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domenica 9 giugno 2024

Lettere del Card. Giuseppe Siri ai suoi sacerdoti

Brevi estratti dal libro PATERNITÀ SPIRITUALE DEL CARD. GIUSEPPE SIRI 
Lettere personali ai suoi sacerdoti (1946-1987)
Ed. Cantagalli


AL LETTORE

Il 2 maggio 1989 chiudeva gli occhi a questa esistenza terrena il Cardinale Giuseppe Siri [vescovo di Genova dal 1946 al 1987].

Dei 99 scatoloni contenenti i suoi scritti, sono state pubblicate parte delle lettere che il Cardinale era solito scrivere ai suoi sacerdoti, in particolare quelle per l’initio muneris [inizio dell'apostolato sacerdotale].

Queste lettere rivelano la premura del Vescovo per i suoi preti, la sua delicatezza, la sua paternità, la sua profonda conoscenza delle anime e delle situazioni. Tali lettere sono edificanti per tutti: mostrano intelligenza, intensa spiritualità, animo pastorale unito a grande pazienza.

Terminato di riflettere sulle pagine che compongono questo testo, nel lettore si saranno formate due convinzioni:

- quando il Cardinale, nella sua esistenza terrena, era in mezzo a noi, dietro a un'immagine austera e rigorosa, nel suo cuore nascondeva pudicamente sentimenti teneri e affettuosi;

- il suo episcopato si può considerare un’epoca tra le più luminose e feconde per il calore e la certezza della fede che sapeva comunicare, per la concretezza della carità cristiana, per la capacità di rispondere alle interpellanze dei tempi, non con cedimenti o mimetismi, ma attingendo al patrimonio inalienabile della verità. 

Il mistero della Comunione dei Santi ci offre questa certezza: il nostro “antico” Arcivescovo, nella sua ininterrotta conversazione celeste, prega per l'amata Chiesa di Genova affinché resti fedele al Signore Gesù di sempre!

Genova, 1° novembre 2023 Solennità di Tutti i Santi

(Dalla prefazione di Mons. Mario Grone)


 


Genova, 25 dicembre 1959


Mio caro Don Pedemonte,

oggi, Natale, ho pregato per te. Questo vale l'augurio: accoglilo collo stesso animo col quale ti è porto. 

Vengo a trattenermi alquanto con te, perché penso che trascorso il primo periodo della tua esperienza sacerdotale meglio posso darti alcuni consigli, che vorrei ti accompagnassero sempre nella vita. 

Sei nel momento in cui si soffia il vetro e tutte le impronte o modanature diventano dirimenti per il futuro. Se vuoi che la tua vita abbia il massimo di merito, il massimo di fecondità operativa, il minimo di dolori inutili, lasciala sempre guidare dalla umile ed interiore obbedienza. 

Questo è il segreto della maggior benedizione di Dio, del maggiore aiuto suo nelle difficoltà nostre e della più intensa e corroborante pace e gioia interiori. Tu sai che i portatori della obbedienza di Dio sono persone e fatti. Tra i primi ci sono tutti i tuoi Superiori dai più vicini ai più lontani, nei secondi ci sono le Leggi e i casi della vita indicatori di quello che Dio dispone. Vorrei che questa impronta ben profonda conferisse alla tua vita in ogni momento e nelle più disparate circostanze il criterio della saggezza calma, operante, invincibile. 

Ciò non accadrà senza luce e la luce è la pietà. Sai benissimo che cosa significhi questa parola. Lascia io ti ricordi che più faraì Operando se più avrai preparato pregando. 

E della preghiera la maggiore è quella mentale, ossia la meditazione.
Vorrei anche dirti che per mantenere nella tua pietà quell'aspetto quasi umano di confidenza e di afflato, devi darle una grande impronta Eucaristica e alimentarla col molto tempo speso, quanto e quando puoi, davanti al Santissimo Sacramento. 

Se vuoi avere intero il merito di quello che fai, abbi nel cuore il sufficiente distacco anche dalle persone che diventano oggetto del tuo apostolato ed abbi sempre la direttiva di volgerle piuttosto a Dio che non di legarle a te stesso. 

Qui si ha veramente quella elevatezza di ministero che lo difende da ogni strettezza ed egoismo e che permette anche il massimo di concordia con confratelli e collaboratori. 

Sai anche che un sacerdote ha bisogno, più di tutti gli altri, delle virtù dette di relazione (che sono la umiltà, la pazienza, la generosità, la sincerità ed infine la carità). Infatti egli è il “viaggiatore di Dio”, egli deve allacciare rapporti per stringere legami tra le anime e Dio, deve agire su di loro, deve elettrizzarle, etc. Senza doti di relazione, che quando non si hanno naturalmente sono magnificamente supplite dalle virtù acquisite, il sacerdote diventa un torsolo a mercato finito. 

Nelle doti di relazione, vi sono particolari, che possono parere minuscoli e che invece sono decisivi, anche perché a realizzarli occorrono delle virtù sostanziali. Eccone alcuni, che raccomando molto alla tua attenzione: non parlare mai male di nessuno, non incitare mai altri a far pettegolezzi con noi, sforzarsi di giudicare sempre bene anche contro le apparenze, ben sapendo che è meglio se mai sbagliare qualche volta per eccesso che per difetto, non alimentare mai la animosità di nessuno. 
Tu conquisterai molte volte l’anima di coloro che, anche non meritandolo, avranno avuto il dono di un tuo giudizio buono tollerante e paterno. 
A dire tutto questo mi spinge l'ambiente pure nel quale tu vivi oggi, perché [...] ha una storia lunga dove il pettegolezzo e la chiacchera hanno parti maggiori che altrove e dove la pace ha dovuta essere tutelata più che altrove, anche se oggi le cose volgono decisamente al meglio.

Tu hai particolari doti nel lavoro colla gioventù: fa che si sviluppino sempre nella linea di una maggiore spiritualità e interiorità. Noi dobbiamo preparare dei Santi e delle Tempre per il domani della Chiesa e non solamente delle fronde verdi da adornare in modo effimero qualche parata e qualche palcoscenico. 

Per il tempo in cui tu dovrai rimanere costì, breve o lungo che sia, guarda di essere sempre una cosa sola col tuo Parroco.

Non posso escludere che questo consiglio possa a chiunque in qualche momento costare, ma l’amore di Dio ti fornirà la energia necessaria ad osservarlo, ben sapendo che le cose noi si fanno per superiori motivi. La Santa Vergine, figlio mio, ti conduca per mano sempre! 

In qualunque momento trovassi qualche difficoltà, ricordati che al tuo fianco ci sono io. Incoraggio e benedico cordialmente.

+ Giuseppe Card. Siri



Genova, 15 aprile 1959

Mio caro Prevosto,

ricevo la Sua lettera [Sacerdote anziano ha difficoltà a lasciare la parrocchia, in cui è da 34 anni - NdC] Io non ho alcuna voglia di disturbare la Sua quiete o comunque di metterla in vero disagio.

La prego tuttavia di riflettere, già che questa Sua lettera me ne dà inopinatamente la occasione, che io ho timore di lasciare entrare i sacerdoti nell’età avanzata, rimanendo essi dove sono soli, dove non hanno aiuto di confratelli cooperatori e dove possono sentire troppo, ad un certo momento, il peso degli anni. Desidero che tutti, prima di toccare un certo varco di età vengano a trovarsi in posizione più umana e più adeguata alla loro condizione e più rispettosa dei loro eventuali bisogni. 

Mio caro Prevosto, come vede la mia preoccupazione è veramente fondata. Ella non potrà sempre fare la vita meritoria e faticosa che fa ora con due Chiese ed un tale dislivello. La supplico: ci pensi.

Questo dico per Lei e non per me, Ella dà tale buon esempio che di Lei posso mostrare l'esempio sacerdotale integentissimo, semplice, sacrificato e contento di poche soddisfazioni. Ma la prego, ci pensi. 

Gli anni passano presto, purtroppo e la fatica potrebbe penarle. Di sacerdoti non ne potremo mandare, perché anche quelli che mi aiuteranno per la Liturgia, ruberanno qualche ora alle loro parrocchiali e non parrocchiali occupazioni. 

Coraggio, affettuosi saluti e benedizione

+ Giuseppe Card. Siri



Genova, 19 agosto 1953

Mio caro Don [...],

ho saputo casualmente, ma provvidenzialmente, che il tuo primo approccio con la sede di lavoro a te assegnata, ha avuto una certa ombra ed ha manifestata una certa durezza. 
Ne ho avuto gran pena e pertanto scrivo immediatamente, affinché - se possibile — la pena ti sia lenita e sappia che il tuo Vescovo ti è vicino.

Sono certo che la accoglienza, rivelatasi poco incoraggiante, non ha mostrato il vero carattere di Chi l’ha fatta. Egli, in realtà, ha eccellenti doti e buon cuore; forse bisogna dire soltanto che non è stato felice; tuttavia mi rendo ben conto che il seminarista di ieri non può essere di colpo adusato a tutte le dure carezze. Figlio mio, coraggio e fiducia! 

Ho anche saputo che costì non hai il trattamento adeguato. Anche questo mi ha addolorato e sento di dovere intervenire. Ti faccio pertanto obbligo di informarmi circa quanto ti è stato corrisposto nel primo mese, affinché possa farmi una idea esatta ed intervenire. Siamo tutti poveri, ma non posso tollerare che eventualmente qualcuno debba diventare addirittura misero. 

Le prime schermaglie della vita non ti abbattano! Non permettere che esse diventino occhiale colorante tutta la realtà: ti metteresti nel falso. Giudica bene chi ti tratta meno bene e a poco a poco scoprirai che il mondo è migliore. 

Per qualunque cosa scrivimi confidenzialmente. Le tue lettere, come quelle degli altri, le vedrò solamente io. Anche questa mia lettera è confidenziale ed è esclusivamente per te. 

Approfitto della presente per raccomandarti di far sempre e bene ogni giorno la tua meditazione e di dare somma importanza in genere alla preghiera, che è il vero insostituibile fondamento della nostra azione. 

Affettuosamente vicino, Ti benedico ed attendo un tuo ri scontro, pur nella attesa di vederti qualche volta.

[Nota marginale a mano: “è venuto lui” - NdC].

+ Giuseppe Card. Siri



Genova, 5 gennaio 1964 

Caro Don Boggi, 

ho voluto che tu avessi una strada aperta per penetrare nella facoltà di filosofia e, domani, di magistero. 

Cerca di avere molto metodo nella distribuzione del tuo tempo per poter attendere ai tuoi attuali doveri (non più la morale fondamentale) in modo da non diminuire i doveri che sono stati aggiunti. Tieni ben presente questo. 

La battaglia più grave della Chiesa la si combatte sul fronte della cultura. Tra le molte ragioni per dimostrare questo c'è il Concilio. 

È dunque necessario per il bene delle anime che noi si conosca, si penetri, si agisca in quel campo con preparazione e strumenti degni. Cerchiamo di guardare lontano. 

Il materialismo sta permeando tutto e tutti; questo materialismo cerebrale, sotto la forma di esagerata ammirazione per la scienza cosmica, tenta di entrare anche tra i Cristiani, anzi tra i maestri, se ciò è mai possibile. La organizzazione del male e dell'errore ha raggiunto punte finora sconosciute, sottili, debitamente anestetizzate. 

Noi siamo sicuri del traguardo, ma nella via Dio permette che le cose vadano anche a modo loro, chiede allora sofferenza e virile difesa. 

La tua destinazione alla Università non è un atto solito e burocratico, no. Esso fa parte di una visione chiara e di un programma generale non meno chiaro. Il canto della sirena si è fatto così armonioso e seducente da indurre in errore talvolta "persino gli Eletti". È nella vecchia sede filosofica, ancorata tenacemente ai dati del buon senso comune, che sempre fu ed al quale sempre si ritorna, che si fanno i veri uomini di cultura e i veri difensori della sua purezza e della sua missione.

Coraggio adunque. Il cammino è lungo, ma bisogna sapere dove si vuole andare. Buon anno e benedizione affettuosa. 

+ Giuseppe Card. Siri

 



Caro Don Manarolo,

ricevo la tua lettera di ieri e mi preoccupo subito di metterti in perfetta pace. 

lo non farò nulla, mai, che ti possa dare sofferenza ed ho solo il desiderio di sistemarti nel modo che più si confà alla tua salute ed al tuo stato d'animo. Quale sia questo modo non so ancora; lo saprò solo dopo che avremo tranquillamente parlato insieme. Quando questo sarà accaduto, potrò mettermi alla ricerca, è dunque utile che ci si veda presto. 

Per la parte economica non sarà mai che io lasci un sacerdote alla deriva. Ti basti questa assicurazione generale. I particolari verranno certamente dopo il discorso di cui ho detto sopra. 

Tanto meno ho intenzione, in questa tua e sua situazione, di separarti da tua madre. 

Vivi dunque tranquillo. A Regina Pacis provvederò. 

Ed ora vengo ad un discorso assai più importante. 

Prego il Signore perché ti doni luce e grazia per comprendere queste cose: 

- la preziosità della tua situazione purché accetti la volontà del Signore in questa delimitazione della tua attività;

- la preziosità della tua opera e la fecondità che viene data ad essa dalla sofferenza fisica e morale; 

- la indefinita dilatabilità dell'amor di Dio, comunque di troviamo e qualunque cosa ci sia impedita di fare; 

- la utilità di questo tuo stato per la Diocesi intera. Credo che "un giorno” capirai di avere avuta una vocazione di “elezione”. 

Ringraziane Dio!

Vedi tutto può essere sereno, anzi meraviglioso e in tutto questo non ci sono limiti fino a che si è in terra. Dio rende preziosa la nostra vita in molti modi.

Auguro buona Pasqua a te e a tua Madre. Sia felice, perché è come la tua malattia, segno e principio di redenzione. Benedico con tutto il cuore.  


+ Giuseppe Card. Siri




Genova, 24 marzo 1970

Mio caro Prevosto, naturalmente ringrazio degli auguri e li contraccambio pasquali a te e a tutti. Possiate avere la gioia nella pace del Signore. 

Ritengo tuttavia che alla tua impegnativa lettera io debba dare una risposta, perché si tratta di argomento serio.

In primo luogo prendo atto con riconoscenza a Dio per le ottime notizie, che mi dai circa i risultati del vostro lavoro. 

Bisogna che il vostro lavoro non vi consumi. So bene che il caso di Don [...] ha le radici in ragioni sussistenti in modo indipendente dal lavoro parrocchiale. Però il suo caso è un campanello di allarme. Il suo collega, chiunque sia, potrà avere buon fisico e nervi normalissimi, ma avrà certamente dei limiti, come li hai tu.

Sarebbe doloroso e dannoso che ad un certo momento crollaste tutti per un lavoro disordinato, pesante e senza respiro. 

Ecco in proposito i miei consigli. 

1. Esamina bene quello che è pleonastico in tutta la tua organizzazione e, se ne trovi, sfronda. 

2. Cura che ci sia ordine: affastellare non giova a nessuno, consuma e riduce prima o poi al silenzio. 

3. Stabilisci per te e per tutti ore “intoccabili”. Esse rappresentano la valvola di sicurezza e di ricupero. 

4. Sii severo nell’esigere che le radunanze serotine non si prolunghino. È una malatria quella di non saper concludere alla sera. 

5. Lavora sempre in ordine a trovare e formare laici degni, esemplari, discussi da nessuno, sui quali rovesciare parte del vostro lavoro. Considera la opportunità, a tale effetto, di avere, secondo un consiglio dato più di 20 anni innanzi, un segretario parrocchiale, che vi liberi da cose inutili.

6. Se troverai un Cappellano che stia in Chiesa a servire i fedeli e confessare i penitenti, accoglilo come un inviato da Dio. 

Il resto a voce. Felicissima Pasqua. Non correre troppo: anche tu hai avuto e puoi tornare ad avere dei limiti: l’ottimo talvolta è nemico del bene. Benedico.

+ Giuseppe Card. Siri

 


Genova, 3 dicembre 1957

Caro Don [...] hai fatto bene a scrivermi; quando hai dubbi fallo sempre con piena libertà. 

Se puoi vieni a parlarmi di quello che in questo momento evidentemente o ti impressiona o ti preoccupa. Ci sono venerdì, poi lunedì, martedì e mercoledì della prossima settimana e, quando vieni, dì al Segretario che mi avverta subito.

Se non puoi venire (e può essere meglio, ove il venire creasse qualche ombra) scrivi con sicurezza e libertà. Dico: “con sicurezza”, perché la posta la vedo io solo ed i Segretari non leggono se non quello che do io a loro per eseguire pratiche. Ciò ti dice che non c'è da temere delle indiscrezioni.

Ho detto: “con libertà”, perché tutto puoi dire, salvo il segreto di Confessione e puoi stare tranquillo sulla mia capacità di tacere, se tacere è necessario e conveniente.

Resto in attesa e cordialmente ti benedico. 

+ Giuseppe Card. Siri



Genova, 24 giugno 1959

Caro Don[...], non sarà mai che io mi opponga alla chiamata del Signore [vocazione missionaria — NdC], quando questa risultasse certa. Pertanto, se sei veramente chiamato, va “in nomine Domini” e possa servire pienamente Dio. 
 
Ti ricordo solo che io Ti avevo ordinato per questa Diocesi, in questo momento provata per il suo crescere e per la troppa immigrazione. Ti ricordo ancora che nelle presenti distrette per la tua partenza un posto resterà certamente vuoto. 
 
Con questo ho detto tutto e credo di aver fatto tutto il mio dovere. Non posso dire di più, non posso dire di meno. 
 
Non assumo responsabilità oltre quella di dichiarare che, se sei chiamato puoi andare.

Dio ti benedica sempre.

+ Giuseppe Card. Siri


Genova, 6 aprile 1974 
 
Caro don Chiapparo, 
ricevo la tua breve lettera accompagnato da un memoriale. Mi chiedi come regolarti in confessione e nella predicazione. 
 
Lodo il fatto di esserti rivolto al tuo Vescovo e rispondo subito, anche scusandomi della risposta un po’ sommaria, dato l'enorme lavoro di questo tempo pasquale. Se sarà necessario ritornerò, con più quiete, sull’argomento.

Ecco l'argomento formulato, non da te, ma dall’autore del memoriale: “Nella dottrina cattolica circa la indissolubilità del matrimonio ci sono delle contraddizioni. Pertanto come si può dire ora “votate contro il divorzio?”. 
 
Enucleata la questione vengo alla risposta.

Nego antecedens: è falso vi siano contraddizioni.

[scritto interrotto, perché giunse al Cardinale la notizia dell'incendio che aveva devastata la chiesa parrocchiale di N.S. della Provvidenza ed arsi Don Antonio Acciai (a. 50) primo parroco (da 11 anni), sua madre ed il Curato Don Orazio Chiapparo (a. 26) destinatario, appunto, della lettera.

Il Cardinale, infatti, annotò; “Haec epistola non prosequitur, quia destinatarius hac nocte per igne combustus una cum parocho suo et ejusdern parochi matre. Nonis aprilis 1974” (5 aprile 1974) - NdC]
.

+ Giuseppe Card. Siri

 



Genova, 3 ottobre 1975

Mio caro Don Dalla Mutta, 

stai per cominciare l'insegnamento della Liturgia. È la prima volta che questa materia viene affidata ad un Professore avente il titolo qualificato per la stessa. Vorrei darti alcuni orientamenti, ai quali ti prego attenerti, per poter così armoniosamente inserirti nell'organismo della Chiesa Genovese. 

1. Il tuo primo scopo non è quello scientifico, è quello formativo globale dei futuri ministri di Dio. La scienza sia teologica che storica deve essere strumento per coltivare nelle anime il “culto ufficiale del Signore”, ossia la adorazione. La adorazione accoglie i riflessi della “Maestà di Dio”. La “Maestà di Dio” è tale che ama il meglio della creazione, delle anime, delle arti e della bellezza nella materia e nello spirito. 

Questo senso della “Maestà di Dio” non osta all’amore, perché in Dio “Maestà” e “amore” si identificano. 

La perdita di questo senso ha creato la fredda e scostante aridità del Protestantesimo, ed oggi una azione irrazionalmente interpretativa delle sante decisioni della Chiesa tenta di reintrodourre la stessa spoliazione, la stessa freddezza.

2. Il secondo scopo è inoculare la “giustizia” verso Dio. Il culto è infatti un tentativo di piccola restituzione di quello che dobbiamo a Dio, Signore di tutto. Non ci sarà molta giustizia tra gli uomini, se non ci sarà giustizia verso Dio Creatore e Padre. Il debito di questa giustizia è tale, che — salvo il caso della irrazionalità e della superstizione — non può esistere un trionfalismo nel culto dovuto a Dio. 

3. È ovvio che coi due primi punti giungerai a dare una formazione spirituale ed un substrato resistente alla convinzione ed alla devozione liturgica. Ma essa avrà bisogno di molto contenuto teologico ed in questo ti raccomando una grande precisione, lontana dalle vaghe, aberranti mode imperversanti. 

Basta quanto ho detto perché ti sia chiaro come l’insegnamento della Liturgia, pur supponendo altre discipline teologiche assume oggi un ruolo importantissimo nella formazione dei sacerdoti. Noi dobbiamo vivere “di culto a Dio”. 

Faccio assegnamento sulla serietà della quale, anche con sacrificio, hai dato prova in tutte le articolazioni della tua vita e prego la Vergine Santissima di accompagnarti sempre.

Con ogni cordiale benedizione.

+ Giuseppe Card. Siri

 

giovedì 2 novembre 2023

Dal diario di Cleonice Morcaldi, figlia spirituale di Padre Pio

 

Dal diario spirituale di Cleonice Morcaldi
 

Nonostante l’estrema povertà in cui cadde la mia famiglia dopo la morte del mio povero babbo, continuai gli studi a Foggia. Abitavo in una stanzuccia, presso una famiglia povera. Cucinavo da me, quasi sempre riso. La mattina senza colazione. Non assaggiai mai un po’ di latte o una tazzina di caffè. A scuola portavo un pezzo di pane solo. La sera quasi sempre un cardo, quella verdura che ha le foglie spinose. Neppure un pezzo di formaggio arrivavo a comprare con i pochi soldi che avevo. Oggi ancora mi domando: come potevo vivere e studiare con un nutrimento da eremiti?
In quella casa, in più, mancava la luce. Studiavo con le candele che mi mandava lo zio prete. Questo stato di povertà mi accompagnò fino a quando, finiti gli studi, ebbi un posto nelle scuole elementari. A gloria di Dio devo dire che, durante i sei anni che stetti a Foggia, non ebbi né una febbre, né un dolor di testa, né mossi un lamento con qualcuno, né la tristezza o l’abbattimento oppressero mai il mio cuore.
Ero piuttosto allegra e piena di buona volontà, per l’ardente desiderio di aiutare la mia povera famiglia.
Durante la ricreazione, mentre le mie compagne si preparavano a consumare i loro freschi panini imbottiti di salame, io mi appartavo per rosicchiare il pezzo di pane duro e nudo. Non ricordo di avere avuto il desiderio di quelle belle colazioni. Ricordo invece che sentivo vergogna della mia povertà e cercavo di nasconderla.
So che non era virtù ma amor proprio. Non ancora frequentavo la scuola del Padre.
Soffrivo molto la lontananza della mamma. Non andavo in famiglia né a Natale né a Pasqua. La rivedevo solo alla fine dell’anno scolastico.
Fui promossa sempre senza esami, con grande gioia della mamma. Un anno mi assegnarono la borsa di studio. Durante le vacanze il mio divertimento era di cominciare a studiare il programma dell’anno seguente. Di che cosa non è capace la volontà quando «fortissimamente vuole»! E questo sia detto nel bene, come nel male.
A chi io devo tutta l’assistenza e gli aiuti? Non forse a Dio per le continue preghiere del Padre al quale la mamma mi raccomandava? Povera mamma, non aveva altro rifugio su questa terra. Si confessava dal Padre che la confortava tanto e le parlava di Dio Provvidenza.
Mi raccontava spesso che un giorno non ne poteva più, era oppressa da tante tribolazioni e infermità. Andò a piedi al convento per avere una parola di conforto. Ma prima di lei c’era tanta gente in corridoio. Stava per perdere ogni speranza di riuscita e tornarsene a casa, quando vide il Padre sulla soglia della clausura. La gente gli corse vicino.
Il Padre, stendendo il braccio verso mia madre, disse: «Eh! tu... vieni qua!». Tutti si voltarono indietro per vedere questa fortunata e fecero spazio. Dopo che il Padre ebbe benedetto tutti, mia madre lo seguì. Il Padre si sedette in sacrestia e disse: «Beh, che vuoi?». La trattenne a lungo. Se ne tornò a casa piena di conforto e di letizia. 

La prima lettera inviata al Padre 

Nell’ultimo anno di studi, l’anno in cui dovevo diplomarmi, fui presa da grande angustia e abbattimento. Un po’ per la preoccupazione di ottenere buoni voti onde aver diritto al posto; un po’ perché la coda è sempre la più difficile da scorticarsi; e poi, per la nuova legge del passaggio col sette. La materia che mi dava da pensare era la pedagogia scritta. Infatti, al primo tema che svolsi a casa con l’aiuto di una brava insegnante, meritai appena il sei. Cosa potevo sperare svolgendolo in classe, da sola?
Senza perdere tempo chiesi aiuto al Padre, per iscritto. Fu questa la prima lettera che gli mandai. Quale non fu la mia sorpresa e la mia gioia nel ricevere un bigliettino del Padre, scritto da lui; in fondo c’era una piccola macchia di sangue. Le parole erano queste:
«Anima del caro Dio. Non temere: studia con amore e avrai a suo tempo la dovuta ricompensa. Con i professori ce la vedremo io e Dio.
Ti benedico con effusione pari al bisogno e al desiderio di vederti santa
». P, Pio Capp.no.
Non finivo di esclamare durante il giorno: «Un santo che scrive a me! E che voglio più? 
Se la vedrà lui con i professori, altro che raccomandazioni umane
». Ripresi coraggio e 
dissi a me stessa: «Tu fai tutto quello che puoi, e sii pur certa che il resto lo farà il caro 
Padre assieme a Gesù. C’è al mondo un aiuto più sicuro e potente?
».
Ci vuole un grosso volume per narrare tutto quello che ha fatto il Padre per aiutarmi 
in modo miracoloso (e non esagero) presso tutti i professori. Miracoli? Sì, e di quelli grossi. Accenno solo alla pedagogia che era il mio terrore, la mia preoccupazione, la cosa 
più difficile.

Dopo parecchi mesi, sia la professoressa che il direttore, in pubblico e in privato, mi fecero le congratulazioni per i grandi progressi fatti in poco tempo in italiano e pedagogia scritta. Mi dettero un bell’otto in media. La professoressa mi disse pure che meritavo di più, ma che non era consentito darlo in tale materia.
Questi progressi lei li attribuiva alla lettura continua di buoni libri di pedagogia. Io li 
attribuivo al fiume di idee che Padre Pio mi metteva nella mente. Lui dettava e io scrivevo. Tanto è vero che, quando a casa leggevo la brutta copia del tema svolto in classe, restavo meravigliata: «Ma sono idee mie queste?». Mi dispiace non poter raccontare ciò che avvenne nelle altre materie per mancanza di tempo.
Divenni oggetto di lode da parte di tutti i professori; oggetto di ammirazione da parte 
della scolaresca. Mentre prima nessuno si dava pensiero di me, dopo mi circondavano 
di attenzioni e cure.
Mi offrivano pezzi di cioccolato e altri dolcini.
Il mio diploma era brillante. Ottimi voti in tutte le materie. Ne parlò pure il giornale provinciale. Solo Padre Pio sapeva fare queste cose! Solo la sua mano piagata sapeva toccare la mente e il cuore degli uomini e operare meraviglie e miracoli. 

Un giorno mi mandò un’immaginetta con queste parole scritte da lui (l’immaginetta rappresentava il Cuore di Gesù):
«Guarda, egli è l’Onnipotente... ma la sua onnipotenza è umile ancella del suo Amore».
Compresi che tutti gli attributi di Dio sono a servizio del suo Amore. Gli aiuti potenti che Dio, per mezzo del Padre, mi dette in quest’ultimo anno, hanno del meraviglioso. Io li chiamo «scherzi del potente suo Amore». Nel mio caso posso dire che Dio si compiace di sollevare e innalzare i piccoli e i poveri.
Sedevo in un cantuccio dell’aula, tutta rannicchiata, con lo stomaco vuoto; con il  vestito poco decente, con le calze grossolane che la povera mamma lavorava a mano; 
con le scarpe rotte, quieta, quasi muta, perché nessuno si accorgesse di me e scoprisse la mia povertà e miseria. Ma quando il Signore si compiacque di porgermi la sua destra, mi cavò fuori dal cantuccio e mostrò a tutti quello che lui fa a chi confida in lui.
Grande fu la gioia della mamma al ritorno di questa figliuola che aveva fatto parlare di sé anche i giornali. Lei si compiaceva di avere una figlia così brava. Parlava di me alle amiche che venivano a salutarmi. Parenti e amici si congratulavano con lei e con me. 
C’era da montare in superbia. Ma non a me andavano le lodi. Tutto aveva fatto colui che  mi voleva per sé.

Andai dal Padre per ringraziarlo. Mi rispose:
«Ringraziamo Gesù!».
Poi mi disse:
«Così piccola d’anni e di statura vuoi fare la maestra? Ti confonderanno con le  scolarette».
Io sorrisi e gli raccomandai di pregare, perché presto mi affidassero una scuola onde 
aiutare la mia povera famiglia. Me lo promise.

Dopo ansie e sospiri della mia povera mamma, arriva la nomina mia, per le scuole di campagna, come primo passo. Giorno di grande gioia fu per tutta la famiglia e per i parenti che si erano interessati. Presi il foglio della nomina e corsi in convento per ringraziare il Padre. Lo trovai in sacrestia; stava per salire in clausura. Gli bacio la mano e gli dico: «Ecco, Padre, la nomina; ho avuto il posto; grazie delle preghiere, ringraziatelo voi Gesù per me».
Il Padre prese il foglio dalle mie mani, lesse; e poi, senza tante parole, mi disse:
«Va, va, rifiuta questo posto. E che? Vorresti andare in quella campagna ove non passa neppure una corriera? Rifiuta, il Signore provvederà».
Mi mise la mano sulla testa e andò via. Restai come Dio sa! Non sapevo cosa dire, cosa pensare, cosa fare. Né mi decidevo a tornare in famiglia con questa risposta. Una vera doccia fredda! Che dirà la mamma? E i parenti? Dopo tanto pregare, dopo tante raccomandazioni e sacrifici. 


Tempesta in famiglia  


Piena di tristezza e di incertezze, tornai a casa, supplicando la Vergine di venire in mio soccorso. Cosa devo fare, mio Dio? Come affrontare questa tempesta? Come comportarmi? Al Padre voglio obbedire ad ogni costo, a costo di qualunque sacrificio dell’anima e del corpo, e alla mamma non vorrei dare altri dolori. Troppo ha sofferto. 
Solo tu, o mio Dio, puoi conciliare cose opposte e contrarie.
Arrivai a casa. Non avevo la forza di salire le scale. Sentivo il vociare allegro della  mamma e dei parenti che contrastava con l’afflizione del mio animo. Non descrivo la reazione di tutti alla risposta del Padre, né la tempesta che si scatenò su di me in seguito alla mia ferma decisione di ubbidire al Padre. Per finirla, me ne andai in soffitta, sul tetto, che fu sempre il mio rifugio. Un dolore bucava il mio cuore: la grande afflizione della mamma. Aprii il Vangelo e lessi: «Chi ama il padre e la madre più di me, non è degno di 
me»
.
Mi fortificai nel proposito di seguire il consiglio del Padre. Guardai il convento che dal tetto vedevo benissimo, e ringraziai l’Altissimo di averci mandato il Padre. Allora più che mai mi apparve grande: più che profeta, più che santo, l’amico di Dio e l’amico nostro; Gesù stesso, vestito da frate, che è tornato a vivere in mezzo ai figliuoli degli uomini. Sei grande, o Signore, mio rifugio e mio conforto, mio asilo e mia fortezza.
Quando il Provveditore agli Studi passò la mia nomina a un’altra diplomata del mio paese, i miei si indispettirono di più contro di me. La mia arma era il silenzio. Non mi guardavano, né mi rivolgevano parola. Li compativo. Però la loro condotta verso di me cambiò quando seppero dei guai che capitarono a quell’incauta signorina che aveva accettato il posto da me rifiutato. Compresero allora chi era il Padre! Ma non basta.
Il direttore delle scuole mi affidò la scuola serale per adulti, in un’aula attigua alla mia casa. I miei, quasi pentiti e umiliati, cominciarono a parlarmi e a scusarsi del loro comportamento verso di me. Sei grande, o Signore! Sei buono! Ti ho invocato nel giorno della tribolazione, e subito mi hai aiutato! Sei stato sempre il mio rifugio e il mio
soccorso.
Si è forse limitato a questo l’aiuto del Padre? Egli mi disse:
«Ricordati che chi obbedisce non fallisce, chi obbedisce canta vittoria».


mercoledì 4 ottobre 2023

Diventare figlio spirituale di Padre Pio

 


Tanti ancora oggi domandano: “Come si diventava figlio spirituale di P. Pio?”

In genere nessuno si sentiva di dirsi suo figlio nello spirito, se prima non veniva da lui accettato. Perciò se ne faceva esplicita richiesta al Padre.

A volte anche chi era già da tempo sotto la sua guida spirituale si premurava di ottenere la formale assicurazione del Santo. 

Lucietta Pennelli, di S. Giovanni Rotondo, fin dal tempo della prima comunione ha cominciato a confessarsi da P. Pio, che la curava come un fiorellino. Diventata giovanetta, un giorno, in cui una persona innanzi a lei aveva chiesto al Santo di essere ammessa tra i suol figli, disse: «Padre, prendete pure me come figlia spirituale?». «E finora di chi sei stata figlia?», rispose sorridendo P. Pio. Se, dunque, il Santo si era preso la responsabilità di portare a Dio un’anima, questa ormai gli apparteneva. 

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Poteva poi capitare che qualcuno dall’atteggiamento del Padre percepisse che egli l’aveva ammesso nella sua grande famiglia. Rino Girolimetti da tempo scendeva da Catelfidardo a S. Giovanni Rotondo per confessarsi da P. Pio. Lo fece anche nell’estate 1968, qualche mese prima della morte del Santo; ma aveva avuto dalla banca, presso la quale lavorava, solo qualche giorno di permesso.

Avendo incontrato sul Gargano un amico di Ancona, che attendeva il turno della confessione, lo pregò di fare il cambio del numero di prenotazione. Fu accontentato dall’altro volentieri, ed in giornata si confessò dal Padre.

Il Santo, che lo aveva sempre accolto benevolmente, al termine della confessione, nel congedarlo, gli strinse con una certa energia il braccio e gli disse: «Vai ora..., figlio mio!».

Rino, che in quel tocco aveva avvertito come se l’amore paterno di P. Pio gli stesse penetrando dentro, nel sentirsi appellato col nome di “figlio”, fu preso da profonda commozione. E, mentre si allontanava dal confessionale, scoppiò in un pianto dirotto.

L’amico gli corse incontro preoccupato e gli chiese il motivo di quelle lacrime.

«Mi ha chiamato figlio!», rispose Rino. E piansero insieme.

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Normalmente però il Padre imponeva un periodo di noviziato o di verifica. Pina Patti, dopo che nel 1956, cominciò a confessarsi con una certa regolarità da P. Pio, una volta gli disse: «Padre, io mi sento vostra figlia spirituale, ma ora voglio precisare se lo sono in realtà».

Ed il Padre: «Non ti voglio, non ti accetto».

Avendo capito che il Santo esigeva da lei un comportamento del tutto virtuoso, subito aggiunse: «Padre, io mi propongo di diventare più buona».

P. Pio replicò: «Prima devi realizzare veramente il proposito».

La povera signora, man mano che il tempo passava, sì accorgeva veramente che sarebbe stata un’impresa per leì rimanere nel programma impostole da P. Pio. Ed un giorno gli manifestò la sua preoccupazione: «Padre, io non credo di riuscirci da sola ad essere buona, per diventare sua figlia spirituale».

Ed il Santo: «Adesso ti dico di sì».

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Una giovane donna durante un mese di maggio, trovandosi a S. Giovanni Rotondo, spinta dalla sua madrina che le era accanto, chiese a P. Pio se accettava entrambe come figlie spirituali. Il Padre rispose: «Prima correggetevi, poi sarete mie figlie spirituali».

Tornata a casa cominciò a pensare seriamente su quale punto della sua condotta dovesse fissare l’attenzione per emendarsi. Una notte fece un sogno nel quale P. Pio le indicava il suo difetto predominante.

Per un mese, tutto giugno, si impegnò a correggersi e pregò tanto il Signore, perché il Santo l’accogliesse nel numero dei suoi figli. Dopo di che si recò di nuovo sul Gargano e consegnò a p. Pellegrino un biglietto con la sua rìchiesta, fatta anche a nome della madrina.

La risposta del Padre, le giunse sempre tramite il fedele compagno del Santo. Diceva: “P. Pio ti accetta come figlia spirituale, purché ti comporti da buona cristiana”. La risposta era al singolare però: l’altra rimaneva esclusa.

Suor Carmelita Mannella gli chiede: «Posso diventare sua figlia spirituale?». Ed il Padre le rispose di sì. «E che debbo fare?», domanda lei. P. Pio: «Essere fervente cristiana, fervente religiosa».

Alma De Concini rivolse al Santo la stessa preghiera. E P. Pio: «Va bene, ma guarda che devi essere buona».

«Mi aiuti lei», replicò Alma.

Ed il Santo. «E va bene, va bene!».

Gli disse ancora quella brava figliola: «Pregate per me per la famiglia: sono tutti vostri figli».

«Pregherò, pregherò», rispose il Padre con dolcezza, “con una voce che non sembrava umana — dice lei — , ma angelica”. 

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M. G., che già aveva penato per ottenere l’assoluzione dal Padre, racconta.

“Volevo diventare figlio spirituale di P. Pio, ma anche per questo l’anticamera fu lunga. Un giorno glielo chiesi e mi rispose: «Se sei degno di Gesù, ti accetterò».

‘È una parola’, dissi tra me. E rimasi in attesa. Dopo un anno circa, rifeci la domanda. Ed il Padre: «Vediamo come ti comporti».

Ancora attesa, dunque. E nella vigilanza più assoluta. Ricordo che una volta una donna mi tentò; in quell’istante mi venne in mente P. Pio, e subito la respinsi.

Finalmente ottenni quanto desideravo da anni, nell’agosto 1968, un mese prima che il Padre morisse. Mentre ero in albergo, fui chiamato da un amico: «Se vieni subito, Mario di Padova può accompagnarti dal Padre».

Corsi immediatamente: mi ritrovai solo innanzi a P. Pio. Seduto nella veranda sulla sedia di vimini, «Padre gli dissi: mi accetta come figlio spirituale?».

Ed egli: «Sì, ma non mi far fare brutte figure!».

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Con un modo tutto particolare il Padre dà il suo assenso ad Ennio Staccioli che ci dice:

“Ho chiesto a P. Pio di diventare figlio suo spirituale. Mi ha messo la mano sul capo ed è rimasto in silenzio per circa 40 secondi, tanto che io pensavo che non avesse capito la mia domanda. Poi ha detto: «Va bene, ma stai attento a non farmi scomparire».

Ho sperimentato la sua protezione per tutta la vita, Ho fatto altri due milioni di chilometri, facendo il rappresentante farmaceutico, ed ho avvertito sempre la sua presenza al mio fianco”.

La scelta nell'ambito del mistero

Le risposte del Padre potrebbero sembrare dettate da una buona e santa spirituale saggezza alla cui base c'è l'esigenza da parte del Santo di vedere, in chi chiede di diventare figlio spirituale, certi requisiti di idoneità, come per esempio l'impegno di vivere una vita veramente cristiana. Ma, se esaminiamo le due testimonianze che seguono, accostandole, ci accorgiamo che il consenso o il diniego di P. Pio di ammettere qualcuno nella sua grande famiglia fa parte di un disegno misterioso.


Una signora nel 1941 venne a S. Giovanni Rotondo nella speranza di ottenere tramite l'intercessione del Sunto la grazia di diventare mamma, Ebbe una bambina e dopo 23 anni si ripresentò al Padre, chiedendo di accettare la sua creatura come figlia spirituale.

P. Pio rispose: «Le persone che non conosco non le posso né accettare, né rifiutare» 

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Ben diverso e del tutto singolare è il modo con cui Sauro Volpe di Viareggio venne a far parte della famiglia del Padre. Così egli racconta:

“Ero un acceso comunista, cellula propagandista e mangiapreti. L'unico sacerdote a cui rivolgevo la parola, ma solo per punzecchiarlo, era un francescano, p. Coppi, che come me, andava in bicicletta: a volte facevo finta di volerlo mettere sotto. Mia moglie era religiosissima, ma io non le impedivo di praticare la chiesa.

Una notte, primo venerdì di settembre 1958, sognai un frate: la mattina, svegliatomi, mi meravigliai un poco, ma non ci feci caso né fissai nella memoria quello che mi disse. E di ciò non ne parlai ad alcuno.

Il venerdì successivo, secondo del mese, rifeci lo stesso sogno, ma al mattino fissai nella mente le parole del frate: «Vieni a trovarmi». Anche questa volta però non dissi niente di quanto mi era capitato.

Il terzo venerdì ci risiamo: sogno di nuovo il frate con la barba, che ancora una volta mi diceva: «Vieni a trovarmi». AI mattino raccontai tutto a mia moglie, che mi consigliò di parlarne con p. Coppi, cosa che io non feci: immaginarsi se io potevo farlo!

Finalmente al quarto venerdì nei miei sogni ci fu ancora quel frate, che prendendomi per le braccia e scuotendomi mi disse: «Hai capito che devi venire a trovarmi?».

Al mattino, dopo aver parlato con mia moglie, decidemmo di recarci da p. Coppi, il quale appena mi vide disse: «E che è? Vuoi farmi cadere la chiesa in testa?».

Io gli spiegai tutto ed alla richiesta di quaiche indicazione mi disse: «Potrebbe trattarsi di P. Pio».

«Dov’è, che ci vado in bicicletta?», gli dissi.

E lui mi rispose che il viaggio era lungo, perché il cappuccino abitava in Puglia, sul Gargano.

Decisi di partire e mi informai sul come fare per arrivare laggiù. Passò un po’ di tempo prima che mettessi in atto il proposito, ma quel frate non mi venne più in sogno.

Dopo un mese esatto dall’ultima visione partii con una lettera di presentazione del p. Coppi. Arrivato a S. Giovanni Rotondo, mi recai in convento, ma mi accorsi che incontrare P. Pio non era così facile. Il padre cappuccino, a cui consegnai la lettera, indicandomi un operaio che era sul sagrato — si stava per finire la chiesa nuova —, mi disse; «Vedi quello lì. Ora sale in convento, seguilo. Può darsi che ti vada bene».

Io lo seguii. Arrivati nel corridoio del convento, mi chiese che volessi. Gli dissi che desideravo vedere P. Pio. «Adesso è in preghiera nel coro; quando uscirà, passerà di qui. Questa è la sua stanza», rispose.

Rimasi in attesa per quasi un’ora. Sentii poi un rumore di passi e di voci, e sul fondo del corridoio apparve P. Pio: veniva verso di me, e mi sembrava un gigante che mi sovrastava e mi guardava con i suoi grandi occhi.

Mi trovai in ginocchio dinanzi a lui, che mi disse: «Ah, finalmente sei venuto!». Gli baciai la mano e mi licenziò.

Uscito dal convento, appresi che il mezzo migliore per parlare con lui era quello di prenotarsi per una confessione. Misi il nome sul registro e rimasi in attesa.

Arrivato il giorno del mio turno, mi accostai al confessionale; e P. Pio: «E dove sei stato finora, nel bosco?».

lo non risposi una sola parola. Aggiunse: «Ritorna fra un mese».

Rimasi frastornato c disorientato. Mentre mi allontanavo, incontrai un frate, che si accorse del mio stato di disagio e mi confortò. Mi spiegò che P. Pio voleva la mia conversione, portandomi ad un confessionale, mi fece un accurato esame di coscienza.

Partii e ritornai a casa, rimanendo in attesa che passasse quel mese che sembrava non finire mai. Intanto cominciai a frequentare la chiesa di p. Coppi, ma mettendomi sempre in fondo e cercando di non farmi notare per paura delle reazioni dei compagni di partito.

Un giorno il frate francescano mi chiamò, invitandomi a passare il cestino per raccogliere la carità durante la messa: veramente mi pareva che la chiesa mi crollasse addosso. Ma mi vinsi. Tutti ormai sapevano del mio cambiamento.

Passò finalmente quel mese benedetto e scesi a S. Giovanni Rotondo, in pieno inverno, con un freddo incredibile.

Quando mi accostai al confessionale, P. Pio mi guardò sorridendo e disse: «Ah, adesso vai a Messa!?». Mi confessai e mi diede l’assoluzione.

Scesi altre volte per incontrare il Padre. Alla terza confessione gli chiesi: «Padre, posso considerarmi vostro figlio spirituale?».

E lui: «Sicuro! Allora perché ti avrei chiamato?!».

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Per leggere in una certa luce chiarificatrice le scelte del Padre, è bene tener presente quanto egli ha confidato a Cleonice Morcaldi, e cioè che nel giorno della sua prima messa iI Signore gli ha fatto vedere la moltitudine di tutti quelli che lo avrebbero avvicinato.

Ci domandiamo: il Padre ha visto in particolare i singoli suoi figli?
Tante figlie spirituali, interrogate sull'argomento, hanno risposto affermativamente.