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giovedì 12 ottobre 2023

Sinodalità vuol dire camminare tutti insieme: ma con Cristo

In un commento del 3 agosto 2023 pubblicato sul sito web dell'Esarcato greco-cattolico, il vescovo Manuel Nin, esarca apostolico della Chiesa greco-bizantina cattolica in Grecia, ha espresso diverse preoccupazioni sull'assemblea generale del sinodo cattolico del 4-29 ottobre 2023.

 


Alcune riflessioni sulla sinodalità 

Da tempo nella Chiesa cattolica si parla molto di sinodalità. Questa viene presentata e soprattutto vissuta (forse in assenza di una chiara chiarificazione del suo significato ma forse anche in assenza di un reale indottrinamento) come un luogo, uno spazio, dove tutti possono esprimersi su tutto, anche proporre argomenti e opinioni, che sono solitamente lasciati al diritto esclusivo del vescovo di Roma, eventualmente anche di colui che presiede un sinodo ecumenico. La sinodalità… una Chiesa sinodica… Inoltre, nel 2023 si terrà a Roma un sinodo generale dei vescovi sulla sinodalità, e questo non è né uno scherzo né un semplice gioco di parole.

Ho provato a riflettere un po' su questo tema, partendo dalla richiesta di Papa Francesco che tutta la Chiesa approfondisca e rifletta con il popolo di Dio su questo tema (della sinodalità), che sembra che solo ora, oggi, scopriamo quanto fondamentale e vitale è. Ma mi chiedo: ne comprendiamo profondamente il senso e il significato? Qualcuno si è addirittura appropriato della frase attribuita, in precedenza, a un vescovo catalano degli inizi del XX secolo, e ha coniato la nuova frase: "La Chiesa sarà sinodica o non sarà una Chiesa".

La mia riflessione, senza grandi pretese, parte dal fatto che molte volte, negli ultimi mesi, ho sentito dire, anche da persone di riconosciuta competenza: «Voi in Oriente avete sempre avuto la sinodalità. Mentre noi in Occidente, forse…”. Ma di quale sinodalità stiamo parlando? Quando si afferma che: "...voi in Oriente avete sempre avuto la sinodalità...", non c'è pericolo di malinteso quando, guardando alle Chiese orientali, si confonde il termine sinodalità con il collettivo episcopale? Quest'ultimo, in Oriente, è associato all'esercizio dell'autorità, al ministero pastorale, al servizio all'interno delle Chiese cristiane che si svolge nell'assemblea dei vescovi appartenenti a una Chiesa particolare ed è retto da un patriarca, un arcivescovo o un metropolita . Le decisioni, all'interno di queste Chiese, vengono prese dall'assemblea dei vescovi (quasi sempre chiamata "sinodo" o talvolta "consiglio dei gerarchi"), appartenenti a una Chiesa orientale. Il Sinodo è convocato dal suo presidente, in vista delle designazioni episcopali e di altre importanti decisioni, nel corso del cammino cristiano che i pastori intraprendono per il bene dei loro credenti, a livello spirituale e materiale.

Naturalmente, questo esercizio di ministero/servizio/autorità nelle Chiese orientali ha certamente una dimensione sinodale in quanto le decisioni prese a livello pienamente collettivo appartengono al sinodo dei vescovi, inteso come riunione dei vescovi insieme al loro superiore: Patriarca, arcivescovo o metropolita. Pertanto in Oriente, e per ciascuna delle Chiese, si parla di un percorso del sinodo dei vescovi in ​​modo collettivo. Tuttavia, riprendendo il filo dall’inizio, se l’Occidente intende la sinodalità come un luogo o un momento in cui tutti, laici e clero, agiscono insieme per arrivare a qualche decisione ecclesiastica, dottrinale, canonica, disciplinare, qualunque essa sia... beh, diventa chiaro che tale sinodalità non esiste in Oriente.

Negli ultimi mesi, nelle nostre Chiese, soprattutto in Occidente, si sono formati gruppi di riflessione, formati principalmente, ma non solo, da laici, per discutere esattamente cosa è e cosa dovrebbe essere la sinodalità. Questi pensieri, che si svolgono a livello parrocchiale, dovranno poi essere presentate a livello diocesano, poi a livello di conferenze diocesane, poi a livello del Sinodo Generale a Roma, per giungere infine alla sommità del colle o piramide (metaforicamente equivalente) per essere consegnate al Papa. In questo modo, potremmo essere coinvolti in un’ascesa collettiva piuttosto che in un cammino insieme. Ma per arrivare dove? a che scopo? Lascio aperte le domande. Del resto, sappiamo bene che quando un gruppo di persone raggiunge la vetta di un luogo, molti altri "compagni" con cui hanno iniziato, possono essersi fermati o lasciati da parte lungo il percorso perché il loro sforzo per andare avanti si è rivelato insufficiente.
A livello biblico cito solo due testi. Nel Vangelo, in Giovanni 14,6, troviamo la conferma di Gesù: "Io sono la via, la verità e la vita...". Poi, in Atti 9:2, Saulo usa il termine "il sentiero" in riferimento alla sequela del Signore e del Suo Vangelo. Allora seguire Gesù, essere e vivere come cristiani, significa vivere finalmente come “congregati” e questo avviene già dal momento del nostro battesimo. Camminiamo tutti come Chiesa di Cristo in un cammino che facciamo insieme come cristiani, certo, ma la domanda che dovrebbe e dovrebbe porsi fin dall'inizio è questa:  “viaggio con chi?.

La parola "sinodo" deriva direttamente dal greco e significa "camminare con...". Ma ciò che è importante e direi fondamentale, che va chiarito subito per non distorcere la nostra riflessione sulla sinodalità, è il significato e l'oggetto reale della preposizione greca “sin”. Non si riferisce al “processo” ma a “qualcuno” con il quale esso viene portato avanti e portato a termine. Il senso del Sinodo non è quello del “tutti insieme”, ma piuttosto quello del “io cammino con”. È l'oggetto o la persona "con" la preposizione "sin" ci collega e ci unisce. Non si riferisce al cammino, né a noi cristiani, laici, preti, vescovi. Questo "sin", questo "con", questa preposizione greca collega noi cristiani e ci conduce a una Persona che è Cristo. Occorre quindi fare una prima precisazione: non si tratta di un cammino del “tutti insieme” ma piuttosto di un “tutti insieme con Cristo. Non dimentichiamo che questo con Cristosi completa nella Chiesa, la quale si nutre e vive dei doni preziosi del suo prezioso Corpo e Sangue.

Inoltre, va sottolineato chiaramente che la sinodalità in tutte le Chiese cristiane, siano esse orientali o occidentali, non può essere una “copertura” che ci mostra al mondo moderno, ma anche tra di noi, come se fossimo una moderna repubblica occidentale, parlamentare possibilmente, dove tutti possono dire qualsiasi cosa e parlare di tutto. La vita delle Chiese cristiane non è mai stata una forma di democrazia in cui tutti decidono tutto in base alle regole della maggioranza. E non si trattava di una tale democrazia, non dimentichiamo che nei parlamenti i deputati vengono eletti e, quindi, sono rappresentanti di coloro che li hanno eletti. 

Quale sinodalità ritroveremo in Occidente? Una sinodalità come modo di vivere, direi, in Oriente e in Occidente. La vita dei cristiani, infatti, è ed è sempre stata un cammino “sinodico”, un cammino con Lui, insieme a Cristo Signore che è Lui stesso la via, la verità e la vita. Approfondire oggi, confrontarsi e parlare di comunione, non è certo una buona occasione che potrebbe farci interrogare sul modo in cui camminiamo con gli altri. Già dal nostro battesimo camminiamo con Cristo nella Chiesa, e questo è importante sottolinearlo. Ma dovrebbe essere il punto a partire dal quale riportare alla ribalta nella  nostra vita cristiana Colui, il Signore Gesù Cristo, con il quale camminiamo come cristiani.

Per tutti noi cristiani – orientali o occidentali – la via sarà la nostra come membra del Corpo di Cristo presso il Signore, o se volete, la Sua via con noi. Rilancio un tema presente negli Aforismi dei Padri e attribuito a Sant'Antonio Magno: ...quelle impronte nella sabbia del deserto, che Antonio credeva sue, ad un certo punto scopre, lui e noi con lui, che non appartengono a lui ma a Colui che cammina accanto ad Antonio e che lo sostiene nei momenti di debolezza. A Colui che è sempre al nostro fianco, al Signore risorto e vivente che è in mezzo a noi. E citando Antonio Magno, ricordo qui la vita monastica in Oriente e in Occidente, come modello di questa comunione a cui mi riferivo: guidati dal Vangelo, con l'insegnamento dell'Abate e degli anziani spirituali, camminiamo tutti con Cristo alla ricerca di Dio. Ancora una volta, la vocazione monastica può aiutarci a comprendere una realtà fondamentale nella vita cristiana.

Ricordo la bella edizione del cardinale Giacomo Biffi, arcivescovo di Bologna dal 1984 al 2003, pubblicata negli anni del grande Giubileo del 2000, che il cardinale di Bologna intitolò "Identikit del Festeggiato". È un testo che si riferisce a Lui, che è stato e deve essere al centro delle celebrazioni giubilari. Già da allora il grande cardinale italiano metteva in guardia dal pericolo di mettere in secondo piano o addirittura dimenticare Colui che era l'unico motivo del giubileo, la causa principale, l'unico destinatario, il Celebrato. A mio avviso, ho attribuito correttamente il ruolo della preposizione greca "sin" da cui con il sostantivo “odos” (strada) nascono i termini “sinodo” e “sinodalità”, e ho chiarito chi è il vero compagno di strada in questa sinodalità. Non c'è altro da aggiungere.

Nient'altro; L'ultima e fondamentale domanda a cui bisognerebbe aggiungere e dare risposta sarebbe: "che cos'è allora la sinodalità?". L’occasione non ci consente di fare o proporre nuove e imponenti definizioni, ma partendo dalla filologia che i Padri della Chiesa hanno sempre utilizzato come strumento per il loro catechismo e la loro mistagogia, propongo di guardare alla sinodalità (e agli altri termini che derivano da esso: sinodo, sinodo) come cammino di tutti noi che siamo stati battezzati in Cristo, ascoltando il suo Vangelo, celebrando la nostra fede, ricevendo la sua grazia nei sacramenti anche attraverso i nostri fratelli. Un cammino sicuramente insieme, guidati e accompagnati talvolta per mano, o anche portati sulle spalle dei nostri pastori, seguendo le orme di Colui che è la via, la verità e la vita.

C'è un altro aspetto della mia breve riflessione che non voglio affatto trascurare, che ho solo accennato all'inizio e che ripeterò qui solo come conclusione. Vale a dire, poiché siamo chiamati a porre al centro dell'interesse dei cristiani (clero e laici) la sinodalità, una sinodalità che, se non viene sufficientemente chiarita nel suo significato, rischia di essere intesa solo come “parlamentarismo cristiano” che ci permetterebbe di esprimere opinioni su tutti e su tutto, rischiamo di proporre e costruire, permettetemi l'espressione, un'ecclesiologia "piramidale" del Corpo di Cristo che è la Chiesa, e di dimenticare, o almeno di marginalizzare, un'altra prospettiva che ritengo fondamentale . Questa prospettiva fu al centro delle preoccupazioni ecclesiastiche già durante la seconda metà del suo regno ventesimo secolo e rimane una questione aperta di riflessione. È un punto critico (punctum dolens) anche oggi e si riferisce al collettivo episcopale in materia di amministrazione e vita della Chiesa. Sono consapevole, però, che questo costituisce un altro caso di lavoro, un altro capitolo, importante quanto la stessa sinodalità, di cui si parla tanto, cioè è una questione che ci porterebbe a una riflessione, che non andrebbe oltre solo queste poche pagine, ma anche l'attuale situazione ecclesiastica. Ho toccato questo argomento all'inizio della mia riflessione sui concili delle Chiese orientali, e lo lascio esattamente così come è stato affermato.

"Sinodo", "cammino con Cristo". Questo è il filo conduttore della mia riflessione. Senza pretese ma anche senza mai dimenticare Colui, il Signore che era, che è e che sarà il vero, l'unico compagno di strada di tutti noi, come membra del Suo Corpo che è la Chiesa. Per non dimenticare mai l'identità del celebrante (Identikit del Festeggiato).


+ Padre Emmanuel Nin
Esarca Apostolico

mercoledì 11 ottobre 2023

Riflessioni sul Sinodo dalla Nigeria: ci deve essere una sinodalità nel tempo e nello spazio

LETTERE DAL SINODO – 2023: #3 

A cura di Xavier Rynne II

6 ottobre 2023

Si prega di cliccare sul link e di visitare il sito da cui è  stato tratto e tradotto questo contributo

RIFLESSIONI SUL SINODO DALLA NIGERIA 

Padre Anthony Akinwale, OP (*)

Padre Anthony Akinwale, pagina Ordo Predicatorum

(...) La teoria dello sviluppo della dottrina di San John Henry Newman si regge su due piedi, vale a dire, permanenza e immutabilità della dottrina, e nuovi modi di comprendere, interpretare e formulare la dottrina immutabile.
Allo stesso tempo, Newman prevedeva la possibilità di malintesi, interpretazioni errate ed erronee riformulazioni della dottrina immutabile.
Per questo motivo contrapponeva gli sviluppi autentici alle corruzioni della dottrina.
Per cogliere questa differenziazione, presenta sette note o caratteristiche di un autentico sviluppo della dottrina, la prima delle quali è quella che chiama “conservazione del suo tipo”. 

Spiegando questa prima nota di sviluppo genuino, Newman scrisse:

Ciò è facilmente suggerito dall'analogia della crescita fisica, la quale è tale che le parti e le proporzioni della forma sviluppata, per quanto alterate, corrispondono a quelle che appartengono ai suoi rudimenti. L'animale adulto ha la stessa struttura che aveva alla nascita; i giovani uccelli non diventano pesci, né il bambino degenera nel bruto, selvatico o domestico, di cui è per eredità signore. (Saggio sullo sviluppo della dottrina cristiana , cap. 5, sezione 1.1)

È stato detto più e più volte che questo Sinodo non intende cambiare la dottrina. Allo stesso tempo, occorre dire che qualunque cosa venga detta o proposta in questo Sinodo deve rispondere a questa esigenza di conservazione della tipologia.
Le disposizioni e le azioni pastorali non devono essere viste come fuori sintonia con la dottrina. Non possiamo fare affidamento su Newman senza il Canone vincenziano sul quale Newman stesso ha fatto affidamento.  

La sinodalità non deve allontanarsi dalla dottrina apostolica. Ci obbliga a camminare nella tradizione apostolica.
Fu per tenerci lontani dal camminare insieme ma lontani dalla tradizione apostolica che Vincenzo di Lerino presentò il suo famoso Canone che rivelava [che] la dottrina apostolica è “quod semper, quod ubique, quod ab omnibus. 
La dottrina rivelata è quella che è stata sostenuta sempre, dovunque e da tutti.
Nel trattare ciascuna delle cosiddette questioni scottanti di questo Sinodo, la domanda di fondo è: si adatta alla descrizione di ciò che è stata ritenuta dottrina apostolica sempre, ovunque e da tutti? La risposta può essere solo “sì” o “no”. Sono domande che richiedono risposte chiare.

I pastori sono maestri della dottrina apostolica, non maestri di dottrine da loro inventate, né fautori o portavoce di ideologie in contrasto con la dottrina apostolica. Il loro esercizio del ministero pastorale implica ricevere, preservare e trasmettere la dottrina apostolica senza distorcerla.

La saggezza di Vincenzo di Lerino offre un monito a questo riguardo. Ha scritto:

"Custodisci questo deposito [della fede]. Ciò che ti è stato affidato e non ciò che hai inventato: questione non di ingegno, ma di apprendimento; non di adozione privata, ma di tradizione pubblica; ciò che hai ricevuto e non ciò che hai pensato. Tu non sei l'autore ma il tutore, non un insegnante ma uno studente, non il fondatore ma un seguace. Custodisci questo deposito. Preservare il dono della fede cattolica. Preservarlo da violazioni o adulterazioni. Ciò che ti è stato affidato conservalo in tuo possesso e lascia che ti sia trasmesso. Hai ricevuto oro, restituisci oro. Non sostituire una cosa con un'altra. . . . Insegnalo così come ti è stato insegnato. E mentre ti esprimi in modo nuovo non dire cose nuove". (Comunitorio, n. 53)

Papa San Giovanni XXIII distingueva tra la materia immutabile della dottrina e il modo mutevole di insegnarla.
Ma nella preparazione del Sinodo sulla sinodalità, si sentono voci di coloro che vogliono cambiare sia la questione che le modalità – o cambiare la questione cambiando le modalità.
È un tentativo di abbracciare la teoria dello sviluppo della dottrina di Newman ripudiando il Canone vincenziano. La conseguenza non può che essere il ripudio di entrambi. Perché non può esserci Newman senza Vincenzo, né Vincenzo senza Newman.  

Questo Sinodo dovrebbe camminare insieme nella tradizione e non lontano dalla tradizione.
Se i pastori sono maestri, non devono fare pastorale senza dottrina, non devono esercitare la volontà senza l'intelletto. Non possiamo amare veramente senza essere sinceri nell’amore. 

Sembra che l’attuale clima di antipatia verso l’intelletto abbia generato un inclusivismo del tipo “tutti sono i benvenuti”. Tutti sono benvenuti nella Chiesa.
Ma non tutti gli invitati accettarono l’invito. Alcuni, come il giovane ricco, “se ne andarono tristi” (Mt 19,22).
L’imperativo del pentimento e l’invito al discepolato vanno di pari passo. Infatti, se vogliamo seguire la cronologia del vangelo di Marco, l'imperativo “pentiti” fu pronunciato da Gesù prima dell'imperativo “seguimi” (Marco 1:14–17).
Il discepolato ha un costo. La Chiesa, come il suo Signore, deve essere onesta con coloro che sono invitati, coloro che vuole includere, facendo loro sapere che il discepolato ha un costo. È l’imperativo dell’onestà evangelica.

Non siamo i primi a vedere la Chiesa come sinodale. Il capitolo ottavo della Lumen Gentium del Concilio Vaticano II descrive appropriatamente la Chiesa come una “Chiesa pellegrina”, una Chiesa in cammino verso la perfezione escatologica. In questo senso la Chiesa è sinodale. La sua sinodalità è espressione della sua natura di comunione.
Nel suo cammino nella storia deve lasciarsi guidare dalla Parola di Dio nella Scrittura e nella tradizione.
Deve tenere presenti le parole del Salmista: «Lampada per i miei passi è la tua parola» (Sal 119,105). Si tratta di sinodalità con la Parola di Dio, con la sua conservazione e trasmissione che ne preserva il tipo. 

Questa è sinodalità con il passato. Dobbiamo camminare insieme a coloro che prima di noi hanno interpretato la dottrina apostolica. Gli insegnanti di dottrina devono considerare la tradizione cristiana come un dialogo che va avanti da oltre due millenni.
Dobbiamo camminare con coloro che hanno iniziato la conversazione prima del nostro arrivo. Questa è la sinodalità nel tempo.

Oltre alla sinodalità nel tempo, deve esserci anche la sinodalità nello spazio. In termini concreti, deve esserci anche una sinodalità con le Chiese locali in Africa e nel Sud del mondo, le cui voci sono state soffocate dalle voci di alcune Chiese locali nel Nord del mondo nella preparazione di questo Sinodo.
Il Sud potrà parlare? Il Nord ascolterà il Sud?
Anche in questo caso, abbiamo domande che richiedono risposte “sì” o “no”. Se non si risponde positivamente a queste domande, la sinodalità rischia di ridursi a uno slogan.


(*) Fr. Anthony Akinwale, OP, è un illustre studioso domenicano, recentemente insignito del titolo di Magister in Sacra Theologia ( “Maestro di Teologia” ) dal suo Ordine. Attualmente è professore di teologia sistematica e filosofia tomistica presso l'Università Dominicana di Ibadan, nello stato di Oyo, in Nigeria.

lunedì 18 settembre 2023

Il Vescovo Crepaldi ad Assisi: i cattolici non possono collaborare con chi sostiene aborto ed eutanasia

Riflessione con cui il vescovo emerito di Trieste, Giampaolo Crepaldi, ha introdotto i lavori del convegno “Le tavole di Assisi” tenutosi ad Assisi il 9 e 10 settembre 2023.
 

Io credo che dobbiamo fare questo sforzo di illuminare di verità e di speranza l'azione dei cattolici in questa nostra società italiana. Con una certezza interiore: che la fede nella azione di Cristo Salvatore, unitamente al corretto uso della nostra ragione, che deriva da Cristo Creatore,  non hanno perso la capacità di illuminare e animare in senso pieno la nostra azione nella società. Dobbiamo essere convinti di questo: se non abbiamo questa convinzione, non andiamo da nessuna parte.

Si pensa oggi che l'azione del cristiano nella vita pubblica possa essere solo indiretta, ossia che debba passare attraverso  gli strumenti e le vie della laicità oppure che debba adoperare, senza trascenderlo, il criterio della persona, il cosiddetto personalismo.
Il cristiano, si pensa, per quanto riguarda la costruzione della società nelle sue strutture politiche e nelle sue leggi, dovrebbe far fare ad altri, e tutt'al più, animare la coscienza di tutti.
Constatiamo oggi le difficoltà e i pericoli di una simile impostazione: il cristianesimo si riduce ad agenzia di animazione civica, l'agire morale è  considerato autosufficiente, possibile senza la luce e il sostegno religioso; la fede si riduce a buone pratiche sociali che alla fine è sempre il potere di turno a stabilire.

Io credo invece, ed è  la proposta che vi faccio, che bisogna recuperare la convinzione che il cristianesimo e la Chiesa intervengono direttamente nella vita sociale, non per sostituirsi ad altre competenze distinte e legittime, ma per orientare l’intera vita pubblica verso la sua vera finalità ultima, che è quella trascendenteBisogna recuperare l’idea, insegnataci anche da Benedetto XVI, che Quaerere Deum, cercare Dio, ha dirette conseguenze sociali in quanto non è possibile dissodare le terre incolte della vita sociale senza aver prima dissodato le nostre anime.

Alla accumulazione culturale va accompagnata l'accumulazione spirituale, altrimenti rischia d'essere inefficace o sterile. Questa è una questione molto importante: in fin dei conti i veri profeti e quelli che sono decisivi alla fine sono i santi.

Concediamo troppo al naturalismo e pensiamo che il mondo non abbia bisogno del Cristo della fede ma eventualmente solo del Cristo della ragione, per poi scendere progressivamente anche da quel livello ed arrivare al Cristo dell’etica mondialista e quindi al Cristo della coscienza individuale. 
Con questo esito, il discorso del cristianesimo nella società è  finito.
O il cristianesimo e la Chiesa hanno qualcosa di proprio e di unico, insisto su questi due aggettivi, oppure finiscono ad essere una delle tante opinioni che vociferano nel baccano quotidiano impropriamente elevato a pubblico dibattito.
Ma se invece il cristianesimo e la Chiesa hanno qualcosa da dire nella pubblica piazza di proprio e di unico, ne deriva che i cattolici non possono collaborare con tutti, perché non possono darsi da fare indifferentemente per tutto. Scriveva Benedetto XVI che “Cristo accoglie tutti ma non accoglie tutto”. 

Sono consapevole di evidenziare un aspetto delicato e controverso nella Chiesa di oggi… 
A me sembra però  che sia ancora valido quanto stabilito da Benedetto XVI nel suo Motu proprio  sul servizio della carità  dell' 11 novembre 2012, dato che l'impegno pubblico della Chiesa anche attraverso i laici è espressione della carità, la quale non può essere però in contrasto con la liturgia e con la dottrina. 

Il documento riguardava le attività di associazioni legate giuridicamente alla Chiesa ma anche di realtà autonome giuridicamente ma che si avvalgono del titolo di cattoliche, ma anche dei singoli fedeli impegnati  nella vita pubblica. In essa si dice che non è lecito collaborare con altre realtà sociali  le cui finalità  sono in contrasto con i principi cristiani, né è  possibile accettare finanziamenti; e anche si diceva che il vescovo deve vegliare su tutto questo.
Non era ritenuto possibile collaborare nella lotta all'Aids con società  che proponevano la contraccezione; così  oggi non dobbiamo ritenere opportuno  collaborare con associazioni che pur avendo alcuni obiettivi positivi nella loro agenda, però  lottano per promuovere l'aborto e il suicidio assistito.
Non basta concordare nominalmente sulla questione ambientale per collaborare con tutti quanti se ne occupano e vi si impegnano. Si rimane negativamente colpiti, per fare un esempio, da quante realtà cattoliche facciano oggi propria, senza alcun discernimento, l’agenda ONU per il 2030...
Ricordo che il cardinal Martini aveva richiamato nel 2007 i cattolici italiani a non collaborare e a non finanziare più  Amnesty International dopo la sua dichiarazione di voler promuovere l'aborto.

Se prendiamo per esempio il campo della morale, vediamo che oggi si tende a dire che l’intelletto non può pretendere di vedere con la propria luce la “forma” di una azione, così come non può vedere la “forma” delle cose. La trascuratezza degli insegnamenti della Fides et ratio e della Veritatis splendor ha conseguenze piuttosto negative. Cosa sia la forma specifica dell’adulterio, per esempio, oggi tende a non essere più chiaro, né la questione della conoscibilità certa degli assoluti morali (negativi) è ritenuta importante.  Si ritiene che queste categorie conoscitive siano astratte e impediscano di entrare nel vissuto delle persone. Nel caso dell'adulterio si dice che esso non esiste, ma che esistono solo le singole persone, che dopo il divorzio si sono riposate, o comunque unite more uxorio; si dice che ogni singola situazione andrebbe considerata in se stessa, e non alla luce di una normativa ritenuta "teorica" e astratta.
Si dice che bisognerebbe entrare nella vita delle persone e includere senza giudicare e senza valutare, solamente  per accompagnarle.

Certamente l'azione pastorale deve incontrare l'altro e gli altri, ma se ciò  non viene fatto alla luce della verità, non si tratta mai di un vero incontro.

Trattare caso per caso conduce al  Nominalismo, una filosofia compatibile con altre confessioni  cristiane, ma non con quella cattolica.
Il nominalismo finisce per dirci che la realtà  non ha una sua strutturazione veritativa interna, non esprime nessuna sapienza creatrice e non contiene nessun ordine finalistico.
Nominalismo e agnosticismo ci dicono di agire senza prima pensare. Oggi sono molto presenti tra i cattolici e gli uomini di Chiesa, talvolta senza la necessaria consapevolezza, e li rende disponibili alle avventure anche le più strampalate. Evidenzia anche una certa “liquidità” dell’essere cattolici nella società, in un attivismo magari frenetico ma improduttivo. L’”agnosticismo cattolico” è alla base dell’oblio dei “principi non negoziabili”, di cui ci parlava Benedetto XVI, che parlavano di vita, famiglia, libertà di educazione, ponevano dei paletti alla politica; questo oblio assolutizza la politica permettendole di fare tutto e, nello stesso temo, la svilisce, perché la rende cieca; e a una politica del genere la dottrina sociale della Chiesa non ha più  nulla da dire.

La mia impressione da vescovo e da osservatore, meglio: da osservatore come vescovo, è che il cerchio si stia stringendo e che gli spazi di libertà per il cattolico siano sempre più esigui fino a scomparire. Man mano che la secolarizzazione procede a grandi passi, aiutata nei suoi effetti distruttivi dalla nuova mondializzazione del nichilismo illuminato, la pattuglia dei cattolici impegnati nel sociale espressamente e senza mezzi termini alla luce della Dottrina sociale della Chiesa intesa come annuncio di Cristo nelle realtà temporali e non come semplice umanesimo vagamente solidarista e fraterno, si riduce di numero. Siamo di fronte ad una convergenza operativa molto coerente di molti centri di potere. Nessun ambito ne rimane esente.
Non c'è una precisa cabina di regia, ma tutti questi soggetti parlano la stessa lingua, tutti mirano a una società  mondialista fondata sulla tecnologia e su una morale minimamente e ambiguamente umanistica post veritativa, post naturale  e, naturalmente, post cristiana.
L'unità di queste forze è data dalla loro cultura comune dell'illuminismo post moderno.

La domanda a questo punto si fa seria: a questa pressione coerente e coesa che vuole la distruzione della natura e della soprannatura, i cattolici, laici e uomini di Chiesa, si adeguano o tentano di opporsi? Per opporvisi servono le idee, oltre che le mani, con il che torniamo a quanto ripetutamente detto sopra: il cristianesimo e la Chiesa hanno qualcosa di proprio e di unico da dire al mondo. Se non lo fanno, o se lo fanno non come dovrebbero farlo, non rimarranno neutrali in un mondo a sé, ma saranno penetrati da altre idee che con le proprie non hanno niente a che fare.

Io sono convinto che negare il conflitto è  il modo migliore per perderlo.
A questa riappropriazione di ciò  che la Chiesa ha da dire di proprio e di unico, è  legato anche il destino dell'unità tra di noi: se recupereremo solo alcuni suoi spezzoni, se non andremo fino in fondo, se avremo paura di non essere più  graditi e interloquiti, allora rimarremo divisi, e sappiamo che "omne regnum in se ipse divisum  desolabitur".