente sensata (in particolare per i protestanti che non hanno mai letto Ignazio).
Se Ignazio fosse stato un protestante, la sua risposta al docetismo si sarebbe certamente concentrata solo sulle implicazioni sulla “sofferenza, morte e risurrezione di Cristo”, poiché non sarebbe particolarmente importante ciò che i docetisti credevano sulla natura del “pane e vino durante la Comunione”.
In effetti, secondo Wayne, Ignazio avrebbe potuto anche essere d’accordo con i docetisti su questo punto: mentre l’Incarnazione non era simbolica, l’Eucaristia lo è.

Ma c’è un problema con questa visione. Ignazio dice il contrario di quasi tutto ciò che dice Wayne.
Wayne sta esaminando i capitoli sei e sette della lettera di Ignazio ai fedeli di Smirne. Nel capitolo sei, Ignazio sostiene che i docetisti non possono essere salvati dal sangue di Cristo mentre rifiutano la carne e il sangue dell'Incarnazione. Ma poi, nel capitolo sette, si dedica all'Eucaristia.
E cosa ha da dire qui Ignazio riguardo al docetismo? Ecco il capitolo sette nella sua forma completa e genuina: 

"(Gli eretici docetisti) si astengono dall'Eucaristia e dalla preghiera, perché non confessano che l'Eucaristia è la carne del nostro Salvatore Gesù Cristo, che ha sofferto per i nostri peccati e che il Padre, per la sua bontà, ha risuscitato.
Coloro dunque che parlano contro questo dono di Dio, incorrono nella morte nel mezzo alle loro dispute. E invece sarebbe stato meglio per loro trattarlo con rispetto, affinché anche loro potessero risorgere.
È opportuno dunque che vi teniate lontano da tali persone e non ne parliate né in privato né in pubblico, ma prestiate attenzione ai profeti e soprattutto al Vangelo, nel quale è stata raccontata e rivelata a noi la Passione e la Risurrezione è stata pienamente provata. Ma evitate ogni divisione, quale inizio di ogni male
".

La questione per Ignazio (o meglio, una delle questioni) è proprio «ciò che credono questi falsi insegnanti sulla natura fisica del pane e del vino durante la Comunione».
La sua argomentazione funziona così: 

  1. Poiché i docetisti negano l'Incarnazione, negano la presenza reale di Cristo nell'Eucaristia (“non confessano che l'Eucaristia è la carne del nostro Salvatore Gesù Cristo”). 
  2. Poiché “parlano contro questo dono di Dio, che è l'Eucaristia, “incorrono nella morte”, cioè nella dannazione.
  3. Sarebbe meglio, spiritualmente, per loro riconoscere la verità sull'Eucaristia, così da poter “risorgere” nella risurrezione corporea.
  4. Dal momento che i docetisti negano la Comunione, non possiamo essere affatto in comunione con loro, quindi evitateli sia pubblicamente che privatamente.
  5. Infine, dobbiamo crescere nella nostra fedeltà alla verità del Vangelo e all'unità dei cristiani (le due cose che i docetisti minano).

Le argomentazioni di Ignazio hanno senso solo se sia lui che i suoi lettori comprendono letteralmente l'insegnamento di Gesù sull'Eucaristia, compreso il suo avvertimento e la sua promessa in Giovanni 6:53–54, che collega l'Eucaristia alla risurrezione corporea:

In verità, in verità vi dico , se non mangiate la carne del Figlio dell'uomo e non bevete il suo sangue, non avrete la vita in voi; chi mangia la mia carne e beve il mio sangue ha la vita eterna e io lo risusciterò nell’Ultimo Giorno”.
Suggerire che Ignazio o non sia concentrato sull’Eucaristia (quando le ha dedicato un capitolo specifico) o non creda che sia davvero la carne di Gesù, non è credibile.
Questo non è l'unico punto in cui Ignazio esprime la sua fede nella presenza reale di Cristo nell'Eucaristia, ma è particolarmente rivelatore. 

Ignazio ha ben chiaro che la comunione della Chiesa scaturisce dalla comunione sacramentale.
Nelle parole di Paolo, “poiché c'è un solo pane, noi, pur essendo molti, siamo un solo corpo, poiché tutti partecipiamo dell'unico pane” (1 Corinzi 10:17).
Al contrario, la persona che rifiuta la Presenza Reale rifiuta il fondamento della Chiesa. Ecco perché Ignazio dice che è “opportuno” interrompere i contatti personali con loro: rompono la comunione negando la Comunione.

Ignazio e i cristiani dell’Asia Minore erano gli unici ad avere questa visione dell’Eucaristia? Non lo erano.



San Giustino Martire, scrivendo a Roma intorno all'anno 160, include una descrizione della liturgia del II secolo. Egli spiega che «nel giorno detto domenica tutti gli abitanti delle città o della campagna si riuniscono nello stesso luogo e si leggono le memorie degli apostoli o gli scritti dei profeti, finché il tempo lo permette». Dopo le letture segue l'omelia, nella quale chi presiede «istruisce verbalmente ed esorta all'imitazione di questi beni».
Poi vengono le preghiere dei fedeli («tutti insieme ci alziamo e preghiamo»), seguite da quelle che oggi chiamiamo la Liturgia eucaristica, compreso il segno della pace, presentazione dei doni, preghiere eucaristiche e distribuzione della Comunione: 

«Terminate le preghiere, ci salutiamo con un bacio.
Poi viene portato al presidente dei fratelli del pane e una coppa di vino mescolato con acqua; ed egli, prendendole, rende lode e gloria al Padre dell'universo, nel nome del Figlio e dello Spirito Santo, e ringrazia molto a lungo per essere stati ritenuti degni di ricevere queste cose dalle sue mani.
E quando ha concluso le preghiere e i ringraziamenti, tutti i presenti esprimono il loro assenso dicendo Amen. Questa parola Amen risponde nella lingua ebraica a genoito [così sia].
E dopo che il presidente ha reso grazie, e tutto il popolo ha espresso il suo assenso, coloro che sono chiamati da noi diaconi danno a ciascuno dei presenti il ​​pane e il vino mescolato con acqua su cui è stato pronunciato il ringraziamento, e a chi è assente ne viene portata una porzione
».
I riferimenti ai “ringraziamenti” (eucaristia), al “ringraziamento” di chi presiede (eucharistēsantos), e simili, sono più ovviamente eucaristici nell’originale greco di Giustino. Ad esempio, la frase tradotta come “il pane e il vino mescolati con acqua su cui è stato pronunciato il ringraziamento” può anche essere resa “il pane e il vino e l’acqua eucaristici”.
Tutto questo è spiegato chiaramente (anche in italiano) nel capitolo successivo, in cui Giustino dice che «questo cibo è chiamato tra noi “Eucaristia” [Eucaristia]” e spiega: 
«Infatti non li riceviamo come pane comune e bevanda comune; ma come Gesù Cristo, nostro Salvatore, essendosi fatto carne mediante la Parola di Dio, ebbe carne e sangue per la nostra salvezza, così ci è stato insegnato che il cibo che è benedetto dalla preghiera della sua parola di cui si nutrono il nostro sangue e la nostra carne per trasmutazione, è la carne e il sangue di quel Gesù che si fece carne.
Gli Apostoli, infatti, nelle memorie da loro composte, chiamate Vangeli, ci hanno così trasmesso ciò che fu loro comandato; che Gesù prese il pane e, dopo aver reso grazie, disse: "Fate questo in memoria di me: questo è il mio corpo"; e che allo stesso modo, preso il calice e reso grazie, disse: "Questo è il mio sangue"; e lo diede a loro soli
».

Giustino poi menziona, quasi per inciso, che “i diavoli malvagi” hanno imitato questo rito “nei misteri di Mitra, comandando che la stessa cosa fosse fatta”.

La liturgia che Giustino descrive è immediatamente riconoscibile come Messa. Non solo le singole parti sono le stesse, ma con piccole eccezioni (come la collocazione del segno della pace), anche l'ordine è lo stesso.
Il centro di questa Messa non è un predicatore che pronuncia un sermone, ma chi presiede offre l'Eucaristia.
E come intende l'Eucaristia?
Che quello che era stato «pane comune e bevanda comune» (cioè pane e vino comuni) cessa di essere attraverso la formula di benedizione donata da Cristo, ed è invece «carne e sangue di quel Gesù che si è fatto carne». 

Persino Wayne ammette che "questo è forse il miglior argomento che i cattolici romani hanno a sostegno della loro posizione", anche se insiste comunque sul fatto che Giustino non può assolutamente credere nella Presenza Reale poiché è contrario al cannibalismo (come se i cattolici oggi pensassero che il cannibalismo sia ok!).
Scrive: «Giustino è fermamente convinto che i cristiani non mangino carne umana. Non era il solo a fare tali commenti. Anche i suoi coetanei cristiani del II secolo notarono quanto considerassero particolarmente vile il concetto di mangiare carne umana. Nell'elencare le accuse che aveva sentito muovere contro i cristiani, Teofilo di Antiochia definisce l'accusa di mangiare carne umana "la più empia e barbara di tutte"».

In nessun punto Wayne sembra considerare il fatto ovvio che se gli oppositori del secondo secolo accusano i cristiani di cannibalismo, ciò ci dice molto sulla teologia eucaristica di questi cristiani.
I cattolici di oggi, infatti, devono regolarmente difendersi dall’accusa di cannibalismo, mentre sarebbe difficile confondere la maggior parte delle Cene del Signore protestanti come qualcosa di più che simbolico.
Quindi, anche nel negare l’accusa di cannibalismo, Giustino e la Chiesa del secondo secolo appaiono cattolici, non protestanti. 

Giustino usa perfino il termine trasmutazione per descrivere la trasformazione in atto, anche se non dove ci si potrebbe aspettare. Cioè, ci descrive come trasmutati dall'Eucaristia, che la nostra carne e il nostro sangue sono spiritualmente uniti a Cristo attraverso la Comunione.
Non è solo che il pane e il vino si trasformano nel corpo e nel sangue di Cristo, ma anche che il corpo e il sangue di Cristo trasformano i nostri stessi corpi.
Cosa sta succedendo qui?

Come spiegherà più tardi san Gregorio di Nissa (c. 335–395), i cristiani credevano che, poiché

«non era possibile che il nostro corpo diventasse immortale se non partecipando all’incorruzione attraverso la sua comunione con quel corpo immortale», Gesù «si diffonde in ogni credente per mezzo di quella carne, la cui sostanza viene dal pane e dal vino, fondendosi con i corpi dei credenti, affinché, mediante questa unione con l'immortale, anche l'uomo possa essere partecipe dell'incorruzione».
Ciò che Cristo inizia nell'Incarnazione (unendo divinità e umanità) si realizza nel singolo credente mediante l'Eucaristia, ed è così che possiamo essere elevati corporalmente per diventare «partecipi della natura divina» (2 Pt 1,4).
È per questa ragione che sia Gesù (cfr Gv 6,55-58) sia tanti primi cristiani passano dal parlare dell'Eucaristia alla risurrezione corporea e viceversa.
Ignazio e Giustino considerano questa connessione quasi troppo ovvia per essere menzionata, lasciando i lettori moderni (che non hanno mai sentito parlare di questa connessione) a inciampare nei loro scritti.
 

Questo ci porta al terzo grande testimone della teologia eucaristica nella Chiesa prima del 200: sant'Ireneo.
Lo storico patristico (e protestante riformato) James R. Payton, Jr. lo definisce giustamente “il più grande teologo sorto nella Chiesa dai tempi degli apostoli”.
Ireneo scrisse contro l'eresia gnostica, visione che rifiuta l'Incarnazione e tratta il corpo come male.

Come spiega Ireneo:

«Ma vani sotto ogni aspetto sono coloro che disprezzano l'intera dispensazione di Dio, e negano la salvezza della carne, e trattano con disprezzo la sua rigenerazione, sostenendo che non è capace di incorruzione.
Se però questo non giunge alla salvezza, allora neppure il Signore ci ha redenti con il suo sangue, né il calice dell'Eucaristia è la comunione del suo sangue, né il pane che noi spezziamo la comunione del suo corpo.
Perché il sangue può provenire solo dalle vene e dalla carne, e da tutto ciò che costituisce la sostanza dell'uomo, come è stato effettivamente fatto il Verbo di Dio
». 

In altre parole, se neghi la bontà del corpo, allora sei costretto a negare sia la realtà della morte di Cristo sulla croce sia la Presenza Reale.
È importante riconoscere l’argomentazione sostenuta qui da Ireneo (e da Ignazio prima di lui).
In termini tecnici, è ciò che chiamiamo reductio ad assurdo, o ciò che Aristotele chiamava una deduzione all’impossibile. L’argomentazione funziona dimostrando che un’idea, se portata alla sua conclusione logica, produrrebbe risultati assurdi.
Ad esempio, se qualcuno dicesse: “Dovremmo sempre fidarci dei bambini perché non sono corrotti dal peccato”, potresti rispondere: “Dovremmo fidarci di loro quando affermano che i mostri vivono sotto i loro letti?” Questa è una riduzione ad assurdo.
Ma si noti che funziona solo se entrambe le parti concordano sul fatto che una cosa particolare è assurda o impossibile. Se la persona con cui stai parlando crede nei mostri, la tua argomentazione è logicamente valida ma retoricamente poco convincente.

Sia Ignazio che Ireneo vivevano in un mondo in cui mostrare “l’idea X è logicamente contraria al credere nella Presenza Reale” è sufficiente per sfatare  l'idea X (in questo caso, il docetismo). 

I protestanti che negano la Presenza Reale si trovano in una situazione strana, incapaci di concordare sia con gli gnostici sia con i loro oppositori cristiani.
Ireneo prosegue sostenendo che Cristo 

«ha riconosciuto il calice (che è parte della creazione) come il proprio sangue, dal quale irrora il nostro sangue; e il pane (anch'esso parte della creazione) lo ha costituito come suo proprio corpo, dal quale fa crescere i nostri corpi».

Questo è lo stesso ragionamento ma inverso:

«poiché sappiamo che Cristo trasforma la materia creata (pane e vino) nel suo corpo e nel suo sangue, dobbiamo quindi concludere che la creazione non è malvagia».
Poi dice:
«Quando dunque il calice mescolato e il pane preparato ricevono la Parola di Dio, e viene fatta l'Eucaristia del sangue e del corpo di Cristo, dalle quali cose viene accresciuta e sostenuta la sostanza della nostra carne, come possono affermare che la carne è incapace di ricevere il dono di Dio, che è la vita eterna, visto che [la carne] si nutre del corpo e del sangue del Signore ed è membro di Lui? — come dichiara anche il beato Paolo nella sua lettera agli Efesini: “noi siamo membra del suo corpo, della sua carne e delle sue ossa”. Non dice queste parole di qualche uomo spirituale e invisibile, perché lo spirito non ha ossa né carne; ma [si riferisce a] quella dispensazione [mediante la quale il Signore divenne] un vero uomo, costituito di carne, di nervi e di ossa, quella [carne] che è nutrita dal calice che è il suo sangue, e riceve incremento dal pane che è il suo corpo».
Ireneo è qui esplicito: il pane e il “calice mescolato” (vino versato dentro acqua) ricevono la Parola di Dio, e l’Eucaristia “si fa”.
La formulazione è significativa: sta suggerendo che si sta verificando un cambiamento effettivo. Non cominciamo a chiamare la Comunione del pane solo per un po’ durante la liturgia. Dio trasforma il vino e il pane in qualcosa che prima non erano: “il sangue e il corpo di Cristo”. 

Come Ignazio prima di lui, Ireneo si riferisce a questo come al “dono di Dio” e sottolinea che tutto questo si riferisce a un vero corpo (con carne, nervi e ossa!), non a “qualche uomo spirituale e invisibile”. Dopo aver sottolineato il letteralismo della sua teologia eucaristica, si riferisce all’Eucaristia come al “pane che è il suo corpo”. 

Questo è un punto importante per certe obiezioni protestanti, di cui parleremo alla fine del capitolo: non c’è nulla di incoerente nel chiamare Gesù il pane della vita e nel credere che il pane diventi letteralmente il suo corpo. 

La spiegazione di Ireneo si conclude con un argomento simile a quello che abbiamo sentito sia da Giustino Martire che da Ignazio, su come ricevere l'Eucaristia sia la chiave per l'incorruzione e la resurrezione ultima del corpo:

«E proprio come un ramoscello della vite piantata nel terreno fruttifica nella sua stagione, o come il chicco di grano caduto in terra e decomposto, risorge con moltiplicazione per opera dello Spirito di Dio, che contiene tutte le cose, e poi, mediante la sapienza di Dio, serve all'uso degli uomini, e dopo aver ricevuto la Parola di Dio, diventa l'Eucaristia, che è il corpo e il sangue di Cristo; così anche i nostri corpi, nutriti da esso e depositati nella terra, dove subiranno la decomposizione, risorgeranno al tempo stabilito, poiché la Parola di Dio concede loro la risurrezione alla gloria di Dio Padre, che gratuitamente dona a questo immortalità mortale, e a questa incorruttibilità corruttibile».

Altrove, egli sottolinea lo stesso punto nel contesto di ciò che significa offrire il proprio sacrificio a Dio:

«Poiché noi gli offriamo ciò che è suo, annunciando coerentemente la comunione e l'unione della carne e della carne allo Spirito. Come infatti il pane, che è prodotto dalla terra, quando riceve l'invocazione di Dio, non è più pane comune, ma Eucaristia, costituita da due realtà, terrena e celeste; così anche i nostri corpi, quando ricevono l'Eucaristia, non sono più corruttibili, avendo la speranza della risurrezione all'eternità».

Con ciascuno di questi tre cristiani - Ignazio, Giustino e Ireneo - abbiamo una teologia eucaristica piuttosto sofisticata fin dai primi tempi. nella vita della Chiesa. L'ultimo di questi tre, Ireneo, scrive intorno all'anno 180. A titolo di riferimento, la prima volta che vediamo la parola Trinità usata è nel 181, quindi questa teologia eucaristica è ben consolidata anche mentre questi stessi cristiani stanno analizzando le sfumature della teologia trinitaria . 

Se non conoscessimo molto dei primi cristiani, potrebbe essere facile immaginare che la loro fede nella Presenza Reale fosse dovuta a superstizione e ignoranza o a qualche connessione con il paganesimo. Ciò che scopriamo invece è che la loro teologia eucaristica è inseparabilmente intrecciata con il loro credo sull’incarnazione, passione e risurrezione di Gesù, così come sulla nostra stessa risurrezione corporea. Quando troviamo forme successive di paganesimo, come i rituali mitraici, che praticano cose che ci ricordano l’Eucaristia, è perché (come nota Giustino) le hanno copiate dal cristianesimo, e non viceversa. 

Non meno notevole è la mancanza di un dibattito serio che vediamo sull’Eucaristia. Ciò che intendo è che questi non sono solo tre teologi, ma tre testimoni oculari di un sistema di credenze molto più ampio. 

Ignazio non dice ai fedeli di Smirne che dovrebbero credere nella Presenza Reale, ma scrive con la consapevolezza che già lo fanno e che può indicare il rifiuto della Presenza Reale da parte degli gnostici come motivo per trattarli come scomunicati.

Giustino non dice come dovrebbe essere la Messa, ma come già è. 
 
E Ireneo tratta la fede nella Presenza Reale come una dottrina così universalmente accettata che argomenta quanto segue: 
«Allora, ancora, come possono [gli gnostici] dire che la carne, che è nutrita del corpo del Signore e del suo sangue, va alla corruzione e non prende parte alla vita? Modifichino dunque la loro opinione o cessino di proporre gli argomenti appena menzionati. Ma la nostra opinione è in accordo con l’Eucaristia, e l’Eucaristia a sua volta conferma e rafforza la nostra opinione».

Data la natura radicale dell’insegnamento eucaristico di Gesù, potremmo aspettarci più controversie di quelle che troviamo. Dopotutto, i primi ascoltatori dell’insegnamento eucaristico di Cristo hanno risposto: “Questa è una parola dura; chi può ascoltarlo?” (Giovanni 6:60), ed è comprensibile che molti protestanti moderni abbiano la stessa reazione. 

Ma i primi cristiani sembrano non solo aver accettato questa “parola dura”, ma hanno costruito la loro vita (e la loro teologia, e la loro comunione ecclesiale) attorno ad essa. 

(L'Eucarestia e la Messa - L'importanza della Presenza Reale  
Da "The Early Church was the Catholic  Church" di Joe Heschmeyer)

giovedì 12 ottobre 2023

Sinodalità vuol dire camminare tutti insieme: ma con Cristo

In un commento del 3 agosto 2023 pubblicato sul sito web dell'Esarcato greco-cattolico, il vescovo Manuel Nin, esarca apostolico della Chiesa greco-bizantina cattolica in Grecia, ha espresso diverse preoccupazioni sull'assemblea generale del sinodo cattolico del 4-29 ottobre 2023.

 


Alcune riflessioni sulla sinodalità 

Da tempo nella Chiesa cattolica si parla molto di sinodalità. Questa viene presentata e soprattutto vissuta (forse in assenza di una chiara chiarificazione del suo significato ma forse anche in assenza di un reale indottrinamento) come un luogo, uno spazio, dove tutti possono esprimersi su tutto, anche proporre argomenti e opinioni, che sono solitamente lasciati al diritto esclusivo del vescovo di Roma, eventualmente anche di colui che presiede un sinodo ecumenico. La sinodalità… una Chiesa sinodica… Inoltre, nel 2023 si terrà a Roma un sinodo generale dei vescovi sulla sinodalità, e questo non è né uno scherzo né un semplice gioco di parole.

Ho provato a riflettere un po' su questo tema, partendo dalla richiesta di Papa Francesco che tutta la Chiesa approfondisca e rifletta con il popolo di Dio su questo tema (della sinodalità), che sembra che solo ora, oggi, scopriamo quanto fondamentale e vitale è. Ma mi chiedo: ne comprendiamo profondamente il senso e il significato? Qualcuno si è addirittura appropriato della frase attribuita, in precedenza, a un vescovo catalano degli inizi del XX secolo, e ha coniato la nuova frase: "La Chiesa sarà sinodica o non sarà una Chiesa".

La mia riflessione, senza grandi pretese, parte dal fatto che molte volte, negli ultimi mesi, ho sentito dire, anche da persone di riconosciuta competenza: «Voi in Oriente avete sempre avuto la sinodalità. Mentre noi in Occidente, forse…”. Ma di quale sinodalità stiamo parlando? Quando si afferma che: "...voi in Oriente avete sempre avuto la sinodalità...", non c'è pericolo di malinteso quando, guardando alle Chiese orientali, si confonde il termine sinodalità con il collettivo episcopale? Quest'ultimo, in Oriente, è associato all'esercizio dell'autorità, al ministero pastorale, al servizio all'interno delle Chiese cristiane che si svolge nell'assemblea dei vescovi appartenenti a una Chiesa particolare ed è retto da un patriarca, un arcivescovo o un metropolita . Le decisioni, all'interno di queste Chiese, vengono prese dall'assemblea dei vescovi (quasi sempre chiamata "sinodo" o talvolta "consiglio dei gerarchi"), appartenenti a una Chiesa orientale. Il Sinodo è convocato dal suo presidente, in vista delle designazioni episcopali e di altre importanti decisioni, nel corso del cammino cristiano che i pastori intraprendono per il bene dei loro credenti, a livello spirituale e materiale.

Naturalmente, questo esercizio di ministero/servizio/autorità nelle Chiese orientali ha certamente una dimensione sinodale in quanto le decisioni prese a livello pienamente collettivo appartengono al sinodo dei vescovi, inteso come riunione dei vescovi insieme al loro superiore: Patriarca, arcivescovo o metropolita. Pertanto in Oriente, e per ciascuna delle Chiese, si parla di un percorso del sinodo dei vescovi in ​​modo collettivo. Tuttavia, riprendendo il filo dall’inizio, se l’Occidente intende la sinodalità come un luogo o un momento in cui tutti, laici e clero, agiscono insieme per arrivare a qualche decisione ecclesiastica, dottrinale, canonica, disciplinare, qualunque essa sia... beh, diventa chiaro che tale sinodalità non esiste in Oriente.

Negli ultimi mesi, nelle nostre Chiese, soprattutto in Occidente, si sono formati gruppi di riflessione, formati principalmente, ma non solo, da laici, per discutere esattamente cosa è e cosa dovrebbe essere la sinodalità. Questi pensieri, che si svolgono a livello parrocchiale, dovranno poi essere presentate a livello diocesano, poi a livello di conferenze diocesane, poi a livello del Sinodo Generale a Roma, per giungere infine alla sommità del colle o piramide (metaforicamente equivalente) per essere consegnate al Papa. In questo modo, potremmo essere coinvolti in un’ascesa collettiva piuttosto che in un cammino insieme. Ma per arrivare dove? a che scopo? Lascio aperte le domande. Del resto, sappiamo bene che quando un gruppo di persone raggiunge la vetta di un luogo, molti altri "compagni" con cui hanno iniziato, possono essersi fermati o lasciati da parte lungo il percorso perché il loro sforzo per andare avanti si è rivelato insufficiente.
A livello biblico cito solo due testi. Nel Vangelo, in Giovanni 14,6, troviamo la conferma di Gesù: "Io sono la via, la verità e la vita...". Poi, in Atti 9:2, Saulo usa il termine "il sentiero" in riferimento alla sequela del Signore e del Suo Vangelo. Allora seguire Gesù, essere e vivere come cristiani, significa vivere finalmente come “congregati” e questo avviene già dal momento del nostro battesimo. Camminiamo tutti come Chiesa di Cristo in un cammino che facciamo insieme come cristiani, certo, ma la domanda che dovrebbe e dovrebbe porsi fin dall'inizio è questa:  “viaggio con chi?.

La parola "sinodo" deriva direttamente dal greco e significa "camminare con...". Ma ciò che è importante e direi fondamentale, che va chiarito subito per non distorcere la nostra riflessione sulla sinodalità, è il significato e l'oggetto reale della preposizione greca “sin”. Non si riferisce al “processo” ma a “qualcuno” con il quale esso viene portato avanti e portato a termine. Il senso del Sinodo non è quello del “tutti insieme”, ma piuttosto quello del “io cammino con”. È l'oggetto o la persona "con" la preposizione "sin" ci collega e ci unisce. Non si riferisce al cammino, né a noi cristiani, laici, preti, vescovi. Questo "sin", questo "con", questa preposizione greca collega noi cristiani e ci conduce a una Persona che è Cristo. Occorre quindi fare una prima precisazione: non si tratta di un cammino del “tutti insieme” ma piuttosto di un “tutti insieme con Cristo. Non dimentichiamo che questo con Cristosi completa nella Chiesa, la quale si nutre e vive dei doni preziosi del suo prezioso Corpo e Sangue.

Inoltre, va sottolineato chiaramente che la sinodalità in tutte le Chiese cristiane, siano esse orientali o occidentali, non può essere una “copertura” che ci mostra al mondo moderno, ma anche tra di noi, come se fossimo una moderna repubblica occidentale, parlamentare possibilmente, dove tutti possono dire qualsiasi cosa e parlare di tutto. La vita delle Chiese cristiane non è mai stata una forma di democrazia in cui tutti decidono tutto in base alle regole della maggioranza. E non si trattava di una tale democrazia, non dimentichiamo che nei parlamenti i deputati vengono eletti e, quindi, sono rappresentanti di coloro che li hanno eletti. 

Quale sinodalità ritroveremo in Occidente? Una sinodalità come modo di vivere, direi, in Oriente e in Occidente. La vita dei cristiani, infatti, è ed è sempre stata un cammino “sinodico”, un cammino con Lui, insieme a Cristo Signore che è Lui stesso la via, la verità e la vita. Approfondire oggi, confrontarsi e parlare di comunione, non è certo una buona occasione che potrebbe farci interrogare sul modo in cui camminiamo con gli altri. Già dal nostro battesimo camminiamo con Cristo nella Chiesa, e questo è importante sottolinearlo. Ma dovrebbe essere il punto a partire dal quale riportare alla ribalta nella  nostra vita cristiana Colui, il Signore Gesù Cristo, con il quale camminiamo come cristiani.

Per tutti noi cristiani – orientali o occidentali – la via sarà la nostra come membra del Corpo di Cristo presso il Signore, o se volete, la Sua via con noi. Rilancio un tema presente negli Aforismi dei Padri e attribuito a Sant'Antonio Magno: ...quelle impronte nella sabbia del deserto, che Antonio credeva sue, ad un certo punto scopre, lui e noi con lui, che non appartengono a lui ma a Colui che cammina accanto ad Antonio e che lo sostiene nei momenti di debolezza. A Colui che è sempre al nostro fianco, al Signore risorto e vivente che è in mezzo a noi. E citando Antonio Magno, ricordo qui la vita monastica in Oriente e in Occidente, come modello di questa comunione a cui mi riferivo: guidati dal Vangelo, con l'insegnamento dell'Abate e degli anziani spirituali, camminiamo tutti con Cristo alla ricerca di Dio. Ancora una volta, la vocazione monastica può aiutarci a comprendere una realtà fondamentale nella vita cristiana.

Ricordo la bella edizione del cardinale Giacomo Biffi, arcivescovo di Bologna dal 1984 al 2003, pubblicata negli anni del grande Giubileo del 2000, che il cardinale di Bologna intitolò "Identikit del Festeggiato". È un testo che si riferisce a Lui, che è stato e deve essere al centro delle celebrazioni giubilari. Già da allora il grande cardinale italiano metteva in guardia dal pericolo di mettere in secondo piano o addirittura dimenticare Colui che era l'unico motivo del giubileo, la causa principale, l'unico destinatario, il Celebrato. A mio avviso, ho attribuito correttamente il ruolo della preposizione greca "sin" da cui con il sostantivo “odos” (strada) nascono i termini “sinodo” e “sinodalità”, e ho chiarito chi è il vero compagno di strada in questa sinodalità. Non c'è altro da aggiungere.

Nient'altro; L'ultima e fondamentale domanda a cui bisognerebbe aggiungere e dare risposta sarebbe: "che cos'è allora la sinodalità?". L’occasione non ci consente di fare o proporre nuove e imponenti definizioni, ma partendo dalla filologia che i Padri della Chiesa hanno sempre utilizzato come strumento per il loro catechismo e la loro mistagogia, propongo di guardare alla sinodalità (e agli altri termini che derivano da esso: sinodo, sinodo) come cammino di tutti noi che siamo stati battezzati in Cristo, ascoltando il suo Vangelo, celebrando la nostra fede, ricevendo la sua grazia nei sacramenti anche attraverso i nostri fratelli. Un cammino sicuramente insieme, guidati e accompagnati talvolta per mano, o anche portati sulle spalle dei nostri pastori, seguendo le orme di Colui che è la via, la verità e la vita.

C'è un altro aspetto della mia breve riflessione che non voglio affatto trascurare, che ho solo accennato all'inizio e che ripeterò qui solo come conclusione. Vale a dire, poiché siamo chiamati a porre al centro dell'interesse dei cristiani (clero e laici) la sinodalità, una sinodalità che, se non viene sufficientemente chiarita nel suo significato, rischia di essere intesa solo come “parlamentarismo cristiano” che ci permetterebbe di esprimere opinioni su tutti e su tutto, rischiamo di proporre e costruire, permettetemi l'espressione, un'ecclesiologia "piramidale" del Corpo di Cristo che è la Chiesa, e di dimenticare, o almeno di marginalizzare, un'altra prospettiva che ritengo fondamentale . Questa prospettiva fu al centro delle preoccupazioni ecclesiastiche già durante la seconda metà del suo regno ventesimo secolo e rimane una questione aperta di riflessione. È un punto critico (punctum dolens) anche oggi e si riferisce al collettivo episcopale in materia di amministrazione e vita della Chiesa. Sono consapevole, però, che questo costituisce un altro caso di lavoro, un altro capitolo, importante quanto la stessa sinodalità, di cui si parla tanto, cioè è una questione che ci porterebbe a una riflessione, che non andrebbe oltre solo queste poche pagine, ma anche l'attuale situazione ecclesiastica. Ho toccato questo argomento all'inizio della mia riflessione sui concili delle Chiese orientali, e lo lascio esattamente così come è stato affermato.

"Sinodo", "cammino con Cristo". Questo è il filo conduttore della mia riflessione. Senza pretese ma anche senza mai dimenticare Colui, il Signore che era, che è e che sarà il vero, l'unico compagno di strada di tutti noi, come membra del Suo Corpo che è la Chiesa. Per non dimenticare mai l'identità del celebrante (Identikit del Festeggiato).


+ Padre Emmanuel Nin
Esarca Apostolico