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domenica 1 settembre 2024

Abuso della divina misericordia

Di Sant' Alfonso Maria de Liguori, dal libro Apparecchio alla morte, Considerazione XVII. 

Ignoras, quoniam benignitas Dei ad poenitentiam te adducit? - O ti prendi gioco della ricchezza della sua bontà, della sua tolleranza e della sua pazienza, senza riconoscere che la bontà di Dio ti spinge alla conversione? (Rm.2,4)


NOTA - il testo che segue è integralmente preso dall'opera originale del santo. Immagini, didascalie, grassetti ed evidenziazioni sono stati inseriti a nostra discrezione.

PUNTO I

Zizzania e grano; pazienza e rigore di Dio

Si ha nella parabola della zizania in S. Matteo (Mt 13) che essendo cresciuta in un campo la zizania insieme col grano, volevano i servi andare ad estirparla: "Vuoi dunque che andiamo a raccoglierla?". Ma il padrone rispose: "No, lasciatela crescere, e poi si raccoglierà e si manderà al fuoco: al momento della mietitura dirò ai mietitori: Cogliete prima la zizzania e legatela in fastelli per bruciarla (Mt 13,30)". 

Da questa parabola si ricava per una parte la pazienza che il Signore usa coi peccatori; e per l'altra il rigore che usa cogli ostinati. Dice S. Agostino che in due modi il demonio inganna gli uomini: "Desperando, et sperando". Dopo che il peccatore ha peccato, lo tenta a disperarsi col terrore della divina giustizia; ma prima di peccare, [tenta] l'anima al peccato colla speranza della divina misericordia. 

Perciò il santo avverte ad ognuno: "Post peccatum spera misericordiam; ante peccatum pertimesce iustitiam". Sì, perché non merita misericordia chi si serve della misericordia di Dio per offenderlo. La misericordia si usa con chi teme Dio, non con chi si avvale di quella per non temerlo. Chi offende la giustizia, dice l'Abulense, può ricorrere alla misericordia, ma chi offende la stessa misericordia, a chi ricorrerà?

Difficilmente si trova peccatore sì disperato, che voglia proprio dannarsi. I peccatori vogliono peccare, senza perdere la speranza di salvarsi. Peccano e dicono: Dio è di misericordia; farò questo peccato, e poi me lo confesserò. "Bonus est Deus, faciam quod mihi placet", ecco come parlano i peccatori, scrive S. Agostino. Ma oh Dio così ancora dicevano tanti, che ora sono già dannati.

"Difficilmente si trova peccatore sì disperato, che voglia proprio dannarsi. I peccatori vogliono peccare, senza perdere la speranza di salvarsi" - Radiografia di questo concetto ad uso di buonisti e misericordisti che vedono fiori, colori e palloncini ovunque senza percepire lo strato sottostante. Chi spera misericordia peccando, adora di fatto la "Santa Muerte", come fanno i narcos messicani che cercano protezione mentre vanno ad ammazzare, spacciare, etc.

"Non dire", dice il Signore: "Son grandi le misericordie che usa Dio; per quanti peccati farò, con un atto di dolore sarò perdonato". "Non dire: «La sua misericordia è grande; mi perdonerà i molti peccati»" (Sir.5,6). "Non lo dire", dice Dio; e perché? " Non aspettare a convertirti al Signore e non rimandare di giorno in giorno, poiché improvvisa scoppierà l'ira del Signore e al tempo del castigo sarai annientato" (Sir.5,7). La misericordia di Dio è infinita, ma gli atti di questa misericordia (che son le miserazioni) son finiti. 

Dio è misericordioso ma è ancora giusto. "Ego sum iustus, et misericors", disse il Signore un giorno a Santa Brigida; "peccatores tantum misericordem me existimant". I peccatori, scrive S. Basilio, vogliono considerare Dio solo per metà: "Bonus est Dominus, sed etiam iustus; nolite Deum ex dimidia parte cogitare". Il sopportare chi si serve della misericordia di Dio per più offenderlo, diceva il P. M. Avila che non sarebbe misericordia, ma mancamento di giustizia. 

La misericordia sta promessa a chi teme Dio, non già a chi se ne abusa. "Et misericordia eius timentibus eum", come cantò la divina Madre. Agli ostinati sta minacciata la giustizia; e siccome (dice S. Agostino) Dio non mente nelle promesse; così non mente ancora nelle minacce: "Qui verus est in promittendo, verus est in minando".

Guardati, dice S. Giovanni Grisostomo, quando il demonio (ma non Dio) ti promette la divina misericordia, affinché pecchi; "Cave ne unquam canem illum suscipias, qui misericordiam Dei pollicetur". Guai, soggiunge S. Agostino, a chi spera per peccare: "Sperat, ut peccet; vae a perversa spe". Oh quanti ne ha ingannati e fatti perdere, dice il santo, questa vana speranza. "Dinumerari non possunt, quantos haec inanis spei umbra deceperit". 

Povero chi s'abusa della pietà di Dio, per più oltraggiarlo! Dice S. Bernardo che Lucifero perciò fu così presto castigato da Dio, perché si ribellò sperando di non riceverne castigo. Il re Manasse fu peccatore, poi si convertì, e Dio lo perdonò; Ammone suo figlio, vedendo il padre così facilmente perdonato, si diede alla mala vita colla speranza del perdono; ma per Ammone non vi fu misericordia. Perciò ancora dice S. Giovanni Grisostomo che Giuda si perdé, perché peccò fidato alla benignità di Gesù Cristo: "Fidit in lenitate magistri". 

In somma Dio, se sopporta, non sopporta sempre. Se fosse che Dio sempre sopportasse, niuno si dannerebbe; ma la sentenza più comune è che la maggior parte anche dei cristiani (parlando degli adulti) si danna: "Larga è la porta e spaziosa la via che conduce alla perdizione, e molti sono quelli che entrano per essa (Mt 7,13).

Chi offende Dio colla speranza del perdono, "irrisor est, non poenitens", dice S. Agostino. Ma all'incontro dice S. Paolo che Dio non si fa burlare: "Deus non irridetur" (Gal.6,7). Sarebbe un burlare Dio seguire ad offenderlo, sempre che si vuole, e poi andare al paradiso. "Ciascuno raccoglierà quello che avrà seminato" (Gal.6,7). 

Chi semina peccati, non ha ragione di sperare altro che castigo ed inferno. La rete con cui il demonio strascina all'inferno quasi tutti quei cristiani che si dannano, è quest'inganno, col quale loro dice: Peccate liberamente, perché con tutti i peccati vi salverete. 

Ma Dio maledice chi pecca colla speranza del perdono. "Maledictus homo qui peccat in spe". La speranza del peccatore dopo il peccato, quando vi è pentimento, è cara a Dio, ma la speranza degli ostinati è l'abbominio di Dio: "ogni scampo è per essi perduto, unica loro speranza è l'ultimo respiro!" (Gb.11,20). Una tale speranza irrita Dio a castigare, siccome irriterebbe il padrone quel servo che l'offendesse, perché il padrone è buono.

Affetti e preghiere

Ah mio Dio, eccomi io sono stato uno di costoro, che v'ho offeso, perché Voi eravate buono con me. Ah Signore, aspettatemi, non m'abbandonate ancora, ch'io spero colla vostra grazia non irritarvi più ad abbandonarmi. Mi pento, o bontà infinita, di aver vi offeso e di aver così maltrattata la vostra pazienza. Vi ringrazio che mi avete aspettato sinora. Da oggi innanzi non voglio tradirvi più, come ho fatto per lo passato. Voi mi avete tanto sopportato, acciocché mi vedeste un giorno fatto amante della vostra bontà. Ecco che questo giorno è già arrivato, come spero. Io v'amo sopra ogni cosa e stimo più la vostra grazia che tutti i regni del mondo: prima che perderla, son pronto a perdere mille volte la vita. Dio mio, per amore di Gesù Cristo datemi Voi la santa perseveranza sino alla morte, col vostro santo amore. Non permettete ch'io vi torni a tradire e lasci d'amarvi.

Maria, Voi siete la speranza mia; ottenetemi questa perseveranza; e niente più vi domando.


PUNTO II

"Così fa Dio, quando abbandona un'anima, le toglie la siepe del timore, del rimorso di coscienza, e la lascia nelle tenebre; ed allora entreranno in quell'anima tutti i mostri dei vizi."

Dirà taluno, Dio m'ha usate tante misericordie per lo passato, così spero che me l'userà per l'avvenire. Ma io rispondo: E perché t'ha usate tante misericordie, per questo lo vuoi tornare ad offendere? Dunque (ti dice S. Paolo) così tu disprezzi la bontà e la pazienza di Dio? non lo sai che il Signore ti ha sopportato sinora; non già a fine che tu lo segui ad offendere, ma acciocché piangi il mal fatto? "Ti prendi gioco della ricchezza della sua bontà, della sua tolleranza e della sua pazienza, senza riconoscere che la bontà di Dio ti spinge alla conversione?" (Rm.2,4). 

Quando tu fidato alla divina misericordia non vuoi finirla, la finirà il Signore. "Nisi conversi fueritis, arcum suum vibrabit" (Sal.7). "Mea est ultio et ego retribuam in tempore" (Dt.32,35). Dio aspetta ma quando giunge il tempo della vendetta, non aspetta più e castiga.

"Eppure il Signore aspetta per farvi grazia" (Is.30,18). Dio aspetta il peccatore, acciocché si emendi: ma quando vede che quegli del tempo, che gli è dato per piangere i peccati, se ne serve per accrescerli, allora chiama lo stesso tempo a giudicarlo. "Vocavit adversum me tempus" (Lam.1,15). S. Gregorio: "Ipsum tempus ad iudicandum vertit". 

Sicché lo stesso tempo dato, le stesse misericordie usate serviranno per farlo castigare con più rigore e più presto abbandonare. "Curavimus Babylonem, et non est sanata, derelinquamus eam" (Ger.51,9). E come Dio l'abbandona? O gli manda la morte, e lo fa morire in peccato; o pure lo priva delle grazie abbondanti, e lo lascia colla sola grazia sufficiente, colla quale il peccatore potrebbe sì bene salvarsi ma non si salverà. 

La mente accecata, il cuore indurito, il mal abito fatto renderanno la sua salvazione moralmente impossibile; e così resterà, se non assolutamente, almeno moralmente abbandonato. "Ora voglio farvi conoscere ciò che sto per fare alla mia vigna: toglierò la sua siepe e si trasformerà in pascolo; demolirò il suo muro di cinta e verrà calpestata" (Is.5,5). Oh che castigo! 

Che segno è, quando il padrone scassa la siepe, e permette che nella vigna v'entri chi vuole, uomini e bestie? È segno che l'abbandona. Così fa Dio, quando abbandona un'anima, le toglie la siepe del timore, del rimorso di coscienza, e la lascia nelle tenebre; ed allora entreranno in quell'anima tutti i mostri dei vizi. "Stendi le tenebre e viene la notte e vagano tutte le bestie della foresta" (Sal.103,20). 

E il peccatore abbandonato che sarà in quell'oscurità, disprezzerà tutto, grazia di Dio, paradiso, ammonizioni, scomuniche; si burlerà della stessa sua dannazione. "Con l'empietà viene il disprezzo, con il disonore anche l'ignominia" (Prv.18,3).

Dio lo lascerà in questa vita senza castigarlo, ma il non castigarlo sarà il suo maggior castigo. "Si usi pure clemenza all'empio, non imparerà la giustizia" (Is.26,10). Dice S. Bernardo su questo testo: "Misericordiam hanc ego nolo; super omnem iram miseratio ista". Oh qual castigo è quando Dio lascia il peccatore in mano del suo peccato, e par che non gliene domandi più conto! "Secundum multitudinem irae suae non quaeret" (Sal.9). E sembra che non sia con lui sdegnato. "Auferetur zelus meus a te, et quiescam, nec irascar amplius" (Ez.16,42). 

E par che lo lasci a conseguir tutto ciò che desidera in questa terra. "Et dimisi eos secundum desideria cordis eorum" (Sal.80). Poveri peccatori, che in questa vita son prosperati! È segno che Dio aspetta a renderli vittime della sua giustizia nella vita eterna. domanda Geremia: "Quare via impiorum prosperatur?" (Ger.12,1). E poi risponde: "Congregas eos quasi gregem ad victoriam". 

Non v'è castigo maggiore, che quando Dio permette ad un peccatore che aggiunga peccati a peccati, secondo quel che dice Davide: "Appone iniquitatem super iniquitatem... deleantur de libro viventium" (Sal.66,28). Sul che dice il Bellarmino: "Nulla poena maior, quam cum peccatum est poena peccati". 

Meglio sarebbe stato per talun di quest'infelici, che il Signore l'avesse fatto morire dopo il primo peccato; perché, morendo appresso, avrà tanti inferni, quanti peccati ha commessi.

Affetti e preghiere

Mio Dio, in questo stato miserabile vedo già ch'ho meritato di star io, privo della vostra grazia e privo di luce; ma vedendo la luce che ora mi date, e sentendomi chiamare da Voi a penitenza, è segno che non mi avete abbandonato ancora. E giacché non mi avete abbandonato, via su, mio Signore, accrescete le vostre misericordie sopra l'anima mia, accrescete la luce, accrescetemi il desiderio di servirvi e d'amarvi. Mutatemi, o Dio onnipotente, e da traditore e ribelle che sono stato, fatemi un grande amante della vostra bontà, acciocché un giorno io venga in

cielo a lodare in eterno le vostre misericordie. Voi dunque volete perdonarmi, ed io altro non desidero che il perdono da Voi e il vostro amore. Mi pento, o bontà infinita, di aver vi dati tanti disgusti. V'amo, o sommo bene, perché me lo comandate; v'amo, perché ne siete ben degno. Deh, mio Redentore, per i meriti del vostro sangue fatevi amare da un peccatore, che Voi avete tanto amato, e con tanta pazienza per tanti anni sopportato. Io spero tutto dalla vostra pietà.

Spero di amarvi sempre da oggi avanti sino alla morte ed in eterno. Canterò senza fine le grazie del Signore (Sal.88,2). Loderò per sempre la vostra pietà, Gesù mio. E loderò per sempre la vostra misericordia, o Maria, che tante grazie mi ha impetrate: dalla vostra intercessione tutte le riconosco. Seguite, Signora mia, ora ad aiutarmi e ad ottenermi la santa perseveranza.



PUNTO III


Poco dopo Gesù lo trovò nel tempio e gli disse: «Ecco che sei guarito; non peccare più, perché non ti abbia ad accadere qualcosa di peggio» (Gv. 5,14).

Si narra nella vita del P. Luigi la Nusa che in Palermo v'erano due amici; andavano questi un giorno passeggiando, uno di costoro chiamato Cesare ch'era commediante, vedendo l'altro pensoso: Quanto va, gli disse, che tu sei andato a confessarti, e perciò ti sei inquietato? Senti (poi gli soggiunse), sappi che un giorno mi disse il Padre la Nusa che Dio mi dava 12 anni di vita, e che se io non mi fossi emendato in questo tempo, avrei fatta una mala morte. Io ho camminato per tante parti del mondo, ho avute infermità, specialmente una che mi ridusse all'ultimo, ma in questo mese in cui si compiscono i 12 anni mi sento meglio che in tutto il tempo della vita mia. Indi l'invitò di venire a sentire il sabato una nuova commedia da lui composta. Or che avvenne? nel sabato, che fu ai 24 di novembre del 1668, mentre stava egli per uscire in scena, gli venne una goccia, e morì di subito, spirando tra le braccia d'una donna anche commediante, e così finì la commedia. 

Or veniamo a noi. Fratello mio, quando il demonio vi tenta a peccare di nuovo, se volete dannarvi, sta in arbitrio vostro il peccare, ma non dite allora, che volete salvarvi; mentre volete peccare, tenetevi per dannato, e figuratevi che allora Dio scriva la vostra condanna, e vi dica: "Che cosa dovevo fare ancora alla mia vigna che io non abbia fatto?" (Is.5,4). Ingrato, che più io doveva fare per te, e non ho fatto? Or via, giacché vuoi dannarti, sii dannato, è colpa tua.

Ma dirai: E la misericordia di Dio dov'è? Ahi misero, e non ti pare misericordia di Dio l'averti sopportato per tanti anni con tanti peccati? Tu dovresti startene sempre colla faccia a terra ringraziandolo e dicendo: "Misericordiae Domini, quia non sumus consumti" (Lam.3). 

Tu facendo un solo peccato mortale, hai commesso un delitto più grande, che se ti avessi posto sotto i piedi il primo monarca della terra; tu n'hai commessi tanti, che se le ingiurie ch'hai fatte a Dio, l'avessi fatte ad un tuo fratello carnale, neppure ti avrebbe sopportato; Dio non solo ti ha aspettato, ma ti ha chiamato tante volte, e ti ha invitato al perdono. "Quid ultra debui facere?". Se Dio avesse avuto bisogno di te, o se tu gli avessi fatto qualche gran favore, poteva egli usarti maggior pietà? Posto ciò, se tu di nuovo tornerai ad offenderlo, farai che tutta la sua pietà si muti in furore e castigo.

Se quella pianta di fico trovata dal padrone senza frutto, dopo l'anno concesso a coltivarla, neppure avesse renduto alcun frutto, chi mai avrebbe sperato che il Signore l'avesse dato più tempo e perdonato il taglio? Senti dunque ciò che ti avverte S. Agostino: "O arbor infructuosa, dilata est securis, noli esse secura, amputaberis". 

Il castigo (dice il santo) ti è stato differito, ma non già tolto, se più ti abuserai della divina misericordia, "amputaberis", finalmente ti taglierà. Che vuoi aspettare, che proprio Dio ti mandi all'inferno? Ma se ti ci manda, già lo sai che non vi sarà poi più rimedio per te. 

Il Signore tace, ma non tace sempre; quando giunge il tempo della vendetta, non tace più. "Hai fatto questo e dovrei tacere?forse credevi ch'io fossi come te! Ti rimprovero: ti pongo innanzi i tuoi peccati» (Sal.49,21). Ti metterà avanti le misericordie che ti ha usate, e farà ch'elle stesse ti giudichino e ti condannino.

 

Affetti e preghiere

Ah mio Dio, povero me, se da oggi avanti non vi fossi fedele, e ritornassi a tradirvi dopo la luce che ora mi date! Questa luce è segno che volete perdonarmi. Mi pento, o sommo bene, di tutte le ingiurie che v'ho fatte, per aver offeso Voi, bontà infinita. Spero al sangue vostro il perdono, e lo spero certo; ma se tornassi a voltarvi le spalle, vedo che meriterei un inferno a posta per me. E questo è quello che mi fa tremare, o Dio dell'anima mia: posso tornare a perdere la grazia vostra. Penso che tante volte v'ho promesso di esservi fedele, e poi di nuovo mi son ribellato da Voi. 

Ah Signore, non lo permettete: non mi abbandonate a questa gran disgrazia di vedermi di nuovo fatto vostro nemico. Mandatemi ogni castigo, ma non questo. «Ne permittas me separari a Te». Se mai vedete ch'io di nuovo avessi ad offendervi, fatemi prima morire. Mi contento d'ogni morte la più tormentosa, prima che di avere a piangere la miseria d'essere un'altra volta privo della grazia vostra. «Ne permittas me separari a Te». Lo replico, mio Dio, e fate ch'io sempre ve lo replichi: «Ne permittas me separari a Te». V'amo, Redentore mio caro, io non voglio più dividermi da Voi: per i meriti della vostra morte datemi un grande amore, che mi stringa con Voi talmente, ch'io non me ne possa più sciogliere.

O Maria Madre mia, s'io torno ad offendere Dio, temo che ancora Voi mi abbandoniate. Aiutatemi dunque colle vostre preghiere; ottenetemi la santa perseveranza e l'amore a Gesù Cristo.




PERDONO E CASTIGO - Sant'Agostino, dal Discorso 83 sulle parole del Vangelo di San Matteo  18, 21-22 :

Si deve perdonare senza trascurare il castigo.

7. 8. Orbene, i ragazzi indisciplinati si mettono a scongiurarci e non vogliono essere picchiati e, quando vogliamo dar loro un castigo, così cercano d'impedircelo dicendo: "Ho mancato, perdonami". Ecco, io perdono, ma quello fa un'altra mancanza. "Perdonami", e io perdono. Ne fa un'altra per la terza volta. E lui: "Perdonami", e io perdono per la terza volta. Ma la quarta volta ormai dev'essere picchiato!

Ma lui: "Ti ho forse dato fastidio settantasette volte?". Se con questa scappatoia rimanesse inerte la severità del castigo, una volta impedito che sia il castigo, infurierà impunita la cattiveria. 

Che si deve fare, allora? Dobbiamo rimproverare a parole e, se è necessario, anche con le busse; ma dobbiamo perdonare le mancanze e allontanare dal nostro cuore la colpa. Ecco perché il Signore soggiunse: di tutto cuore, in modo che, se s'infligge un castigo in virtù della carità, non se ne vada dal cuore la mitezza. 

Chi è più umano d'un medico che porta i ferri da chirurgo? Uno che deve subire un'amputazione piange, ma viene operato; uno che deve subire una bruciatura piange, ma quell'intervento si compie. Questa non è crudeltà, non si deve chiamare affatto crudeltà del medico. Egli incrudelisce contro una piaga affinché sia guarito l'uomo; poiché se la piaga viene accarezzata, l'uomo è rovinato

Vorrei dunque, fratelli miei, farvi queste ammonizioni in modo che amiamo in ogni maniera i nostri fratelli che hanno commesso qualche colpa senza abbandonare dal nostro cuore la carità verso di essi e, qualora sia necessario, diamo il castigo, per evitare che a causa della eliminazione del castigo aumenti la cattiveria e veniamo accusati presso Dio, poiché ci è stato letto questo passo: Quelli che hanno commesso delle colpe rimproverali pubblicamente in modo che anche gli altri ne abbiano timore. 

Certamente se si distinguono le occasioni - e questo è l'unico criterio di verità - e così si risolve la questione, ciò è conforme alla verità. Se il peccato è occulto, rimprovera in segreto. Se invece la colpa è pubblica ed evidente, rimprovera in pubblico in modo che il colpevole si corregga e gli altri abbiano paura.

 

martedì 30 aprile 2024

Allora il Signore disse a Caino: «Dov'è Abele, tuo fratello?»

 L'aborto

«Il sangue di tuo fratello (Abele) mi grida di grido d’evidenzia» (Gen. IV, 10)


"La strage degli innocenti" Guido Reni (dettaglio)
 

... Vattene al ponte Vecchio vostro, e ascolta; udirai il grido grande!

Vattene a' privai (1); vattene alle stalle; vattene ne’ giardini di villa, o di Firenze; vattene in bottega de' barbieri, o degli speziali, o in casa de’ medici; poni l’orecchie giù basso e ascolta, e udirai strida insino al cielo, che gridano: vendetta, vendetta, Iddio! Tanti guai, tanti lamenti che è uno stupore!  

Quali lamenti? D’evidenzia sono questi. Sono le voci de’ fanciullini innocenti gittati giù pel vostro Arno, e giù pe’ vostri privai; e sotterrati per le stalle e pe’ vostri giardini vivi vivi, per sfuggire la vergogna del mondo, e talvolta sanza battesimo; le grida de’ fanciullini morti in corpo dalle madri per forza di medicina, di barbieri, speziali o medici per farle isconciare (2). 

Perdono l’anima e ’l corpo.

San Bernardino da Siena

(1) latrine
(2) abortire


lunedì 8 aprile 2024

"Abyssus abyssum invocat": l'umiltà di Maria ha determinato il Verbo ad incarnarsi in lei

L'umiltà di Maria è una specie di prodigio; in qual senso abbiasi ad intendere questa proposizione

Dio trovò in Maria un’umiltà non mai
prima vedutasi sopra la terra; voglio dire una umiltà congiunta a pienezza di meriti.
Esser umile senza merito, dice san Giovanni Crisostomo, è necessità e non altro; ma essere umile nell’attual possessione di tutti i meriti è prodigio, il quale poi era necessario per la incarnazione. 

L'Annunciazione di Orazio Gentileschi (1623)

Ora questo prodigio visibilmente si pare nella persona di Maria; imperocchè, osservate, l’angelo la saluta piena di grazia: Ave, gratia plena (Luc. 4, 28); ed ella protesta esser l'ancella di Dio: Ecce ancilla Domini. (Id. 38.) 

Se fosse stata solamente piena di grazia, non sarebbe mai divenuta madre di Dio, come ragiona il Crisostomo; ma perchè va fornita dell'una cosa e dell'altra, perchè essendo piena di grazia non tralascia di chiamarsi umile ancella del Signore, mediante l’opera divina è fatta madre di Dio.
 

La umiltà di Maria appare tanto più mirabile quanto che fu esercitata in altissima condizione.

Ecco a parer mio una cosa che maggiormente ingrandisce l'umiltà di Maria, anzi la esalta sopra di tutte. 
L’umiltà, dice san Giovanni Crisostomo, nella abbiezione, l'umiltà nella oscurità di una condizione vile ed abbietta, è virtù comune e popolare; ma l’umiltà nel più eccelso stato è virtù eroica; per la qual cosa Maria merita l'ammirazione non pure degli uomini e degli angeli, ma, per così dire, del medesimo Iddio. Imperciocchè per qual ragione non mi sarà permesso di dire che quegli il quale ammira la fede del Centurione e della Cananea, dovesse vie più ammirare l'umiltà di Maria?
 

Può dirsi che l'umiltà di Maria abbia determinato il Verbo ad incarnarsi.

Maria all’angelo risponde: lo sono l'umile ancella del Signore, tu mi annunzi che debbo essere madre di lui, e questo sarebbe per me un titolo di superiorità; ma bastami quello della mia dipendenza, quelIo della intera sommessione e servitù che gli ho consacrato, e da cui non mi separerò mai! Ecce ancilla, etc. (Luc. 4, 38.) 

Ora ecco il prodigio, ecco, permettetemi la frase, ecco l’opera che finalmente determina îl Verbo di Dio ad escir dal seno del padre, e discendere dal trono della sua gloria fino alla profondità del nostro nulla poichè qui si verificò a punto la parola del regale profeta: L’abisso richiama l’abisso, Abyssus abyssum invocat. (Ps. 44, 8.) 

Mentre che Maria si umilia innanzi a Dio, il Verbo di Dio s’annichila in lei; questo abisso dell'umiltà di una vergine richiama un secondo abisso maggiore, quello cioè dello annichilamento di un Dio. 
Del qual termine lo stesso san Paolo si valse a significar degnamente il mistero di un Dio umanato; Qui cum in forma Dei esset semetipsum exinanivit formam servi accipiens. (Philip. 2, 6, 7.) Questo Gesù Cristo che vi predico, diceva ai Corinti, è quel Dio che s'annichilò di per se, prendendo sembianze di servo, e assomigliandosi all’uomo.


(Il Padre Bourdaloue, primo discorso sopra l'Annunziazione - tratto dal Dizionario Apostolico del padre Giacinto di Montargon)

giovedì 2 novembre 2023

Dal diario di Cleonice Morcaldi, figlia spirituale di Padre Pio

 

Dal diario spirituale di Cleonice Morcaldi
 

Nonostante l’estrema povertà in cui cadde la mia famiglia dopo la morte del mio povero babbo, continuai gli studi a Foggia. Abitavo in una stanzuccia, presso una famiglia povera. Cucinavo da me, quasi sempre riso. La mattina senza colazione. Non assaggiai mai un po’ di latte o una tazzina di caffè. A scuola portavo un pezzo di pane solo. La sera quasi sempre un cardo, quella verdura che ha le foglie spinose. Neppure un pezzo di formaggio arrivavo a comprare con i pochi soldi che avevo. Oggi ancora mi domando: come potevo vivere e studiare con un nutrimento da eremiti?
In quella casa, in più, mancava la luce. Studiavo con le candele che mi mandava lo zio prete. Questo stato di povertà mi accompagnò fino a quando, finiti gli studi, ebbi un posto nelle scuole elementari. A gloria di Dio devo dire che, durante i sei anni che stetti a Foggia, non ebbi né una febbre, né un dolor di testa, né mossi un lamento con qualcuno, né la tristezza o l’abbattimento oppressero mai il mio cuore.
Ero piuttosto allegra e piena di buona volontà, per l’ardente desiderio di aiutare la mia povera famiglia.
Durante la ricreazione, mentre le mie compagne si preparavano a consumare i loro freschi panini imbottiti di salame, io mi appartavo per rosicchiare il pezzo di pane duro e nudo. Non ricordo di avere avuto il desiderio di quelle belle colazioni. Ricordo invece che sentivo vergogna della mia povertà e cercavo di nasconderla.
So che non era virtù ma amor proprio. Non ancora frequentavo la scuola del Padre.
Soffrivo molto la lontananza della mamma. Non andavo in famiglia né a Natale né a Pasqua. La rivedevo solo alla fine dell’anno scolastico.
Fui promossa sempre senza esami, con grande gioia della mamma. Un anno mi assegnarono la borsa di studio. Durante le vacanze il mio divertimento era di cominciare a studiare il programma dell’anno seguente. Di che cosa non è capace la volontà quando «fortissimamente vuole»! E questo sia detto nel bene, come nel male.
A chi io devo tutta l’assistenza e gli aiuti? Non forse a Dio per le continue preghiere del Padre al quale la mamma mi raccomandava? Povera mamma, non aveva altro rifugio su questa terra. Si confessava dal Padre che la confortava tanto e le parlava di Dio Provvidenza.
Mi raccontava spesso che un giorno non ne poteva più, era oppressa da tante tribolazioni e infermità. Andò a piedi al convento per avere una parola di conforto. Ma prima di lei c’era tanta gente in corridoio. Stava per perdere ogni speranza di riuscita e tornarsene a casa, quando vide il Padre sulla soglia della clausura. La gente gli corse vicino.
Il Padre, stendendo il braccio verso mia madre, disse: «Eh! tu... vieni qua!». Tutti si voltarono indietro per vedere questa fortunata e fecero spazio. Dopo che il Padre ebbe benedetto tutti, mia madre lo seguì. Il Padre si sedette in sacrestia e disse: «Beh, che vuoi?». La trattenne a lungo. Se ne tornò a casa piena di conforto e di letizia. 

La prima lettera inviata al Padre 

Nell’ultimo anno di studi, l’anno in cui dovevo diplomarmi, fui presa da grande angustia e abbattimento. Un po’ per la preoccupazione di ottenere buoni voti onde aver diritto al posto; un po’ perché la coda è sempre la più difficile da scorticarsi; e poi, per la nuova legge del passaggio col sette. La materia che mi dava da pensare era la pedagogia scritta. Infatti, al primo tema che svolsi a casa con l’aiuto di una brava insegnante, meritai appena il sei. Cosa potevo sperare svolgendolo in classe, da sola?
Senza perdere tempo chiesi aiuto al Padre, per iscritto. Fu questa la prima lettera che gli mandai. Quale non fu la mia sorpresa e la mia gioia nel ricevere un bigliettino del Padre, scritto da lui; in fondo c’era una piccola macchia di sangue. Le parole erano queste:
«Anima del caro Dio. Non temere: studia con amore e avrai a suo tempo la dovuta ricompensa. Con i professori ce la vedremo io e Dio.
Ti benedico con effusione pari al bisogno e al desiderio di vederti santa
». P, Pio Capp.no.
Non finivo di esclamare durante il giorno: «Un santo che scrive a me! E che voglio più? 
Se la vedrà lui con i professori, altro che raccomandazioni umane
». Ripresi coraggio e 
dissi a me stessa: «Tu fai tutto quello che puoi, e sii pur certa che il resto lo farà il caro 
Padre assieme a Gesù. C’è al mondo un aiuto più sicuro e potente?
».
Ci vuole un grosso volume per narrare tutto quello che ha fatto il Padre per aiutarmi 
in modo miracoloso (e non esagero) presso tutti i professori. Miracoli? Sì, e di quelli grossi. Accenno solo alla pedagogia che era il mio terrore, la mia preoccupazione, la cosa 
più difficile.

Dopo parecchi mesi, sia la professoressa che il direttore, in pubblico e in privato, mi fecero le congratulazioni per i grandi progressi fatti in poco tempo in italiano e pedagogia scritta. Mi dettero un bell’otto in media. La professoressa mi disse pure che meritavo di più, ma che non era consentito darlo in tale materia.
Questi progressi lei li attribuiva alla lettura continua di buoni libri di pedagogia. Io li 
attribuivo al fiume di idee che Padre Pio mi metteva nella mente. Lui dettava e io scrivevo. Tanto è vero che, quando a casa leggevo la brutta copia del tema svolto in classe, restavo meravigliata: «Ma sono idee mie queste?». Mi dispiace non poter raccontare ciò che avvenne nelle altre materie per mancanza di tempo.
Divenni oggetto di lode da parte di tutti i professori; oggetto di ammirazione da parte 
della scolaresca. Mentre prima nessuno si dava pensiero di me, dopo mi circondavano 
di attenzioni e cure.
Mi offrivano pezzi di cioccolato e altri dolcini.
Il mio diploma era brillante. Ottimi voti in tutte le materie. Ne parlò pure il giornale provinciale. Solo Padre Pio sapeva fare queste cose! Solo la sua mano piagata sapeva toccare la mente e il cuore degli uomini e operare meraviglie e miracoli. 

Un giorno mi mandò un’immaginetta con queste parole scritte da lui (l’immaginetta rappresentava il Cuore di Gesù):
«Guarda, egli è l’Onnipotente... ma la sua onnipotenza è umile ancella del suo Amore».
Compresi che tutti gli attributi di Dio sono a servizio del suo Amore. Gli aiuti potenti che Dio, per mezzo del Padre, mi dette in quest’ultimo anno, hanno del meraviglioso. Io li chiamo «scherzi del potente suo Amore». Nel mio caso posso dire che Dio si compiace di sollevare e innalzare i piccoli e i poveri.
Sedevo in un cantuccio dell’aula, tutta rannicchiata, con lo stomaco vuoto; con il  vestito poco decente, con le calze grossolane che la povera mamma lavorava a mano; 
con le scarpe rotte, quieta, quasi muta, perché nessuno si accorgesse di me e scoprisse la mia povertà e miseria. Ma quando il Signore si compiacque di porgermi la sua destra, mi cavò fuori dal cantuccio e mostrò a tutti quello che lui fa a chi confida in lui.
Grande fu la gioia della mamma al ritorno di questa figliuola che aveva fatto parlare di sé anche i giornali. Lei si compiaceva di avere una figlia così brava. Parlava di me alle amiche che venivano a salutarmi. Parenti e amici si congratulavano con lei e con me. 
C’era da montare in superbia. Ma non a me andavano le lodi. Tutto aveva fatto colui che  mi voleva per sé.

Andai dal Padre per ringraziarlo. Mi rispose:
«Ringraziamo Gesù!».
Poi mi disse:
«Così piccola d’anni e di statura vuoi fare la maestra? Ti confonderanno con le  scolarette».
Io sorrisi e gli raccomandai di pregare, perché presto mi affidassero una scuola onde 
aiutare la mia povera famiglia. Me lo promise.

Dopo ansie e sospiri della mia povera mamma, arriva la nomina mia, per le scuole di campagna, come primo passo. Giorno di grande gioia fu per tutta la famiglia e per i parenti che si erano interessati. Presi il foglio della nomina e corsi in convento per ringraziare il Padre. Lo trovai in sacrestia; stava per salire in clausura. Gli bacio la mano e gli dico: «Ecco, Padre, la nomina; ho avuto il posto; grazie delle preghiere, ringraziatelo voi Gesù per me».
Il Padre prese il foglio dalle mie mani, lesse; e poi, senza tante parole, mi disse:
«Va, va, rifiuta questo posto. E che? Vorresti andare in quella campagna ove non passa neppure una corriera? Rifiuta, il Signore provvederà».
Mi mise la mano sulla testa e andò via. Restai come Dio sa! Non sapevo cosa dire, cosa pensare, cosa fare. Né mi decidevo a tornare in famiglia con questa risposta. Una vera doccia fredda! Che dirà la mamma? E i parenti? Dopo tanto pregare, dopo tante raccomandazioni e sacrifici. 


Tempesta in famiglia  


Piena di tristezza e di incertezze, tornai a casa, supplicando la Vergine di venire in mio soccorso. Cosa devo fare, mio Dio? Come affrontare questa tempesta? Come comportarmi? Al Padre voglio obbedire ad ogni costo, a costo di qualunque sacrificio dell’anima e del corpo, e alla mamma non vorrei dare altri dolori. Troppo ha sofferto. 
Solo tu, o mio Dio, puoi conciliare cose opposte e contrarie.
Arrivai a casa. Non avevo la forza di salire le scale. Sentivo il vociare allegro della  mamma e dei parenti che contrastava con l’afflizione del mio animo. Non descrivo la reazione di tutti alla risposta del Padre, né la tempesta che si scatenò su di me in seguito alla mia ferma decisione di ubbidire al Padre. Per finirla, me ne andai in soffitta, sul tetto, che fu sempre il mio rifugio. Un dolore bucava il mio cuore: la grande afflizione della mamma. Aprii il Vangelo e lessi: «Chi ama il padre e la madre più di me, non è degno di 
me»
.
Mi fortificai nel proposito di seguire il consiglio del Padre. Guardai il convento che dal tetto vedevo benissimo, e ringraziai l’Altissimo di averci mandato il Padre. Allora più che mai mi apparve grande: più che profeta, più che santo, l’amico di Dio e l’amico nostro; Gesù stesso, vestito da frate, che è tornato a vivere in mezzo ai figliuoli degli uomini. Sei grande, o Signore, mio rifugio e mio conforto, mio asilo e mia fortezza.
Quando il Provveditore agli Studi passò la mia nomina a un’altra diplomata del mio paese, i miei si indispettirono di più contro di me. La mia arma era il silenzio. Non mi guardavano, né mi rivolgevano parola. Li compativo. Però la loro condotta verso di me cambiò quando seppero dei guai che capitarono a quell’incauta signorina che aveva accettato il posto da me rifiutato. Compresero allora chi era il Padre! Ma non basta.
Il direttore delle scuole mi affidò la scuola serale per adulti, in un’aula attigua alla mia casa. I miei, quasi pentiti e umiliati, cominciarono a parlarmi e a scusarsi del loro comportamento verso di me. Sei grande, o Signore! Sei buono! Ti ho invocato nel giorno della tribolazione, e subito mi hai aiutato! Sei stato sempre il mio rifugio e il mio
soccorso.
Si è forse limitato a questo l’aiuto del Padre? Egli mi disse:
«Ricordati che chi obbedisce non fallisce, chi obbedisce canta vittoria».


lunedì 23 ottobre 2023

San Bernardino da Siena: Non prenderti una croce più grande di quanto tu possa portare

San Bernardino da Siena -  Prediche volgari sul Campo di Siena 1427 

Dalla Predica 27 (in lingua corrente)


Disse Cristo: «Tollat crucem suam, et sequatur me", prenda la sua croce, e mi segua». Non sarebbe tua quella croce, se tu non la potessi portare. La ragione è che Dio non odiò mai una cosa fatta da lui, perchè lui ci diede l'esempio di quello che dobbiamo fare. « Nichil odisti, Domine, eorum que fecisti. Signore, tu non hai odiato mai nessuna delle cose che hai fatto.» 

Egli vuole ed è contento del fatto che l’uomo castighi la sua carne; ma non vuole che l’uomo s’amazzi. Infatti disse Paolo: «Morientes, et ecce vivimus. Morendo noi ai mondo, e vivendo con la volontà di far penitenzia», (...) in modo  che possiate dire con il profeta Davide: «Fortitudinem meam ad custodiam; Signor mio, io custodirò la mia fortezza». 

Dunque, fa’ sì di metterti a fare cose da cui possa uscire con onore. Caricati tanta soma, quanta ne puoi portare: ciò  che può fare uno,  non lo potrà fare un altro. Ce ne sono di  quelli che non possono mangiare se non una volta al giorno: volendosi abituare a mangiare di più, morirebbero in poco tempo. Non ti voler mettere a far così tu: non voler mai fare cose estreme. In ogni cosa si dovrebbe prendere la via del mezzo. O tu che ti sei deciso a non bere vino, guarda a quello che fai. Vuoi far bene? Fatti consigliare, e agisci secondo quanto ti viene consigliato da un uomo buono e discreto. Se tu chiedessi un consiglio a me, io ti direi che tu ne bevessi pure, ma  temperato coll’acqua; e quell'altro che non vuole mangiare carne, doh, attento che tu non sia ingannato da chi t'ha dato quel consiglio! 

Non fidarti così leggermente: fatti dare consigli da più persone, e che siano di valore. Prendi consiglio da coloro che sono esperti in queste cose, che sanno il dritto e rovescio: quelli  ti sapranno consigliare bene. Noi abbiamo uno nostro dottore che disse così, dando consigli per vivere bene. Disse che se uno avesse fatto o volesse fare  penitenza, che prenda la croce in modo che, se dovesse vivere cento anni, la potrà portare, perseverando, sempre. Presa questa decisione, se anche vivesse solamente otto giorni, se ne va poi al volo alla vita eterna. Non volerne prendere una tanto pesante e aspra, da perderci la vita. 

Oh, questo è il grande pericolo! Ce ne sono stati molti che sono voluti andare alla vita eterna in un passo ed un salto; e molte volte sono impazziti. (...)

Donne, o donne, perché questo toccò già a me di avere  questo fervore, io ve ne posso dire qualche cosa: e vi vengo a dire il primo miracolo che io abbia mai fatto, che fu ancor prima che io fossi frate. 

Mi venne voglia di vivere come uno angelo, non dico come uno uomo. «Deh, state a udire, che Dio vi benedica!». 

Mi venne l'idea di volere vivere d’acqua e d’erbe, pensai di andare a stare in uno bosco, e cominciai a dire tra me e me: «Che farai tu in un bosco? Che mangerai? », Rispondevo così tra me e me, e mi dicevo: « Bene, farò come facevano i santi padri: io mangerò dell’erba quando avrò fame, e quando avrò sete, berò dell’acqua». 

E così decisi di fare; e per vivere secondo Dio, decisi anche di comprare una Bibbia per leggere ed una tunica da tenere addosso. E comprai la Bibbia, e andai per comprare un cuoio di camoscio, perché non passasse l’acqua al di dentro e non si bagnasse la Bibbia. E col mio pensiero andavo cercando dove io mi potesse riposare, e decisi di andare a vedere fino a Massa; e quando ero nella valle di Boccheggiano, andavo a osservare quando questo poggio quando quell’altro; quando in questa selva, quando in quell’altra; e andavo dicendo da me e me: «Oh, qui starò bene! Oh, qui anche meglio!». 

In conclusione, non andando dietro a ogni cosa, me ne tornai a Siena e decisi di cominciare a provare la vita che volevo vivere. E me ne andai qua fuori dalla Porta a Follonica, e  incominciai a cogliere una insalata di lattuga e altre erbucce, e non avevo né pane né sale né olio; e dissi: « Cominciamo per questa prima volta a lavarla a raschiarla, e poi la prossima volta, solamente la rischieremo senza lavarla; e quando ne saremo più abituati, noi la faremo senza pulirla, e  poi la mangeremo senza coglierla». E nel nome di Gesù benedetto cominciai con un boccone di insalata, e,  messala in bocca, cominciai a masticarla... Mastica, mastica..., questa non poteva andare giù. Non potendola inghiottire, io dissi: «Cominciamo a bere uno sorso d’acqua». Ebbene: l'acqua se ne andava giù; e l'insalata rimaneva in bocca. In tutto, bevvi parecchi sorsi d’acqua con uno boccone di insalata, e non la potei inghiottire. 

Sai che ti voglio dire? Con un boccone di insalata mi tolsi ogni tentazione; che certamente mi rendo conto che quella era tentazione. Questa (ndr: l'ingresso nei frati minori) che è seguita poi, è stata un'elezione, non tentazione, Oh, quanto si deve soppesare, prima di seguire certe  decisioni che talvolta risultano molto cattive, mentre parevano tanto buone! Perciò disse san Bernardo: «Non semper credendum est bone voluntati. Non bisogna sempre credere alla buona volontà, no». 

- O i santi antichi, come al tempo dei santi padri, come facevano? Pure vivevano d’erbe.-

Io ti rispondo: «Distingue tempora; et concordabis scripturas». Distingui i tempi. Sai quante cose fecero i santi, che tu non potresti fare? 

- O il santo Francesco, come fece, che digiunò. quaranta giorni e non mangiò mai? - 

Lui l'ha potuto fare, non lo potrei fare io. E ti dico che io non voglio proprio farlo; e non vorrei che Dio me ne desse la voglia. Così ti dico di san Pietro; non sai che camminò sull’acqua, come si cammina sulla terra??! Io non mi ci metterei  a farlo! 

Dunque, non voler fare quello che pensi già che non potresti fare; che se anche tu lo volessi fare, ne morresti. Pensa  se il contadino mettesse la soma all’asino, maggiore di quanto non la possa portare: lo scorticherebbe: e se glielo vuol mettere, devi  metterglielo nel luogo dove esso ha la forza. Se glielo mettesse sul collo, lo scorticherebbe; e così se glielo ponesse sulla coda: mettendoglielo in mezzo, lo potrà portare. Allo stesso modo, non vedi come sarebbe pericoloso cavalcare un puledro brado senza la briglia e senza la sella? Chi salisse su un puledro sfrenato, senza sella, mette a rischio di pericolo ambedue allo stesso tempo. 

Per cui disse san Giacomo nella sua epistola al terzo capitolo: «Potest etiam freno circumducere totum corpus. Si autem equis frena in ora mittimus ad consentiendum nobis, et omne corpus illorum circumferimus». Il fervore è un cavallo difficile da controllare: e perciò dico che la regola è un ottimo modo per domare questo cavallo perché fu ordinata per mettare un freno proprio a questi fervori; e quando sono così domati, si possono far saltare, trottare, andare di passo lento e veloce, secondo la necessità.

mercoledì 4 ottobre 2023

Il Cantico delle Creature: bellezza e utilità del creato


I modelli più diretti per il Cantico di san Francesco sono due passi della Bibbia.

Il primo, e più evidente, è per l’appunto il Cantico di Daniele: qui le creature naturali sono chiamate una per una a «benedire il Signore», a partire dagli esseri celesti (sia inteso come elementi del cosmo, come il sole, la luna, le stelle; sia come esseri spirituali che si immaginava vi dimorassero, come gli angeli), per passare agli elementi climatici (il vento, le nubi, il freddo...), alle realtà geologiche (le colline, i monti, i mari, i fiumi...), ai vegetali, agli animali ed agli esseri umani. 

Uno schema molto simile si ritrova nell’altro grande modello biblico del Cantico francescano, ossia il Salmo 148, in cui analogamente gli esseri creati vengono invitati a «lodare» il Signore. «Salmi» e «cantici» fanno parte della liturgia cristiana, oltreché della preghiera ebraica: li si ritrova nella celebrazione eucaristica, incuneati all’interno della Liturgia della Parola, ma, soprattutto, costituiscono l’ossatura principale della Liturgia delle Ore. Traendo origine dall’esortazione paolina ad «ammaestrarsi... rendendo lode... con salmi, inni e cantici spirituali», questa preghiera biblica prevede la recitazione di componimenti poetici di origine biblica che esprimano il sentimento di devozione nel suo riallacciarsi ad una tradizione millenaria. La Liturgia delle Ore è storicamente legata a scelte di vita consacrata o religiosa, e quindi particolarmente vicina, direi caratterizzante, nella vita degli ordini religiosi. (...)
Poesia e bellezza divengono di per sé una forma di preghiera, in modo non dissimile da quanto sosteneva anche sant’Agostino. San Francesco perviene anche a trovare un delicatissimo equilibrio tra questa bellezza formale e la propria opzione preferenziale per i poveri e per la povertà. Comporre una poesia «bella», la cui forma estetica sia a sua volta preghiera, non deve infatti diventare un «filtro» che permetta il passaggio solo di coloro la cui formazione culturale permette l’apprezzamento (o anche solo la fruizione) di tale bellezza. Ne consegue la scelta di utilizzare il volgare, la lingua dei poveri e degli incolti, per nobilitarla e dimostrarne le capacità estetiche: anticipando quanto farà Dante nella Commedia, Francesco intuisce le possibilità estetiche e sociali della poesia in volgare e ne esalta la bellezza mentre ne apprezza l’utilità. 

Così come gli affreschi di molte chiese avevano la funzione didattica di divenire la biblia pauperum, la «Bibbia dei poveri», ossia degli illetterati e di coloro che non potevano accostarsi direttamente ai testi sacri, così tramite la bellezza della poesia (come dell’arte figurativa) e la comunicabilità del volgare (come della descrizione per immagini) Francesco perviene anche ad una forma di predicazione e catechesi attraverso la preghiera stessa (unendo quindi altri due aspetti che spesso, ancorché erroneamente, sono posti in antagonismo, ossia la contemplazione e l’attività apostolica). 

Come si diceva, per san Francesco non c’è antinomia (opposizione) tra bellezza ed utilità. Il sole, ad esempio, è lodato per la sua bellezza, e la sua «funzione», apparentemente, è soprattutto quella di essere un simbolo efficace di Dio; ancor più evidentemente, l’unica mansione della luna e delle stelle è di «essere belle». È stato fatto notare, probabilmente in modo corretto, che luna e stelle, le prime creature di genere femminile evocate nel Cantico, sono gratificate di aggettivi simili a quelli del linguaggio d’amore, e che la posizione dell’aggettivo «clarite» potrebbe essere un’allusione alla figura di santa Chiara. In tal caso, benché l’interpretazione possa essere altamente discutibile, è suggestivo immaginare il ruolo delle monache clarisse come finalizzato alla contemplazione pura ed avulsa da attività e preoccupazioni pratiche.

Per quanto concerne «sora acqua», [...] i valori sono collegati direttamente alla sostanza stessa. Questa lode non implica alcun verbo esprimente azione a «sor acqua». Non le si riconosce alcun compito specifico. Il suo valore consiste nel suo stesso essere. Ciò appare particolarmente significativo, per due motivi: innanzi tutto poiché, come si diceva, non vi è opposizione tra bellezza ed utilità, ed una cosa può essere «utile» anche solo essendo ciò che è, essendo semplicemente bella, così come una cosa può essere bella anche semplicemente assolvendo al proprio compito, alla propria funzione, essendo unicamente utile; in secondo luogo, perché rivela probabilmente anche una concezione sincera, rispettosa e verace del rapporto uomo/donna, in cui l’altro non è un oggetto da «conquistare», da sottomettere, da «possedere» (non a caso molte volte si indica con questi termini di «proprietà» l’unione sessuale), ma un’alterità con cui entrare in dialogo, con infinito rispetto e delicatezza

A differenza di quanto viene percepito normalmente dall’uomo contemporaneo, per il quale la bellezza e l’attività artistica sono spesso fini a se stesse, e quasi in opposizione ad ogni concetto di utilità, nella concezione biblica e cristiana, come accennato, non vi è contrasto fra ciò che è bello e ciò che è utile. La coscienza della finalità di ogni cosa, del fatto che ogni realtà possiede uno scopo e si inserisce armoniosamente, ancorché talora misteriosamente, in un quadro complessivo il cui disegno forse ci è ancora ignoto ma della cui esistenza non dubitiamo, permette di considerare ogni essere creato come «cosa buona». La finalità delle cose può essere infatti più o meno trasparente, così come la loro bellezza; in un’ottica di fede, tuttavia, né l’una né l’altra vengono messe in dubbio, poiché il disegno divino sull’esistente prevede una ricomposizione del reale da cui venga rivelata la bellezza di ogni cosa, in quanto concorrente alla formazione della bellezza globale del creato, e l’utilità di ogni cosa, in quanto concorrente al piano di redenzione divino

Così, nella Genesi gli esseri creati sono posti al servizio dell’uomo; e anche nel Cantico francescano il sottolineare la funzione degli elementi del creato non ne sminuisce la bellezza, bensì ne costituisce un ulteriore elemento di pregio (l’acqua «è multo utile», il fuoco serve ad illuminare la notte, la terra «produce diversi fructi» ecc.).(...)

È interessante, inoltre, rilevare come san Francesco sia particolarmente attratto dalle tematiche connesse alla luce: come in Daniele, il Cantico loda il sole (ed il «iorno»), ma, a differenza del modello biblico, la notte non è associata alla lode universale. In un’ottica che ha molti punti di contatto con la filosofia agostiniana, il buio, come il male, non è una creatura: il primo è l’assenza della luce (quindi un non-essere), il secondo un’assenza di bene. Così, san Francesco esalta la luna, le stelle ed il fuoco, che della notte sono le luci; non viene menzionata, invece, la notte in quanto tale. 

Potrebbe stupire, a questo proposito, l’apparentemente incoerente inclusione di «sorella morte», che potrebbe essere definita come non-vita. In realtà, la morte come non-vita è quella che san Francesco chiama «la morte secunda», la dannazione, l’eterna non-vita e non-amore. La morte del corpo è vista come varco verso la vita eterna, ed il (provvisorio) disfarsi dell’involucro di carne è quasi solo un «effetto collaterale», per così dire.

Da non tralasciare, inoltre, l’altra fonte biblica che possiamo identificare come immediata ispirazione di alcune strofe del Cantico, ossia il cosiddetto «Discorso della montagna» (o «delle beatitudini») tenuto da Gesù e riportato dai Vangeli: a loro volta, dal punto di vista formale (e, parzialmente, anche da quello del contenuto), le beatitudini (e le maledizioni di Lc) si rifanno ad un genere letterario già ampiamente presente nella letteratura biblica (in particolar modo nei libri profetici). 

Nel caso del Cantico delle Creature, troviamo dapprima una (doppia) beatitudine che si riferisce all’accettazione serena della sofferenza ed al perdono delle offese: si potrebbe vedere in questa duplicità un riflesso del doppio comandamento che costituisce la vera base della religiosità giudaico-cristiana. 

Così come l’amore verso Dio e quello verso il prossimo compendiano la legge (cfr. Mt 22,34-40), allo stesso modo accettare la sofferenza significa amare Dio anche quando il suo piano salvifico comprende qualcosa di penoso o doloroso, e perdonare le offese significa amare il prossimo anche quando diventa sgradevole, malvagio od insolente. Significativo come sant’Agostino sintetizzi, come sempre in modo efficacissimo, la profonda correlazione che lega l’atteggiamento di lode nei confronti della bellezza (della vita, del creato...) espresso nelle prime strofe del Cantico di san Francesco con quello di accettazione degli aspetti che ci sembrano negativi: "Sarai nel giusto, quando in mezzo ai beni che [Dio] ti procura, chi ti colma di piacere è lui, e in mezzo ai mali che subisci, Dio non ti è gravoso". 

La seconda beatitudine del Cantico dei Cantici si riferisce invece alla condizione dell’uomo al sopraggiungere della morte: vengono detti beati coloro che si troveranno «nella volontà di Dio», mentre si compiangono e deprecano coloro che rifiuteranno la salvezza divina. Anche in questo caso c’è un ben preciso paradigma evangelico, modellato sulla scena del giudizio universale proposto in Mt 25,31ss. In modo analogo, san Francesco perviene a vedere una bellezza ed un’utilità trascendenti anche in ciò che sembra meno bello e più assurdo, privo di senso, ossia la morte.

(Chiara Bertoglio "Per Sorella Musica - San Francesco, il Cantico delle Creature e la musica del Novecento")


Diventare figlio spirituale di Padre Pio

 


Tanti ancora oggi domandano: “Come si diventava figlio spirituale di P. Pio?”

In genere nessuno si sentiva di dirsi suo figlio nello spirito, se prima non veniva da lui accettato. Perciò se ne faceva esplicita richiesta al Padre.

A volte anche chi era già da tempo sotto la sua guida spirituale si premurava di ottenere la formale assicurazione del Santo. 

Lucietta Pennelli, di S. Giovanni Rotondo, fin dal tempo della prima comunione ha cominciato a confessarsi da P. Pio, che la curava come un fiorellino. Diventata giovanetta, un giorno, in cui una persona innanzi a lei aveva chiesto al Santo di essere ammessa tra i suol figli, disse: «Padre, prendete pure me come figlia spirituale?». «E finora di chi sei stata figlia?», rispose sorridendo P. Pio. Se, dunque, il Santo si era preso la responsabilità di portare a Dio un’anima, questa ormai gli apparteneva. 

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Poteva poi capitare che qualcuno dall’atteggiamento del Padre percepisse che egli l’aveva ammesso nella sua grande famiglia. Rino Girolimetti da tempo scendeva da Catelfidardo a S. Giovanni Rotondo per confessarsi da P. Pio. Lo fece anche nell’estate 1968, qualche mese prima della morte del Santo; ma aveva avuto dalla banca, presso la quale lavorava, solo qualche giorno di permesso.

Avendo incontrato sul Gargano un amico di Ancona, che attendeva il turno della confessione, lo pregò di fare il cambio del numero di prenotazione. Fu accontentato dall’altro volentieri, ed in giornata si confessò dal Padre.

Il Santo, che lo aveva sempre accolto benevolmente, al termine della confessione, nel congedarlo, gli strinse con una certa energia il braccio e gli disse: «Vai ora..., figlio mio!».

Rino, che in quel tocco aveva avvertito come se l’amore paterno di P. Pio gli stesse penetrando dentro, nel sentirsi appellato col nome di “figlio”, fu preso da profonda commozione. E, mentre si allontanava dal confessionale, scoppiò in un pianto dirotto.

L’amico gli corse incontro preoccupato e gli chiese il motivo di quelle lacrime.

«Mi ha chiamato figlio!», rispose Rino. E piansero insieme.

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Normalmente però il Padre imponeva un periodo di noviziato o di verifica. Pina Patti, dopo che nel 1956, cominciò a confessarsi con una certa regolarità da P. Pio, una volta gli disse: «Padre, io mi sento vostra figlia spirituale, ma ora voglio precisare se lo sono in realtà».

Ed il Padre: «Non ti voglio, non ti accetto».

Avendo capito che il Santo esigeva da lei un comportamento del tutto virtuoso, subito aggiunse: «Padre, io mi propongo di diventare più buona».

P. Pio replicò: «Prima devi realizzare veramente il proposito».

La povera signora, man mano che il tempo passava, sì accorgeva veramente che sarebbe stata un’impresa per leì rimanere nel programma impostole da P. Pio. Ed un giorno gli manifestò la sua preoccupazione: «Padre, io non credo di riuscirci da sola ad essere buona, per diventare sua figlia spirituale».

Ed il Santo: «Adesso ti dico di sì».

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Una giovane donna durante un mese di maggio, trovandosi a S. Giovanni Rotondo, spinta dalla sua madrina che le era accanto, chiese a P. Pio se accettava entrambe come figlie spirituali. Il Padre rispose: «Prima correggetevi, poi sarete mie figlie spirituali».

Tornata a casa cominciò a pensare seriamente su quale punto della sua condotta dovesse fissare l’attenzione per emendarsi. Una notte fece un sogno nel quale P. Pio le indicava il suo difetto predominante.

Per un mese, tutto giugno, si impegnò a correggersi e pregò tanto il Signore, perché il Santo l’accogliesse nel numero dei suoi figli. Dopo di che si recò di nuovo sul Gargano e consegnò a p. Pellegrino un biglietto con la sua rìchiesta, fatta anche a nome della madrina.

La risposta del Padre, le giunse sempre tramite il fedele compagno del Santo. Diceva: “P. Pio ti accetta come figlia spirituale, purché ti comporti da buona cristiana”. La risposta era al singolare però: l’altra rimaneva esclusa.

Suor Carmelita Mannella gli chiede: «Posso diventare sua figlia spirituale?». Ed il Padre le rispose di sì. «E che debbo fare?», domanda lei. P. Pio: «Essere fervente cristiana, fervente religiosa».

Alma De Concini rivolse al Santo la stessa preghiera. E P. Pio: «Va bene, ma guarda che devi essere buona».

«Mi aiuti lei», replicò Alma.

Ed il Santo. «E va bene, va bene!».

Gli disse ancora quella brava figliola: «Pregate per me per la famiglia: sono tutti vostri figli».

«Pregherò, pregherò», rispose il Padre con dolcezza, “con una voce che non sembrava umana — dice lei — , ma angelica”. 

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M. G., che già aveva penato per ottenere l’assoluzione dal Padre, racconta.

“Volevo diventare figlio spirituale di P. Pio, ma anche per questo l’anticamera fu lunga. Un giorno glielo chiesi e mi rispose: «Se sei degno di Gesù, ti accetterò».

‘È una parola’, dissi tra me. E rimasi in attesa. Dopo un anno circa, rifeci la domanda. Ed il Padre: «Vediamo come ti comporti».

Ancora attesa, dunque. E nella vigilanza più assoluta. Ricordo che una volta una donna mi tentò; in quell’istante mi venne in mente P. Pio, e subito la respinsi.

Finalmente ottenni quanto desideravo da anni, nell’agosto 1968, un mese prima che il Padre morisse. Mentre ero in albergo, fui chiamato da un amico: «Se vieni subito, Mario di Padova può accompagnarti dal Padre».

Corsi immediatamente: mi ritrovai solo innanzi a P. Pio. Seduto nella veranda sulla sedia di vimini, «Padre gli dissi: mi accetta come figlio spirituale?».

Ed egli: «Sì, ma non mi far fare brutte figure!».

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Con un modo tutto particolare il Padre dà il suo assenso ad Ennio Staccioli che ci dice:

“Ho chiesto a P. Pio di diventare figlio suo spirituale. Mi ha messo la mano sul capo ed è rimasto in silenzio per circa 40 secondi, tanto che io pensavo che non avesse capito la mia domanda. Poi ha detto: «Va bene, ma stai attento a non farmi scomparire».

Ho sperimentato la sua protezione per tutta la vita, Ho fatto altri due milioni di chilometri, facendo il rappresentante farmaceutico, ed ho avvertito sempre la sua presenza al mio fianco”.

La scelta nell'ambito del mistero

Le risposte del Padre potrebbero sembrare dettate da una buona e santa spirituale saggezza alla cui base c'è l'esigenza da parte del Santo di vedere, in chi chiede di diventare figlio spirituale, certi requisiti di idoneità, come per esempio l'impegno di vivere una vita veramente cristiana. Ma, se esaminiamo le due testimonianze che seguono, accostandole, ci accorgiamo che il consenso o il diniego di P. Pio di ammettere qualcuno nella sua grande famiglia fa parte di un disegno misterioso.


Una signora nel 1941 venne a S. Giovanni Rotondo nella speranza di ottenere tramite l'intercessione del Sunto la grazia di diventare mamma, Ebbe una bambina e dopo 23 anni si ripresentò al Padre, chiedendo di accettare la sua creatura come figlia spirituale.

P. Pio rispose: «Le persone che non conosco non le posso né accettare, né rifiutare» 

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Ben diverso e del tutto singolare è il modo con cui Sauro Volpe di Viareggio venne a far parte della famiglia del Padre. Così egli racconta:

“Ero un acceso comunista, cellula propagandista e mangiapreti. L'unico sacerdote a cui rivolgevo la parola, ma solo per punzecchiarlo, era un francescano, p. Coppi, che come me, andava in bicicletta: a volte facevo finta di volerlo mettere sotto. Mia moglie era religiosissima, ma io non le impedivo di praticare la chiesa.

Una notte, primo venerdì di settembre 1958, sognai un frate: la mattina, svegliatomi, mi meravigliai un poco, ma non ci feci caso né fissai nella memoria quello che mi disse. E di ciò non ne parlai ad alcuno.

Il venerdì successivo, secondo del mese, rifeci lo stesso sogno, ma al mattino fissai nella mente le parole del frate: «Vieni a trovarmi». Anche questa volta però non dissi niente di quanto mi era capitato.

Il terzo venerdì ci risiamo: sogno di nuovo il frate con la barba, che ancora una volta mi diceva: «Vieni a trovarmi». AI mattino raccontai tutto a mia moglie, che mi consigliò di parlarne con p. Coppi, cosa che io non feci: immaginarsi se io potevo farlo!

Finalmente al quarto venerdì nei miei sogni ci fu ancora quel frate, che prendendomi per le braccia e scuotendomi mi disse: «Hai capito che devi venire a trovarmi?».

Al mattino, dopo aver parlato con mia moglie, decidemmo di recarci da p. Coppi, il quale appena mi vide disse: «E che è? Vuoi farmi cadere la chiesa in testa?».

Io gli spiegai tutto ed alla richiesta di quaiche indicazione mi disse: «Potrebbe trattarsi di P. Pio».

«Dov’è, che ci vado in bicicletta?», gli dissi.

E lui mi rispose che il viaggio era lungo, perché il cappuccino abitava in Puglia, sul Gargano.

Decisi di partire e mi informai sul come fare per arrivare laggiù. Passò un po’ di tempo prima che mettessi in atto il proposito, ma quel frate non mi venne più in sogno.

Dopo un mese esatto dall’ultima visione partii con una lettera di presentazione del p. Coppi. Arrivato a S. Giovanni Rotondo, mi recai in convento, ma mi accorsi che incontrare P. Pio non era così facile. Il padre cappuccino, a cui consegnai la lettera, indicandomi un operaio che era sul sagrato — si stava per finire la chiesa nuova —, mi disse; «Vedi quello lì. Ora sale in convento, seguilo. Può darsi che ti vada bene».

Io lo seguii. Arrivati nel corridoio del convento, mi chiese che volessi. Gli dissi che desideravo vedere P. Pio. «Adesso è in preghiera nel coro; quando uscirà, passerà di qui. Questa è la sua stanza», rispose.

Rimasi in attesa per quasi un’ora. Sentii poi un rumore di passi e di voci, e sul fondo del corridoio apparve P. Pio: veniva verso di me, e mi sembrava un gigante che mi sovrastava e mi guardava con i suoi grandi occhi.

Mi trovai in ginocchio dinanzi a lui, che mi disse: «Ah, finalmente sei venuto!». Gli baciai la mano e mi licenziò.

Uscito dal convento, appresi che il mezzo migliore per parlare con lui era quello di prenotarsi per una confessione. Misi il nome sul registro e rimasi in attesa.

Arrivato il giorno del mio turno, mi accostai al confessionale; e P. Pio: «E dove sei stato finora, nel bosco?».

lo non risposi una sola parola. Aggiunse: «Ritorna fra un mese».

Rimasi frastornato c disorientato. Mentre mi allontanavo, incontrai un frate, che si accorse del mio stato di disagio e mi confortò. Mi spiegò che P. Pio voleva la mia conversione, portandomi ad un confessionale, mi fece un accurato esame di coscienza.

Partii e ritornai a casa, rimanendo in attesa che passasse quel mese che sembrava non finire mai. Intanto cominciai a frequentare la chiesa di p. Coppi, ma mettendomi sempre in fondo e cercando di non farmi notare per paura delle reazioni dei compagni di partito.

Un giorno il frate francescano mi chiamò, invitandomi a passare il cestino per raccogliere la carità durante la messa: veramente mi pareva che la chiesa mi crollasse addosso. Ma mi vinsi. Tutti ormai sapevano del mio cambiamento.

Passò finalmente quel mese benedetto e scesi a S. Giovanni Rotondo, in pieno inverno, con un freddo incredibile.

Quando mi accostai al confessionale, P. Pio mi guardò sorridendo e disse: «Ah, adesso vai a Messa!?». Mi confessai e mi diede l’assoluzione.

Scesi altre volte per incontrare il Padre. Alla terza confessione gli chiesi: «Padre, posso considerarmi vostro figlio spirituale?».

E lui: «Sicuro! Allora perché ti avrei chiamato?!».

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Per leggere in una certa luce chiarificatrice le scelte del Padre, è bene tener presente quanto egli ha confidato a Cleonice Morcaldi, e cioè che nel giorno della sua prima messa iI Signore gli ha fatto vedere la moltitudine di tutti quelli che lo avrebbero avvicinato.

Ci domandiamo: il Padre ha visto in particolare i singoli suoi figli?
Tante figlie spirituali, interrogate sull'argomento, hanno risposto affermativamente.

lunedì 31 luglio 2023

Commento di Sant'Agostino al Salmo 128

Contro i nemici di Sion
129 Canto delle ascensioni.

Dalla giovinezza molto mi hanno perseguitato,
- lo dica Israele -
dalla giovinezza molto mi hanno perseguitato,
ma non hanno prevalso.
Sul mio dorso hanno arato gli aratori,
hanno fatto lunghi solchi.
Il Signore è giusto:
ha spezzato il giogo degli empi.

Siano confusi e volgano le spalle
quanti odiano Sion.
Siano come l'erba dei tetti:
prima che sia strappata, dissecca;
non se ne riempie la mano il mietitore,
né il grembo chi raccoglie covoni.

I passanti non possono dire:
«La benedizione del Signore sia su di voi,
vi benediciamo nel nome del Signore».


DISCORSO DI SANT'AGOSTINO AL POPOLO


Nella Chiesa ci sono buoni e cattivi.

1. Il salmo che abbiamo cantato è breve e quindi ha una certa analogia con quanto nel Vangelo è scritto a proposito di Zaccheo, personaggio piccolo di statura ma grande nelle opere [buone] 1. Potremmo anche pensare a quella vedova che offrì due spiccioli nell'erario del tempio: piccola la somma ma grande la carità 2

Così è questo salmo: breve per il numero delle parole, grande per il contenuto. Non potrà comunque intrattenerci troppo a lungo, cioè fino ad annoiarci. Perché? Lo immagini la vostra intelligenza e prestatemi l'attenzione solita nei cristiani [maturi]. Che la parola di Dio risuoni, opportuna o importuna, a chi vuole e a chi non vuole ascoltarla! Di per se stessa poi saprà trovarsi il posto: saprà trovarsi dei cuori in cui riposare e della terra dove germogliare e produrre frutto. 

Ci sono purtroppo - è cosa risaputa - molti cattivi e molti perversi, e la Chiesa sino alla fine dovrà portarne il peso. Son coloro per i quali la parola di Dio è inutile: se cade su di loro, è come il seme calpestato sulla strada o beccato dagli uccelli; o come il seme caduto in terreno sassoso, dove, non avendo terra sufficiente, non può mettere radici e appena spuntato fuori viene seccato dal calore del sole; o come il seme caduto fra le spine, il quale, sebbene attecchisca e cerchi di liberarsi e uscire all'aperto, tuttavia viene soffocato dalla quantità delle spine. 

Analogamente ci son di quelli che disprezzano la parola di Dio, e costoro sono come una strada; altri ne godono per un po' di tempo ma all'arrivo della prova si disseccano, bruciati, per così dire, dal sole; altri finalmente son presi da pensieri, preoccupazioni e angustie mondane, e queste son come spine, spuntate dalla radice dell'avarizia, che soffocano la semente ormai in germoglio. C'è però anche la terra buona, nella quale il seme cade e produce il [suo] frutto: dove il trenta, dove il sessanta e dove il cento per uno. 

Son tutte quelle persone che, abbiano prodotto o poco o molto, andranno a finire nel granaio 3. Ci sono quindi di tali cristiani; e noi parliamo per loro, per loro parla la Scrittura, per loro non cessa l'annuncio evangelico. Ma che anche gli altri ci ascoltino! Ascoltando, se oggi sono così domani forse potranno essere diversi; forse cambieranno condotta, areranno il terreno divenuto strada, lo libereranno dalle pietre, ne estirperanno le spine. Ci parli dunque lo Spirito di Dio! Ci parli e ci faccia udire il suo canto. Risuoni la sua melodia tanto se noi siamo disposti a ballare quanto se non lo siamo. Voglio dire che, come chi balla muove le membra al ritmo di una melodia, così chi si uniforma al comandamento di Dio è uno che balla, cioè adatta le sue opere al suono [della voce celeste]. 

A questo proposito, cosa dice il Signore nel Vangelo a proposito di certuni che non vollero fare così? Vi abbiamo suonato la musica e voi non avete ballato; vi abbiamo cantato un lamento e voi non avete pianto 4

Inizi dunque la sua melodia! Noi abbiamo fiducia nella misericordia di Dio che ci saranno di quelli che ci consoleranno. 

Quanto agli altri, gli ostinati, coloro che s'induriscono nel male e che, pur ascoltando la parola di Dio, mettono ogni giorno lo scompiglio nella Chiesa, son proprio coloro di cui parla il nostro salmo, che comincia come segue...

mercoledì 15 febbraio 2023

"I frutti del mio orto" (Santa Caterina da Genova)

Dal un libro del 1784 (che si trova gratuitamente su google play), intitolato Direttorio Ascetico in cui s'insegna il modo di condurre le Anime per le vie ordinarie della Grazia alla perfezione Cristiana. (Tomo secondo), leggiamo a pag. 213:

Il vero umile, dopo che è caduto nei peccati, non si maraviglia, non s'inquieta, perché, essendo fondato nella cognizione della sua fiacchezza, sa che di altri germogli non è capace la terra maligna del suo cuore.

Si pente bensì, non tanto pel male che ha fatto a sé, quando pel disgusto che ha dato a Dio: e, nel tempo stesso stesso, quietamente si umilia, dicendo (come in tali casi diceva Santa Caterina da Genova): questi sono i frutti del mio orto. Se voi, Signore, non mi reggeste col vostro braccio onnipotente, altro male farei. Non vi è scelleratezza in cui non mi andassi tosto ad immergere.

Non dà in diffidenze ma si abbandona nelle braccia della divina bontà e va ripetendo con cuore aperto: spero certo che farò con la Vostra grazia ciò che non posso per la mia debolezza: ed in questo modo piglia animo dalle sue istesse cadute a camminar più veloce l'arringo della perfezione.