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domenica 2 giugno 2024

Nessuno può venire a me, se non lo attira il Padre che mi ha mandato - Predica di fra Girolamo Savonarola 25 maggio 1496

Tratto dalla PREDICA fatta il 25 maggio 1496 (VIII sopra Ruth) da fra' Girolamo  Savonarola

Amen amen dico vobis: Nemo potest venire ad me, nisi Pater, qui misit  me, traxerit  eum.  

Nessuno può venire a me, se non lo attira il Padre che mi ha mandato (Giovanni 6,44)


Nota che, quando fu nato Cristo e passati e' giorni della purgazione di Maria secondo la legge, Maria andò in Jerusalem e portò el fanciullo nel tempio, e quando quello vecchione Simeone l'ebbe nelle braccia, disse queste parole: — Hic est positus in ruinam et in resurrecionem multorum, cioè “questo Cristo è posto in ruina e in resurrezione di molti” — . Simili parole dice di Lui Esaia: — Ecce pono in Sion lapidem summum angularem etc., “ecco che io pongo in Sion la pietra angulare” —. E Pietro nella sua Epistola, allegando quel testo, dice: — Hic lapis, factus est lapis offensionis et petra scandali, cioè “questa pietra è fatta pietra di offensione e pietra di scandalo” —. Molti dunque per questo Cristo andranno a casa del diavolo.

— Oh, (dirai tu) che è Cristo ruina e scandalo di molti òmini, el quale è venuto a salvare li òmini? — Si risponde che Cristo è ruina e scandalo a chi vuole che gli sia. Non ti dissi io l’altro dì che le creature sono buone fatte da Dio? Tamen la Scrittura dice: Creaturae factae sunt in odium. Così ancora la Scrittura, fatta da Dio, è molte volte laccio alli cattivi che non vanno retti. Sai tu come è fatta questa cosa? Come se li Signori avessino mandato uno bando “che nessuno vadia di notte fuori per la città, e che avessino. fatto porre per le strade aguti, trave e sassi”. Colui va di notte contra el bando, e percuote e ruina. E' Signori sono causa sì che costui rovini, per avervi fatto porre quelli impedimenti a chi va di notte; ma si imputa totalmente a costui che non doveva andare di notte. Va’ di dì, e leverai suso alto e’ piedi, e non percoterai. Chi va di notte non vede e, se percuote, suo danno. Chi va di notte, va per fare male. Qui male facit, odit lucem; così a proposito, chi va per le tenebre e per la notte de’ peccati di lussuria, di avarizia e di superbia, è accecato in modo che non vede, e però rovina, inciampa e avviluppasi.

Cristo ha fatto e' fatti suoi e de’ suoi santi in uno certo modo, che chi va di notte e nelle tenebre del peccato non gli intende, e ruinavi dentro. Tuo danno se tu ruini. Va’ di dì, e intenderai le cose di Cristo.

Se tu andraì di dì e che tu stia purificato da' peccati e che tu vadia retto, se tu non intenderai le cose di Cristo o le sue Scritture, tu pregherrai Dio e dirai: — Signore, illuminami —, e Lui ti illuminerà.

Disse dunque una volta Cristo a quelli che lo seguitavano: — Ego sum panis vivus, qui de caelo descendit —, e poi più giù dice: — Panis quem ego dabo, caro mea est pro mundi vita —, e poi più giù: — Nisi manducaveritis carnem filii hominis non habebitis vitam in vobis —, cioè “io sono un pane vivo che sono disceso dal cielo, e il pane che io do è la mia carne, e chi non mangerà della carne del figliuolo dell’omo e non berrà del suo sangue, non arà vita in Lui”. Per le quali parole molti si scandalizzorno, perché andavano di notte. Ecco che Cristo fu qui ruina e scandalo di costoro. L'uno diceva: — Costui dice che è pane vivo disceso dal cielo, e non è egli il figliuolo di Ioseph? — L'altro diceva: — Come può egli darci la sua carne a mangiare? — L'altro diceva: — Durus est hic sermo, “questo parlare è molto duro; come si può egli mangiare la carne di uno omo?” — E partironsi da Cristo e non volseno essere più suoi discepoli.

Disse allora el Salvatore: — Spiritus est qui vivificat, caro autem non prodest quicquam, cioè “lo Spirito è quello che vivifica, la carne non fa nulla”; verba quae locutus sum vobis Spiritus et vita sunt, “le parole che vi ho parlato sono Spirito e vita”; ma voi non credete, perché voi non andate retti e non potete credermi. Quia nemo potest venire ad me, nisi Pater, qui misit me, traxerit eum, cioè “nessuno può venire a me, s'el mio Padre che mi ha mandato non lo tira” —.

Or ecco a che proposito e quando furono dette queste parole dal nostro Salvatore, le quali feciono scandalo a molti de' suoi discepoli che andavano di notte. Voltossi dipoi alli dodici e disse loro: — Nunquid et vos vultis abire? Cioè “ voletevene andare ancora voi”? — San Piero, che andava di giorno, rispose: — Domine, ad quem ibimus? Verba vitae aeternae habes, “ Signore, a chi andremo noi? Tu hai parole di vita eterna”. Io vedo che tu hai la vita buona; se qualche cosa ci è che io non intendo, el difetto è mio —. E però, figliuolo mio, va’ di dì, e saprai cognoscere le cose di Cristo. Questo è quello che io t'ho detto tante volte, quod mea doctrina non est mea. Vivi bene, va’ di dì, e cognoscera'la.

Tu vuoi pure andare di notte; va’ di giorno, dico io; vivi bene, e vedrai che io ti dico el vero; altrimenti tu darai in qualche inciampo, che tu cadrai e faraiti male. Questo t'ho io detto per dichiararti a che proposito Cristo disse queste parole del presente Evangelio “Nemo potest venire ad me, nisi Pater, qui misit me, traxerit eum”. Ora vediamo quello che le vogliono dire.

In conscienzia egli è una grande fatica a predicare adesso. L’omo si resolve tutto per questi caldi. Io vi lascerò insino a domenica; non vorrei anche che voi vi infirmassi. Daremo spazio tre dì, e poi vedremo quello abbiamo a fare.

Nemo potest venire ad me, nisi Pater, qui misit me, traxerit eum, “nessuno può venire a me (dice Cristo in questo Evangelio) s'el mio Padre non lo tira”.

Santo Augustino dice: — Che cosa è questa, fratelli miei? Che vuol dire qui el nostro Salvatore? Che vuol dire questo tirare? Vuole egli dire, tirare per forza e essere violentato? Cioè appiccare una fune al collo, o una catena e tirare l'omo per forza a Cristo? Non può l'omo venire a sua posta? Non ha egli el libero arbitrio? Non si muove l'òmo volontariamente a Dio? Risponde santo Augustino che l'omo non è tirato da Dio per forza, ma per delettazione.

Ecco verbigrazia, tu vuoi tirare el fanciullo, tu gli monstri la mela, e' viene per delettazione; alla pecorella tu monstri el ramo verde, ella è tirata e viene per delettazione. Così Cristo ti monstra qualche cosa delettabile, tu se’ tirato; e’ ti monstra el Paradiso, tu di’: — lo vengo —, e così per delettazione e non per forza tu se’ tirato da Cristo. E dice più santo Augustino: — S'el fu lecito a quel poeta a dire “trahit sua quemque voluptas”, idest “che ognuno in questo mondo è tirato dal suo piacere”, quanto più dobbiamo dire noi che l'omo sia tirato da Cristo per piacere, el quale omo si diletta della beatitudine, della verità, della iustizia, della sempiterna vita: il che non è altro che Cristo —. Da amantem (dice Augustino), da desiderantem, ferventem, fonti aeternae patriae suspirantem, “dammi uno amante, uno fervente, uno desiderante la fonte della salute della eterna patria”, sentirà subito ch’ello è tirato. Uno peregrino che non vuole stare più in questa vita, ha sete di andare a Cristo, vedrà e sentirà in sé come egli è tirato da Dio per delettazione. 


Gentile Bellini "Nunc dimittis"



Dio non esce del suo ordine che egli ha posto con la sua sapienzia, o rare volte e quasi mai. Lui tira le cose grave in giù e le leggeri in su, e ogni cosa dispone e tira secondo la loro natura. Deus attingit a fine usque ed finem fortiter, et disponit omnia suaviter. Dio muove dunque ogni cosa secondo la natura di quella; così el libero arbitrio e la volontà dell'omo, perché è libera, Dio la muove liberamente secondo la sua natura.

Sono tre appetiti: naturale, animale e razionale. Dio li muove tutti secondo la loro natura; e ogni appetito séguita la sua inclinazione. L'appetito naturale non cognosce el fine che lui séguita. Verbigrazia: la pietra va in giù al centro e ha questo appetito e non sa perché; Dio che l’ha fatto lo cognosce. L'appetito animale séguita la cognizione del senso e la sua inclinazione; onde cognosce la pecorella ch’ el ramo verde gli è utile e delettabile, perché così sé gli appresenta, e però lo appetito li va dietro. Lo appetito razionale, che è la volontà dell’omo, perché è libera, si muove liberamente e séguita la sua inclinazione. Ma nota che, a essere mosso per delettazione, non basta solo che la cosa sia utile e delettabile, ma bisogna che la s’appresenti come utile e come delettabile. Ecco, la pecorella è tirata dal ramucello verde; ella va e pascesi insino che è saziata; ma poi, benché vegga el ramo verde, non si muove, perché non sé gli appresenta più come utile né come delettabile.

Così interviene all’omo. Dio ti monstra cose buone, utili e delettabili, e ti monstra quod oculus non vidit, nec auris audivit, nec in cor hominis ascendit, cioè “ ti monstra quello che occhio non vidde mai, né orecchio ha udito, né core di omo può comprendere ”, e' ti monstra la gloria di vita eterna, la quale Lui ti ha apparecchiata per il sangue di Cristo. Questo ti saria utile e molto delettabile, e tamen non ti muove e non ti tira.

Prima ti doverria muovere la cosa promessa e il premio grande; secundo, ti doverria muovere el modo per il quale ti è promessa e apparecchiata questa gloria, cioè per il sangue di Cristo.

Io vi metto questo dinanzi alli occhi, e monstrasi in sé come utile e come delettabile. Che vuol dire che uno si muove, l’altro no? — Perché nemo venit ad me nisi Pater, qui misit me, traxerit eum; “nessuno viene a me”, dice Cristo, “Se il Padre che m'ha mandato non lo tira” —. Sai tu perché colui non viene? Perché lo tira un’altra corda, un’altra delettazione, e lui va drieto a quella. Tu metti el fieno e la biada innanzi al cavallo, lui guarda la biada e quella mangia; e se tu di': — mangia del fieno —, lui non lo vuole e non è tirato da quello, perché non gli viene in considerazione, in presenzia di quella biada, che il fieno sia buono, e non sé gli appresenta allora come utile né come delettabile.

Così tu, che ti pasci delle delettazioni del mondo, benché ti sia monstro le cose di Dio utili e delettabili, non ti muovono e, in presenzia de’ tuoi piaceri sensuali, le cose di Dio ti si appresentano dure e aspre e non delettabili. Bisogna dunque che Dio sia quello che tiri, e però ben dice il testo: Nemo venit ad me, nisi Pater, qui misit me, traxerit eum.

Quando Dio vuole dunque tirare uno, e’ gli monstra le cose sue buone e delettabili, e quelle altre delettazioni del mondo gliele mette in abominazione, e così lo tira. — Ma che vuol dire che io ti metto in abominazione le cose del mondo, quanto posso, e monstroti che questo mondo è nulla, e tamen tu non vieni? — Nemo venit ad me, nisi Pater, qui misit me, traxerit eum. Dio è quello che tira. Benché io ti monstri ch' el mondo è nulla e che tu debbi venire a Dio, tamen, se Dio non tira, tu tieni l'occhio saldo a quella considerazione delle cose delettabili del mondo, e stai fisso là e non ti muovi. Ma come Dio comincia a tirare e inspirarti, tu cominci a dire: — Io voglio venire a Dio —, e Lui, come ti vede disposto, ti dà la grazia, illuminati e tirati, e se’ venuto a Cristo.

Tira dunque Dio non per forza, ma per delettazione, e pone all’omo le cose del mondo in abominazione. Egli monstra le pene dello Inferno come cosa mala. Egli monstra la gloria del Paradiso come bona e delettabile, e tira l’omo volontariamente e non lo sforza punto. Lui viene, e innamorasi di Cristo; e Lui lo infiamma e tiralo a sé, e è venuto non per forza ma per amore. Ma tu dirai: — Che vuol dire che e’ tira più questo che quello? E tira l'uno e l’altro no? — Lasciami un poco riposare ché io ti dirò qualche cosa.

— O frate, che vuol dire che Dio tira uno, l’altro no? Ella è pure grazia questa; perché la dà Egli a questo, non a quello? — Va’ e domanda uno che fa le scodelle, boccali, piattelle e altri vasi di terra, e di' così: — Perché fai tu di molti vasi belli e molti brutti? E perché sono questi belli e quelli no? — Ti risponderà: — Io li faccio per il bene di tutta la casa, per ché di questo bello è bisogno alla tale cosa, e di questo brutto a un’altra cosa —. E se tu di’: — Perché fai tu d'una medesima terra e materia questo vaso bello e quell'altro no? E di questa terra, che tu poni nel vaso brutto, perché non ne fai tu uno bello? — Ti risponderà: — Perché mi piace fare così —.

Domanda li filosofi: — Che vuol dire che, essendo tutti gli animali d'una medesima materia, sono fatti sotto diverse forme, e l'uno più bello e l'altro manco? — Ti risponderanno: che Dio l’ha fatto per la bellezza dello universo, perché la varietà fa bellezza. E se tu di’: — Perché ha fatto il leone e il cavallo sotto più nobile forma che l’asino, e più bello questo che quello? — Ti si risponderà: — Perché gli è così piaciuto —. 

Così, a proposito nostro, se tu di': — Perché tira Dio alcuno sì, alcuno no? — Si risponde: — Per dimonstrare la sua iustizia e la sua misericordia —. Oh, perché più presto questo che quello? O perché non ha dato la grazia a questo come a quello? — Si risponde: perché gli piace. — O frate, non ci è altra ragione? — Figliuolo mio, questo è uno grande profondo. Ti dissi altra volta che tu non ci entrassi. Dice qui santo Augustino: Noli iudicare, si non vis errare, “non volere iudicare questo, se tu non vuoi errare”. Santo Paulo sapeva meglio assai di noi solvere questa questione, e tamen non volse entrare qua dentro, ma disse: — Egli è perché Dio vuole così: Voluntati enim eius quis resistit? O homo, tu qui es, qui respondeas Deo? Cioè “chi può resistere alla volontà di Dio? O omo, chi se' tu che vuoi rispondere a Dio?” — Dio sa bene la ragione perché e’ fa così, ma tu non la sai; e Lui non è obligato a dirtela. Lascia andare queste questioni; quando saremo lassù in Paradiso lo sapremo.

Dimmi, quale è meglio, o che tu imputi Dio iusto e te ignorante, o Lui iniusto e te sapiente? Dio non si può dire che sia iniusto, perché Lui è essa somma iustizia. Adunque è meglio dire che Dio fa bene ogni cosa e che questo tu nol puoi intendere. Non andare dunque più alto in questa questione, ché tu cadrai nella pietra dello scandalo.

Origene la volse trovare, e disse che le anime furono create tutte insieme, e poi, secondo e’ meriti o demeriti loro, furono messe da Dio di qua in questi corpi. Questo è contra ogni filosofia; e Paulo, nel medesimo luogo, parlando della elezione di Iacob e della reprobazione di Esaù, dice: Cum nondum nati essent, aut aliquid boni egissent aut mali, ut secundum electionem etc., dictum est ei etc., sicut scriptum est: Iacob dilexi, Esau autem odio habui; cioè, che innanzi che fussino nati, o avessino fatto bene o male, fu da Dio eletto Iacob e reprobato Esaù. Pelasgio anche, volendo cercare questa questione, cadde in errore. Concludi adunque che Dio è quello che chiama, e chi fa bene è chiamato.

Ma tu dirai: — Come! Si può fare bene senza la grazia? — Scrivendo Paulo “Nos non sumus sufficientes ex nobis tanquam ex nobis aliquid cogitare”, basta a te che Dio dà a ciascuno sufficiente aiutorio. Non entrare in questo profondo, ma pensa che gli è venuta la grazia del nostro Salvatore Cristo Iesù, e ch’el ci ha fatto bene non per nostro merito, ma per sua misericordia.

Fa’ adunque bene, e come dice Augustino: Si non traheris, ora ut traharis, “se tu non ti senti tirare, fa' orazione a Dio che tu sia tirato”. Dio dà sufficiente adiutorio a ciascheduno. Tu hai le cose della fede, valle ruminando. Tu hai le predicazioni, fa’ bene se tu vuoi essere tirato, altrimenti tu non arai escusazione nessuna. Or veniamo un poco alle parole dello Evangelio.

Nemo potest venire ad me, nisi Pater, qui misit me, traxerit eum, “ nessuno può venire a me (dice el Salvatore), s'el mio Padre non lo tira”, Se tu se’ dunque tirato a penitenzia e a fare bene, non lo imputare a te; egli è il Padre che ti tira per sua misericordia, e dice: — Chi verrà a me ego resuscitabo eum in novissimo die, “io lo resusciterò nel dì finale” —; vuol dire: io gli farò salva l’anima e il corpo. Guarda dunque qua, se tu séguiti Cristo, che guadagno tu farai. Se tu séguiti el mondo tu perderai l’anima e il corpo; se tu séguiti Cristo perderai qualche cosa del mondo, ma alla fine ti salverà l’anima e il corpo.

Che stai tu dunque a fare che tu non séguiti Cristo? Sai tu perché tu non vieni? Perché Dio non ti tira. Sai tu perché e’ non ti tira? Perché tu se’ rinvolto nel peccato. — Oh! perché tira egli colui che è nel peccato, e faglielo lasciare, e me no? — Quando tu se’ battezzato, Dio ti ha posto in stato di grazia; se tu vuoi fare bene, tu se’ aiutato da quella grazia; ma se per tua malizia tu caschi nel peccato contra el precetto di Dio, tu se’ caduto nelle sue mani; non può egli fare iustizia di te, s'el vuole? — Padre, sì —. Adunque non ti dolere di Lui s'el vuole fare grazia a un altro, e rilevarlo e tirarlo, e a te vuole fare iustizia. Basta che tu non ti puoi dolere ch'el ti faccia torto. Tu se' una volta cascato e sai che la iustizia ti condanna; non ti dolere dunque di Dio s'el ti fa iustizia, benché e’ facci grazia a altri.

E' viene ancora questo male da’ padri e madre vostre, che non nutriscono bene e' figliuoli e allievangli cattivi; donde e’ perdono la grazia battesimale, e se Dio non gliela vuole poi rendere, non è obligato. Tu, padre e madre, ne renderai ragione al dì del iudicio.

È ancora colpa delle Signorie, che non fanno che ne' loro territòri sieno fatte buone leggi, e che si viva costumatamente. E’ fanciulli imparano quello che odano e vedano. Tu non vuoi ancora levare via e’ giuochi e le meretrice per le strade? Che state voi a fare, Signori Otto? Voi siete ministri di Cristo, che è Re della vostra città. Se voi non farete iustizia, Lui vi punirà. Guai alla barba vostra. Io ve lo dico: Andate provedendo che questi vizi non sieno nella vostra città. Così, voi fanciulli, andate cercando de’ giucatori; toglietegli le carte. Voi cittadini, a che fine siete voi fatti de’ magistrati? Forse per nutrire li peccati? No, vi dico io; questo non è el fine. Voi fate el rovescio; voi siete creati magistrati per levare via li vizi e li peccati; voi lasciate il fine, e non imparate di fare quello che è vostro ufficio.

Chi è buono impara: Sicut scriptum est in prophetis: Erunt omnes docibiles Dei, cioè, “ come è scritto nei profeti: quelli che saranno figliuoli di Dio intenderanno e impareranno”. Or lasciami un poco riposare.

Alle cose di Dio voi siete tardi e negligenti, ma alle cose del mondo voi siete solleciti; così al bene commune della città siete pigri, ma al bene proprio ognuno è sollecito e diligente. Voi fate el rovescio, e però non vanno bene le cose vostre. Io ve l'ho tante volte detto, ma voi non udite, perché non siete di Dio. Omnis qui audit a Patre et didicit, venit ad me, “ognuno (dice Cristo) che ode dal mio Padre e impara, viene a me”. Sono alcuni che odono e non intendono; non vogliono imparare. Chi va retto, impara quando ode dal Padre e viene a Cristo. Non quia Patrem vidit quisquam, nisi îs qui est a Deo, hic vidit Patrem, “ non già che nessuno abbi veduto el Padre, se non colui che è venuto da Dio”. Vuol dire che nessuno in questo mondo, come Cristo, ha veduto el Padre, ma noi andiamo a Lui per fede. Amen, amen dico vobis, qui credit in me habet vitam aeternam... “ in verità io vi dico (dice Cristo) che chi crede in me ha vita eterna ”. Credere in Cristo vuole dire: credendo tendere e andare in Cristo.

Altra cosa è credere a Dio, altra credere in Dio. Credere a Dio è credere alle parole di Dio, credere in Dio è, credendo e amandolo, tendere in Lui. E però tu di’: — Credo in Deum —, e non di': — Credo Deo —. Ma sono alcuni che dicono il Credo e dicono le bugie, perché credendo non amano e non tendano né vanno in Dio con le opere. Dillo pure, e non lasciare per questo, perché tu lo di’ in persona della Chiesa e non erri. Chi crede adunque in Cristo ha vita eterna.

— Oh, come s'ha vita eterna in questa vita mortale, benché l’omo creda in Cristo? — Tu hai prestato, — in su uno pegno, a uno cento ducati, e tamen, benché tu non gli abbia, tu di': — Io ho cento ducati —, perché tu hai el pegno; così, faccendo bene e credendo in Cristo, tu hai el pegno di avere vita eterna; e però tu puoi dire di avere ora vita eterna. Va' adunque, mangia el pane di questa vita, perché Cristo dice: — Ego sum panis vitae, “io sono il pane della vita ”. Va' dietro a Cristo, séguita Lui, priega ch'el ti tiri, e maxime in questi tempi, ché hanno a essere tante tribulazioni.

Noi non cerchiamo altro, né altro concludiamo, se non che tu cerchi che Dio ti tiri al suo servizio.


Tratto da: Edizione nazionale  delle opere di Girolamo  Savonarola "Prediche sopra Ruth e Michea" a cura di Vincenzo  Romano - Vol. 1 - Predica VIII - pagg. 217-224


giovedì 2 maggio 2024

Le formule liturgiche o cultuali mariane esprimono la fede della Chiesa sulle verità relative a Maria SS.ma

 Altri testi mariologici
(dal libro "Mariologia biblica" di padre  Stefano M. Manelli)

 
Se la Liturgia è un «luogo teologico», è soprattutto al valore non certo trascurabile di questo «luogo teologico» che noi dobbiamo il senso mariano di altri testi dell'Antico Testamento. 
La novella Liturgia instaurata dal Vaticano II ha offerto un discreto numero di testi biblici tratti dall’Antico Testamento e adoperati per le solennità, le feste, le memorie e le ricorrenze mariane (1).
Parlare però — come fanno alcuni — di senso solo accomodatizio nell’uso liturgico di diversi testi veterotestamentari, oltre che poco onorifico per la Liturgia, sembra apparire in netto contrasto con il genuino senso teologico della Liturgia, che valuta e adopera ogni brano biblico — dell’Antico o del Nuovo Testamento — alla luce della Rivelazione di Cristo, .del compimento della Redenzione e del «sensus fidei». della Chiesa maestra di verità (2).
«La mariologia — afferma il Le Deaut — non sì può accontentare di considerare l'Antico Testamento come un tesoro d’immagini applicabili alla Vergine in senso accomodatizio, molto elastico. Esso contiene, sulla Madre del Messia, una rivelazione autentica, sia pure solamente abbozzata, che si scoprirà nel Nuovo Testamento, rivelatore dell’Antico, e nell’interpretazione tradizionale della Chiesa» (3).
 
Sacra Scrittura, Chiesa e Liturgia vanno sempre insieme, in organicità di legami fecondi e vitali per la fede che salva l’uomo. 
 
Molto opportunamente, infatti, il P. Roschini, trattando del valore teologico del culto mariano, fa notare che «la preghiera liturgica della Chiesa (il suo culto) è espressione della fede della Chiesa, la quale fede antecede la preghiera liturgica (il culto) e perciò è garanzia della fede... Conseguentemente, non è la liturgia (con le sue forme liturgiche o cultuali) quella che genera la fede o le verità della fede, ma è la fede che genera la liturgia, ossia le espressioni cultuali o liturgiche, come l’albero. genera il frutto, e non viceversa» (4).
Per questo è stato anche scritto, giustamente, che «l’interpretazione liturgica dei testi scritturali ha una importanza teologica di prim’ordine» (5), perché è un portato della fede genuina della Chiesa, e «le formule liturgiche o cultuali mariane, ossia il culto mariano, perciò, non fanno altro che esprimere, manifestare la fede della Chiesa sulle varie verità relative a Maria SS.» (6).

Ebbene, fra i testi veterotestamentari adoperati e interpretati in senso mariologico dalla Liturgia — oltre i tre testi fondamentali del Genesi, di Isaia e di Michea — ve ne sono almeno altri quattro più importanti, dei quali due sono stati riportati e interpretati mariologicamente anche dal Concilio Vaticano Il: ossia, quello sui «poveri di Iahvé» e quello sulla «figlia di Sion» (7).

Nel capitolo ottavo della Lumen gentium è scritto: «Essa (Maria) primeggia tra gli umili e i poveri del Signore, i quali con fiducia attendono e ricevono da lui la salvezza» (8).

In diversi salmi è descritta la realtà degli «anawim» di Dio, i veri «poveri di Jahvé» (9). Essi sono i figli di Abramo, umili e timorati di Dio, oppressi dagli uomini, ma fiduciosi nel Signore che li salva. Tra le vicende più dolorose del popolo eletto, nella tragedia delle deportazioni e dell’esilio babilonese, i «poveri di Jahvé» realizzano la più alta ascesi veterotestamentaria e, per la loro fedeltà a tutta prova, costituiscono quel «resto di Israele» da cui uscirà il rinnovato popolo eletto, la Chiesa di Cristo.

Nel Magnificat, la Madonna stessa si colloca appunto fra gli umili, oggetto della compiacenza di Dio, che «ha guardato l’umiltà della sua serva» e che «ha innalzato gli umili» (Lc 1,48).

Nel dialogo con l’Angelo, all’Annunciazione, nel momento stesso in cui accetta la sublime missione della Maternità divina, la Vergine Maria dice il suo Fiat come una povera «ancella del Signore» (Lc 1,38).
Sappiamo che la Madonna fu povera dal punto di vista sociale ed economico, vivendo in un paesello minuscolo e di nessun conto («da Nazaret può mai venire qualcosa di buono?»: Gv 1,46), nascosta e ignorata da tutti.

Lo stesso Concilio Vaticano II rileva che, per la sua povertà, Maria SS. dovette fare al Tempio l'offerta dei poveri (10). Ma questa povertà esteriore era segno e figura della grande povertà interiore che fece di lei, per antonomasia, «l’umile vergine», modello e maestra della povertà di spirito beatificata dal Signore Gesù nel discorso della montagna: «Beati i poveri in spirito perché di essi è il Regno dei cieli» (Mt 11,29) (11).

« Eccelsa Figlia di Sion »

Leggiamo nella Lumen gentium: «Eccelsa figlia di Sion con lei, dopo la lunga attesa della promessa, si compiono i tempi e si instaura una nuova Economia, quando il Figlio di Dio assunse da lei la natura umana, per liberare coi misteri della sua carne l’uomo dal peccato» (12).

Sion è la terra-madre di quei «poveri di Jahvé» che costituiscono il «resto di Israele», da cui sorgerà il «nuovo Israele»; e il monte Sion è figura del regno eterno di Jahvé rinnovato in un popolo nuovo, come annunciò il profeta Michea: «In quel giorno — dice il Signore — radunerò gli zoppi, raccoglierò gli sbandati e coloro che ho trattato duramente. Degli zoppi io farò un resto, e degli sbandati una nazione forte. E il Signore regnerà su di loro sul monte Sion, da allora e per sempre. E a te, Torre del gregge, colle della figlia di Sion, a te verrà, ritornerà a te la sovranità di prima, il regno della Figlia di Gerusalemme» (Mic 4, 6-8).

Maria è l’«eccelsa figlia di Sion», ossia è appunto colei che tra gli umili e i poveri del Signore fu eletta per dare compimento alle promesse antiche della salvezza, instaurando la «nuova Economia» del riscatto redentivo dell’umanità dal peccato, per il ritorno alla «sovranità di prima» (13).

Sion, in origine, era la rocca dominante di Gerusalemme, espugnata da Davide, che vi costruì la sua reggia e vi trasportò anche l’Arca dell’Alleanza (14). Per questo Sion era chiamata «città di Davide» e «dimora di Jahvé». 
Con il re Salomone, in seguito, si cominciò a chiamare Sion anche il monte dove egli fece costruire il nuovo Tempio e la nuova reggia, a nord di Gerusalemme (15).
Infine, con la parola Sion, si arrivò a indicare l’intera Gerusalemme e l’intero popolo di Israele, che vengono accomunati anche in diversi altri testi veterotestamentari, oltre che in quello sopra citato di Michea (16).

Maria, «eccelsa figlia di Sion», porta in sé il compimento del disegno salvifico di Dio e diviene ella stessa personificazione del nuovo Israele, la più vera «dimora di Jahvé», per l’incarnazione del Figlio di Dio che restaura il regno di Israele con un dominio che non avrà mal fine,

Per tutto questo, il tema della « Figlia di Sion » trova i suol richiami più fecondi e gioiosi nei testi di Sofonia (3, 14-17) e di S. Luca (1,28-33) (17).
Nell'uno e nell'altro c'è l'esultanza messianica che fa prorompere nel grido gioioso: «Esulta», Sofonia preannuncia il futuro dell'avvento di Dio: «Esulta, figlia di Sion... » (3, 14), L'Angelo, invece, annuncia a Muria la gioia dell'arrivo del Verbo di Dio che sta per incarnarsi in Iei: «Esulta, o piena di grazia...» (Lc 1,28) (18).

Maria SS. e la Sapienza

Certamente fra le pagine più alte dell’Antico Testamento ci sono quelle riguardanti la Sapienza, presentata come ipostasi di Dio, Verbo del Padre, che preesiste e presiede a tutta l’opera della creazione.

Orbene, queste pagine del Siracide (24, 3-21) e dei Proverbi (8, 22-35) — fatte le debite restrizioni — dalla Chiesa sono state applicate a Maria SS. fin dal secolo VII per la festa dell’Assunzione (Sir 24, 3-21) e dal secolo X per la festa della sua Natività (Prv 8, 22-35). 
Specialmente la pagina dei Proverbi, nella sua solenne bellezza e sublimità di espressioni, di immagini, di concetti ci porta a contemplare l’origine di Maria nel pensiero eterno di Dio. La Sapienza «si traspone, per riflesso e partecipazione, a Maria, la Madre del Verbo di Dio» (19).

Ci si può chiedere, però, se l’applicazione di tali testi a Maria Vergine sia fatta solo in senso accomodatizio o in qualche altro senso biblico particolare più appropriato.

Diciamo subito che sembra davvero strano il parere di quegli autori i quali parlano, troppo sbrigativamente, di pie accomodazioni biblico-liturgiche, pur sapendo bene che Maria SS. fu da Dio predestinata fin dall’eternità «uno eodemque decreto» con il Verbo Incarnato, come dice luminosamente la Bolla «Ineffabilis Deus», con esplicita applicazione a Maria delle parole della Sapienza (20).

« A causa della sua intima partecipazione attiva all’Incarnazione del Verbo di Dio — scrive Mons. Romeo — essa (Maria) riveste in certa misura la missione e le prerogative della Sapienza ipostatica che «ha posto la sua abitazione fra noi» (Gv 1, 14). Non si tratta di accomodazione arbitraria, bensì di senso «pieno» postulato dal mistero dell’Incarnazione. La Sapienza increata, incarnandosi in Maria, fa di essa il centro della Verità e della Vita (Sedes Sapientiae(21).

Inoltre, riesce davvero difficile ammettere che la Liturgia, in quanto «lex orandi», così strettamente correlata alla «lex credendi», si voglia servire di pie accomodazioni per illuminare e santificare i fedeli sotto l’azione dello Spirito Santo.

Si noti, piuttosto, che l’applicazione fedele e costante, per molti secoli, di queste pagine bibliche a Maria SS. «non può spiegarsi — scrive giustamente il P. Pietrafesa — a livello di semplici «accomodazioni» più o meno felici, ma deve essere valutata sul piano teologico, proprio dalla loro utilizzazione nella liturgia. Questo legge la Bibbia con occhi cristiani, alla luce delle meraviglie che Dio ha compiuto in Cristo e nella Vergine Maria, e quindi non sorprende che vegga un senso molto più ricco, esteso e profondo, sconosciuto ai contemporanei e allo stesso agiografo. Il quale senso suppone evidentemente quello letterale, ma nello stesso tempo lo supera, lo allarga, lo arricchisce» (22).

« Tutta bella sei tu » 

 
Il Cantico dei cantici è un poemetto allegorico sull'amore. Ma, quale amore? A chi va riferito?

La sposa del Cantico dei cantici «secondo le più sicure interpretazioni dell’esegesi moderna — scrive il Bertetto — confermate dalla tradizione patristica e medioevale, designa metaforicamente sia la Figlia di Sion, sia il popolo di Israele, nelle relazioni di amore e di fedeltà con Jahvé suo Sposo; sia la Chiesa cattolica, che continua il popolo di Dio dell’Antico Testamento; sia anche ogni anima fedele, membro della Chiesa, e in modo particolare Maria SS., alla quale si applicano e si riferiscono in senso tipico scritturistico, manifestato dalla Tradizione patristica e teologica, alcuni versetti della Cantica: hortus conclusus, fons signatus (orto chiuso, fonte sigillata) (Ct 4, 12), in favore della verginità di Maria; e tota pulchra es (sei tutta bella) (Ct 4,7), in favore della assenza di colpa in Maria» (23).

Nell’insieme, quindi, il Cantico dei cantici esprime, in suggestiva allegoria poetica, la realtà dell’amore di Dio verso la sua sposa eletta, senza colpe né difetti, tutta innocente e bellissima.
Questa «sposa» è il «nuovo Israele», ossia la Chiesa «senza macchia e senza ruga» (Ef 5,27); questa «sposa» è ogni anima cristiana che si dona a Dio in purezza e santità; questa «sposa» è, in modo perfetto ed eminente, Maria SS., solo lei, l’Immacolata, ossia la «Tutta bella» per eccellenza e la «senza macchia» per antonomasia.

È interessante rilevare che il «sensus fidei» della Chiesa, espresso dalla Liturgia nell’applicare a Maria i passi del Cantico dei cantici, si armonizza pienamente con l’interpretazione mariologica data dai Santi Padri e scrittori ecclesiastici, quali S. Ippolito, S. Efrem (soprattutto), S, Ambrogio, S. Girolamo, S. Epifanio, S. Sofronio, S. Giovanni Damasceno, S. Germano, S. Pier Damiani, Ruperto di Deutz, Alano di Lilla, e via di seguito (24).

Nella Costituzione del Concilio Vaticano II sulla Sacra Liturgia è detto che la Chiesa «in Maria ammira ed esalta il frutto più eccelso della Redenzione, ed in lei contempla con gioia, come in una immagine purissima, ciò che essa, tutta, desidera e spera di essere» (25).

Questa «immagine purissima» la Liturgia ce la presenta appunto con l’immagine della «sposa» senza macchia del Cantico dei cantici, a cui il Signore rivolge le sue parole ripiene di vaghezza d’amore estatico: «Alzati, amica mia, mia bella, e vieni!... O mia colomba, che stai nelle fenditure della roccia, nei nascondigli dei dirupi, mostrami il tuo viso, fammi sentire la tua voce, perché la tua voce è soave, il tuo viso è leggiadro» (Ct 2, 10-14) (26); e ancora: «Tutta bella tu sei, amica mia, in te nessuna macchia! Vieni con me dal Libano, o sposa, vieni!» (Ct 4, 7-8) (27)

Il «sensus fidei» della Tradizione patristica e della Liturgia ci fanno leggere il Cantico dei cantici in filierana mariologica, portandoci a contemplare in trasparenza Marla nella «sposa» tutta bella e senza macchia, lo quale con la sua purezza originaria — con frapposta all'infedeltà adultera di Israele ricapitola, riflette e sublima In sé il «nuovo Israele», cioè la Chiesa, e ogni anima, sposa del Signore (28).

Infine, un rilievo particolare va dato al celebre versetto 10 del capitolo VI: «Chi è costei che sorge come l'aurora, bella come la luna, fulgida come il sole, terribile come schiera a vessilli spiegati?».
La figura di Maria, qui disegnata con le immagini più seducenti dol cosmo (l'aurora, la luna, il sole) e della forza degli uomini (le schiere all’assalto) preannuncia suggestivamente il «grande segno» dell’Apocalisse, la «Donna vestita di sole, con la luna sotto i piedi, coronata di dodici stelle» (Ap 12,1).
Il legame delle immagini presenti nei due testi identifica in simbiosi luminosa la Sposa del Cantico dei cantici con la Donna dell’Apocalisse; e la Liturgia, di fatto, insieme alla Tradizione medioevale, interpreta l’uno e l’altro testo in senso mariologico, riferendoli direttamente alla Vergine Maria (29).

Padre Stefano M. Manelli
Mariologia biblica (pag 65-76)



Ndr: senso accomodativo o accomodatizio è un termine in uso nell'esegesi biblica. In maniera generale si riferisce all'uso di citare frasi e passi delle Scritture in un senso diverso da quello che hanno nel contesto, basandosi spesso su mere analogie di parole o anfibologie.

(1) Cfr. A. MIORELLI SM, L’uso della Scrittura nelle feste liturgiche mariane, Torino 1968; AA. VV., Lezionario Mariano, Brescia 1975.

(2) Sull'argomento cfr. C. VAGAGGINI, Il senso teologico della liturgia, Roma 1958, pp. 354s.; A.M. TRIACCA, Bibbia e Liturgia, in Nuovo Dizionario di Liturgia, Roma 1984, pp. 175-197; A. NOCENT, La lettura della Sacra Scrittura, in AA.VV., Assemblee, Brescia 1986, pp. 198-221. Si rifletta attentamente su ciò che dice la “Dei Verbum” sulla Chiesa sempre sollecita «soprattutto nella Sacra Liturgia, di nutrirsi del pane della vita dalla mensa sia della parola di Dio che del corpo di Cristo, e di porgerlo ai fedeli» (n. 21 - corsivo nostro).

(3) R. LE DEAUT, Marie et l’Ecriture dans le Chapitre VIII, in Etudes Mariales 22 (1965) 61. «Se c’è un ambito dove la Chiesa è certa dell’assistenza dello Spirito Santo, è proprio nella struttura fondamentale della sua liturgia. Ora, non c’è niente di più comune a tutti i riti cristiani che questo legame fra Antico e Nuovo Testamento»: così scrive D.C. JEAN-NESMY, Per una lettura cristiana della Bibbia, in Communio, n. 87 (1986) p . 48.

(4) G. ROSCHINI OSM, Il valore teologico e efficacia pastorale del Culto Mariano, in Marianum 39 (1977).

(5) I. H. DALMAIS, La liturgia testimonianza della tradizione, in La Chiesa in preghiera, Grottaferrata 1963, pp. 244. Vedi pure M. MARTIMORT, L’Eglise en prière, Tournai, p. 227.

(6) G. ROSCHINI OSM, art. cit., l.c. Subito dopo, l’autore riferisce l'esempio del Papa Pio XII il quale nell’enciclica Mediator Dei riporta «come attuazione del celebre effato "Lex orandi, lex credendi”, il fatto che Pio IX, nel definire come dogma di fede l’Immacolata Concezione di Maria SS., incluse, nella documentazione, l’argomento dedotto dalla Liturgia» ivi, l.c.).

(7) Giustamente, riguardo alle due espressioni «poveri di Iahvé» e «figlia di Sion», è stato rilevato che nel testo conciliare «nessuna delle due espressioni è accompagnata con un riferimento. Le due espressioni formano quasi un luogo comune della pietà vetero-testamentaria alla  "figlia di Sion”, figura del popolo eletto, la quale porterà la promessa a compimento nella pienezza dei tempi » (G. PHILIPS, L’Eglise et son mystère aut deuxième du Concile Vatican. Histoire, texte et commentaire de la Constitution «Lumen Gentium», Paris 1968, II, p. 231).

(8) Lumen gentium, n. 55. 

(9) Si vedano, ad esempio, i salmi 9, 10, 11, 12, 34, 37. 

(10) Lumen gentium, n. 57.

(11) Sull'argomento, cfr. A. GELIN, Il povero nella Sacra Scrittura, Milano 1956, pp. 121-123; F. URICCHIO OFMConv., La povertà di Maria nella Sacra Scrittura, in Miles Immaculatae 2 (1966) 175-184, 263-272; ORTENSIO DA SPINETOLI, OFM Cap, Maria nella Bibbia, Genova 1964, pp. 111-131; E.M. MORI, Figlia di Sion e Serva di Jahvé, Bologna 1970, pp. 301-449. | 

(12) Lumen gentium, n. 55.

(13) Cfr GI 2, 21-27; Sof 3, 14-17; Zac 9,9.

(14) Cfr 2 Sam 5, 6-7, 9-11.

(15) Cfr Is 18,7; Ger 26, 18.

(16) Cfr Is 37,32; 46,17; 52,1-2; Ger 26,18; 51,35; Sal 142.2.

(17) Cfr D, BERTETTO SDB, La Madonna oggi, Roma 1975, pp. 65-66,

(18) Il tema così interessante della «Figlia di Sion», visto in rapporto con il Nuovo Testamento, e specificamente con Lc 1,26-38, ha impegnato e sta impegnando gli studiosi più qualificati in campo biblico e mariologico. C'è divergenza di valutazioni, però, come risulta efficacemente dalla esauriente panoramica presentata da N. LEMMO, Maria, «Figlia di Sion», a partire da Lc 1,26-38. Bilancio esegetico dal 1939 al 1982, in Marianum 45 (1983) 175-258. È di notevole portata il tentativo di presentare il tema della «Figlia di Sion» quale « sfondo biblico della figura neotestamentaria di Maria», come ha fatto I. DE LA POTTERIE, Maria nel mistero dell'alleanza, Genova 1988.


(19) A. ROMEO, Maria e il Verbo Incarnato nei libri poetici e sapienziali del V. T., in Tabor 23 (1958) 323. Cfr pure D.J. ALFONSO, Marie et la Sagesse divine (Prv 8,22-35), in Assemblées du Seigneur, n. 80, pp. 19-28.

(20) Ecco il testo originale contenuto nella Bolla pontificia: «Atque idcirco vel ipsissima verba quibus divinae Scripturae de increata Sapientia loquuntur, eiusque aeternas origines repraesentant, consuevit tum in ecclesiasticis officiis, tum in sancta Liturgia adhibere et ad illius Virginis primordia transferre, quae uno eodemque decreto cum divinae Sapientiae incarnatione fuerant praestituta». Cfr TH. PLASSMANN OFM, Uno eodemque decreto, in Virgo Immaculata, III, Roma 1955, pp. 174-197.
(21) A. ROMEO, art. cit., pp. 327-328.

(22) P. PIETRAFESA CSSR, La Madonna nella Rivelazione, Napoli 1970, p. 64; si vedano gli importanti riferimenti ad alcuni autorevoli studiosi, quali Bea, Vagaggini, Scheeben, Dillenschneider (ivi, p. 65, nn. 7-10). Per una conoscenza più estesa e documentata sull’argomento, si veda E. CATTA, Sedes Sapientiae, in Maria, Parigi 1961, vol. VI, pp. 688-866; D. COLOMBO OFM, Maria nei libri sapienziali, Vercelli 1979.

(23) D. BERTETTO SDB, La Madonna oggi, Roma 1975, p. 60.

(24) Cfr lo studio accurato ed esteso di A. Rivera CMF, Sentido mariologico del Cantar de los Cantares, in Ephemerides Mariologicae 1 (1951) 437-68; 2 (1952) 25-42.

(25) Sacrosanctum Concilium, n, 103,

(26) Testo riportato nella Messa della Visitazione della Beata Vergine Maria, salmo responsoriale.

(27) Sul tema delicato e suggestivo di Maria « Sposa del Verbo Incarnato », si veda A. Rivera CMF, Maria Sponsa Verbi en la tradicion biblico-patristica, in Ephemerides Mariologicae 9 (1959) 461-478; A. PIOLANTI, « Sicut Sponsa ornata monilibus suis », in Virgo Immaculata, Romae 1955, pp. 181-193. 

(28) Scrive il Laurentin: « La dichiarazione apparentemente iperbolica del Re-Jahvé a Israele: Non vi è macchia in te, si attua alla lettera solo in questa nuova creazione che comincia con l’Immacolata Concezione di Maria. Poiché questo senso si attua oggettivamente, dato che è stato riconosciuto (benché con modalità spesso deficienti) da un'abbondante tradizione, il teologo può con fondamento vedervi un senso pieno o ultrasenso che risponde a un disegno di Dio, autore principale della Scrittura » (R. LAURENTIN, La Vergine Maria, Roma 1983, p. 179, n. 3). Cfr pure A, ROMEO, art, cit., pp. 318-323.

(29) Cfr P. DE AMBROGGI, Il Cantico dei cantici, Roma 1952, p. 211; G. NOLLI, Cantico dei cantici, Roma 1968, p. 34; D. COLOMBO, Cantico dei cantici, Roma 1983, p. 22

domenica 24 settembre 2023

Discorso profetico del 1970: "Ritorneranno l'ascesi e l'adorazione"

Discorso tenuto dal Dott. Eric de Saventem ai membri della Federazione Internazionale  Una Voce , negli Stati Uniti, riuniti a New York per la loro prima Assemblea Generale il 13 giugno 1970

Memling, polittico di San Giovanni (particolare)


Come molti di voi sanno, UNA VOCE ha attraversato un periodo di prova. La promulgazione del nuovo ORDO MISSAE ci ha messo di fronte a quello che sta rapidamente diventando il problema numero uno del fedele cattolico: come coniugare la sottomissione filiale al Santo Padre con una critica rispettosa ma aperta di alcuni dei suoi atti?
 

In questioni di tale delicatezza, la prima necessità è essere precisi, nel pensiero e nelle parole. Quando si sono riuniti i Delegati delle quattordici associazioni federate UNA VOCE Zurigo in febbraio hanno deciso all'unanimità che UNA VOCE si adoperasse per ottenere il mantenimento della Messa tridentina “come uno dei riti riconosciuti nella vita liturgica della Chiesa universale”. Ma ciò non equivaleva ad una condanna della nuova ORDO. Essendo “a favore” del Rito Tridentino della Messa non siamo “contro” il nuovo Ordinario della Messa nel senso di un totale rifiuto. Così come non eravamo “contro” il volgare quando chiedevamo “per” il mantenimento del latino liturgico.
 

La Chiesa ha sempre conosciuto una pluralità di riti riconosciuti e di linguaggi liturgici. Ma quel “pluralismo” – per usare il termine moderno – nasceva dal “rispetto della tradizione”: così lo stesso san Pio V, quando introdusse il Messale Romano uniforme dopo il Concilio di Trento, confermò proprio la legittimità di alcuni altri riti di veneranda origine ed uso. Permettetemi, a questo punto, di ricordarvi che la tanto denigrata unificazione e anzi uniformazione dei riti della Messa, ottenuta dal Messale di Pio V, fu intrapresa da quel santo Papa su espressa richiesta dei vescovi riuniti in Concilio. Non si trattò quindi di un atto di prepotenza curiale, o di disprezzo romano per la legittima individualità dell'espressione liturgica. Lo hanno chiesto gli stessi vescovi di prescrivere un rito uniforme per tutta la Chiesa latina perché avevano constatato che, a livello diocesano o addirittura sinodale, era impossibile fermare o addirittura limitare la proliferazione di testi non autorizzati per la celebrazione dei Sacramenti.
 

Stiamo semplicemente assistendo al ripetersi sia della proliferazione di testi non autorizzati sia dell’incapacità episcopale di farvi fronte. Forse potremmo anche assistere al ripetersi di quell'atto di saggezza che, poco più di 400 anni fa, fece sì che i vescovi chiedessero al Papa di redigere e attuare “in perpetuo” il rito uniforme della Messa che fu promulgato nel 1570 e che ha ha portato una benedizione così immensa alla Chiesa.
 

Di altro genere è il pluralismo di oggi: è la parola d'ordine e il grido di guerra di chi vuole mettere da parte la tradizione. Ecco perché, nel mezzo di una nuova proliferazione di riti e testi liturgici, assistiamo alla pratica soppressione dell'unico rito che custodisce in modo perfetto il tesoro più sublime della Chiesa, il santo mistero della Messa.
 

Finora la soppressione è avvenuta solo de facto e non de jure . Sarebbe infatti impensabile che il vecchio Ordo Missae venisse ufficialmente proibito. Per giustificare ciò, si dovrebbe sostenere che in qualche modo era “sbagliato” o “cattivo” – sia dottrinalmente che pastoralmente. Dimostrare l’uno o l’altro equivarrebbe a negare che la Chiesa sia guidata dallo Spirito Santo. È quindi inammissibile anche solo suggerire che il vecchio Ordo possa essere legittimamente messo al bando.
 

Ma la repressione di fatto è comunque abbastanza reale e dobbiamo combatterla con tutti i mezzi a nostra disposizione. Un argomento è ovviamente proprio il "pluralismo" che i riformatori invocano costantemente: a meno che non abbracci la continua esistenza del vecchio rito, accanto a quello nuovo, il "pluralismo" nella liturgia viene immediatamente smascherato come pura ipocrisia, che vela sottilmente sia il disprezzo della tradizione che l'arrogante pregiudizio antiromano delle gerarchie nazionali e delle loro commissioni liturgiche.
 

Ricordiamo che le tre nuove Preghiere Eucaristiche, o Canoni, sono state introdotte non in sostituzione, ma in aggiunta all'antico Canone Romano, che era stato espressamente confermato e addirittura messo in primo piano (sulla carta) per le Messe celebrate la domenica. È quindi perfettamente legittimo e ragionevole chiedere che il nuovo ORDO MISSAE venga proposto, allo stesso modo, come modalità aggiuntiva e alternativa di celebrare la Messa, e non come totale sostituzione del vecchio Rito di San Pio V.
 

Quanto al nuovo ORDO, come tutti sapete, è diventato oggetto di critiche forti, diffuse ed estremamente convincenti. Ciò vale sia per l'ordine e le preghiere della Messa stessa, sia per la cosiddetta "Institutio Generalis" o "Presentazione generale del nuovo Ordinario della Messa". La critica riguarda i testi latini ufficiali e, in molti paesi in modo ancora più forte, le loro traduzioni in volgare. Si è constatato che i testi riflettono alcune delle nuove tendenze teologiche che ispirarono il famigerato Catechismo olandese e che Roma stessa ha condannato. Si è constatato che, anche laddove queste tendenze non si riflettevano nelle parole stesse usate né nel nuovo Ordo né nella Presentazione Generale, esse tuttavia emergevano inequivocabilmente nel contesto e, più particolarmente negli effetti psicologici a cui il nuovo rito mira chiaramente. Per questi motivi UNA VOCE, come molti altri, si è sentita autorizzata, anzi obbligata, a criticare il nuovo Ordo, così come abbiamo già criticato altri aspetti della riforma postconciliare.
 

Tali critiche sono sbagliate, sono indecorose, provenienti da coloro che si considerano cattolici leali e figli fedeli del Santo Padre? Del resto: il nuovo MISSALE ROMANUM è stato promulgato dallo stesso Pontefice regnante, e bisogna quindi stare certi che egli lo considera non solo esente da errori, ma anche esente da tendenze e ambiguità potenzialmente pericolose, e che considera la sua introduzione come necessari per il maggior bene della Chiesa. Esaminiamo questo problema per un momento. Vediamo cosa è successo ai più recenti importanti documenti di guida papale per la Chiesa in materia di fede, morale e liturgia.
 

Vi ricordate della "Mediator Dei", con i suoi gravi avvertimenti contro le stesse aberrazioni liturgiche divenute ormai pratica quotidiana. Ricordate la "Veterum Sapientia" di Giovanni XXIII, con i suoi gravi ammonimenti a salvaguardare l'uso del latino particolarmente nella Liturgia e nei seminari. Vi ricordate del "Mysterium Fidei" con la sua netta condanna di alcune nuove interpretazioni del mistero della Transustanziazione. Ricorderete la Costituzione del Concilio sulla Liturgia, promulgata da Papa Paolo VI, con le sue chiare indicazioni sul mantenimento del latino come lingua principale per la Liturgia, e con il suo permesso attentamente circoscritto per l'uso della lingua volgare in alcune parti della Messa. Voi ricordate il "Credo del popolo di Dio" con la sua riaffermazione di tutte le verità essenziali del cattolicesimo e con il suo implicito monito contro ogni dottrina che impoverisca o falsifichi il "Depositum fidei". Si ricordi – da ultimo – il Decreto “Memoriale Domini” che disapprova formalmente la pratica della Comunione in mano. E voi tutti conoscete fin troppo bene gli avvertimenti settimanali del Santo Padre contro le innumerevoli forme di sottile sovversione dall'interno, dai cardinali fino ai vicari focosi, dai cosiddetti eminenti teologi fino agli irresponsabili cosiddetti giornalisti "cattolici".
 

Gli ultimi vent'anni ci hanno regalato moltissimi esempi di papi regnanti che hanno espresso la loro chiara e inequivocabile disapprovazione nei confronti di certe idee, certe tendenze, certe pratiche, certi suggerimenti e atteggiamenti che si manifestavano all'interno della Chiesa. Quasi tutti sono stati totalmente ignorati: dai laici, dai sacerdoti, dai vescovi e dai cardinali, e in effetti: proprio ai vertici stessi, dove più di un pontefice regnante è andato contro le chiare ingiunzioni dei suoi immediati predecessori.
 

Dopo questa digressione, torniamo a UNA VOCE e alle sue due preoccupazioni principali: il latino, con il canto gregoriano, e la Messa tridentina.
 

È totalmente sbagliato etichettarci come reazionari, come persone che si aggrappano ostinatamente alle vie di ieri, le cui menti sono chiuse alle riforme necessarie e benefiche, o i cui concetti personalizzati di preghiera liturgica riflettono l’individualismo di un’epoca passata. Al contrario: la nostra insistenza affinché nella Liturgia si usi un linguaggio liturgico specifico e una forma liturgica specifica della musica, e che per la Messa si continui a usare un rito la cui ispirazione è teologica anziché sociologica, ieratica anziché comunitaria - - questa insistenza è in realtà un atto di “contestazione” lungimirante.

Contestazione contro una concezione impoverita di cosa sia la liturgia. La liturgia è sicuramente più del "dialogo tra Dio e il suo popolo". È la messa in atto gerarchicamente ordinata del sacro nella realtà profana. La liturgia è infatti un'azione sacra. In quanto tale è essenzialmente scritturale. Sostenere che la liturgia sia diventata “più scritturale” grazie a letture sempre più varie della Bibbia e all’uso liberale dei salmi per i canti antifonali e responsorali è fuorviante quando allo stesso tempo la liturgia viene derubata della maggior parte delle parole e gesti e accessori che denotano la sacralità dell'azione e che trasmettono questa sacralità ai partecipanti e suscitano una risposta dai loro cuori piuttosto che dalle loro teste.
 

Contestazione anche contro una concezione impoverita del sacerdozio. Chiedetevi soltanto questo: la "crisi del sacerdozio" si sarebbe verificata e avrebbe assunto le dimensioni terrificanti di cui siamo testimoni ogni giorno, se il sacerdote fosse rimasto "ministro dell'altare" (invece del popolo), agendo "in persona Christi"? Hanno dato una finalità e una dignità uniche al sacerdote celebrante e al suo volontario isolamento nel celibato – altro "segno" della distinzione essenziale tra il sacerdozio "ministeriale" del ministro ordinato dell'altare e il sacerdozio generale apostolico del ogni cattolico battezzato. L'eliminazione dei "segni" incide sempre su ciò che essi significano, ed è per questo che le recenti riforme liturgiche sono tra le principali cause della crisi del sacerdozio.
 

Di fronte a tutto questo: cosa possiamo – cosa dobbiamo – fare?
 

Soprattutto: dobbiamo acquisire nuovi soci per UNA VOCE. Non per il bene dei numeri, ma per rafforzare la nostra reciproca determinazione e per affrontare in modo più efficace i numerosi compiti che ci attendono. Quali sono questi compiti?
 

Primo: conservare tra noi, e diffondere al di fuori di questa cerchia ristretta, la familiarità con il latino liturgico. Ciò è richiesto dal Consiglio stesso. I testi liturgici latini dovrebbero essere compresi – e per questo non è necessario diventare uno "studioso" latino. Un'altra virtù di questa inestimabile lingua "morta" è che, nella forma in cui è giunta a noi come latino della Chiesa, è una lingua facile, infinitamente più facile della maggior parte delle lingue moderne. E se anche questi possono essere padroneggiati abbastanza bene in pochi mesi per una comprensione di base, allora ciò va a maggior ragione per il latino ecclesiastico. La conoscenza di base della lingua propria della Chiesa conferisce atemporalità al nostro senso di appartenenza e fornisce un legame soprattutto con i grandi santi del passato. Anche se utilizziamo poco le nostre conoscenze al di fuori della liturgia, il fatto di conoscere il latino della Chiesa rafforzerà il nostro "sensus ecclesiae". E, poiché oggigiorno i preti sono così desiderosi di emulare i laici, il nostro interesse per il latino potrebbe riportarlo anche nei seminari. Ecco allora qualcosa che i vostri Capitoli possono e devono fare: organizzare corsi di latino ecclesiastico, con particolare attenzione ai testi liturgici.
 

Non si creda, però, che il latino nella Liturgia debba essere compreso da tutti prima di poter riconquistare il posto che gli spetta. L'enfasi prevalente sulla comprensione razionale di ogni parola pronunciata all'altare o all'ambone è un altro di quegli impoverimenti che noi "contestiamo". Ma è nostro dovere fare lo sforzo supplementare di imparare il latino ecclesiastico anche per poter trasmettere ai nostri figli quel minimo di conoscenze linguistiche che prima faceva parte della loro ordinaria istruzione religiosa.
 

Secondo: si dovrebbe praticare il canto gregoriano. Se non puoi farlo in chiesa, fonda una società corale. Laddove ciò risultasse troppo difficile, il Capitolo potrebbe tenere delle riunioni periodiche in cui verranno suonati dischi in canto gregoriano, in modo che le vostre orecchie – e quelle dei vostri figli, o degli amici che potrete portare più facilmente a questo tipo di incontri che a un incontro formale UNA VOCE - dovrebbe rimanere o acquisire familiarità con la sua bellezza e rimanere, o entrare in sintonia con, la sua qualità unica di preghiera.
 

Terzo: i membri di UNA VOCE dovrebbero essere abbastanza esperti nella dottrina della Chiesa in materia liturgica e conoscere gli schemi fondamentali della storia liturgica. Troppo spesso rimaniamo indifesi – per mera mancanza di conoscenze di base – quando discutiamo con colleghi cattolici o con preti che hanno letto tutti i libri più recenti. I capitoli dovrebbero organizzare gruppi di studio e conferenze, e la sede centrale dovrebbe diffondere le conoscenze di base attraverso la loro newsletter e dovrebbe fornire ai capitoli una biografia selezionata ad uso dei leader del gruppo o dei singoli membri.
 

Quarto – e questo è molto importante: RAGGIUNGERE I GIOVANI. Senza saperlo ancora, hanno un disperato bisogno di una liturgia che sia più ricca di contenuto e di espressione del semplice "dialogo" (di cui ottengono più che a sufficienza in tutti gli altri ambiti della vita ecclesiale), del semplice intrattenimento o anche della catechesi - più ricca dello stare insieme o della un esercizio di allenamento alla "sensibilità" (o dovremmo dire "insensibilità"). Hanno bisogno del clima di ritiro, di raccoglimento, di vera "laus Dei", che è totalmente diversa dal lodare sfacciatamente il "Signore dell'Universo" attraverso le imprese o il progresso dell'uomo. Hanno bisogno dell'incontro, anzi: del confronto con il "segno di contraddizione",
 

Verrà una rinascita: torneranno l'ascesi e l'adorazione come molla della dedizione diretta e totale a Cristo. Si formeranno confraternite di sacerdoti, votati al celibato e ad un'intensa vita di preghiera e meditazione. I religiosi si raggrupperanno in case di “stretta osservanza”. Nascerà una nuova forma di "Movimento liturgico", guidato da giovani sacerdoti e che attirerà soprattutto i giovani, in protesta contro le liturgie piatte, prosaiche, filistee o deliranti, che presto invaderanno e infine soffocheranno anche i riti recentemente rivisti.
 

È di vitale importanza che questi nuovi sacerdoti e religiosi, questi nuovi giovani dal cuore ardente, trovino – anche solo in un angolo della vaga dimora della Chiesa – il tesoro di una liturgia veramente sacra che brilla ancora dolcemente nella notte. Ed è nostro compito – poiché ci è stata data la grazia di apprezzare il valore di questo patrimonio – preservarlo dal degrado, dall'essere sepolto, disprezzato e quindi perduto per sempre. È nostro dovere mantenerlo vivo: con il nostro attaccamento amorevole, con il nostro sostegno ai sacerdoti che lo fanno risplendere nelle nostre chiese, con il nostro apostolato a tutti i livelli di persuasione.
 

Dio ci dia coraggio, saggezza, perseveranza – e rafforzi e approfondisca ora più che mai il nostro amore per la Chiesa e per Colei, che il Santo Padre ha solennemente proclamato “Mater ecclesiae” – Maria, la Beata Madre di Dio e la nostra santissima Regina e Madre.


giovedì 14 settembre 2023

Qualunque azione, anche la più piccola, deve essere fatta con questo proposito: “Signore, per la tua gloria” (don Dolindo Ruotolo).

Don Dolindo e padre Pio sono due giganti della Chiesa. Don Dolindo venne calunniato, perseguitato, ma diceva che “i miei libri riabiliteranno la mia memoria”. A lui interessava solo essere un semplice sacerdote, al servizio di Dio e del prossimo. Fu una delle figure più importanti della Napoli cattolica. A volte lo chiamavano per predicare anche in 8-9 chiese al giorno. 

Anche se subì persecuzioni da alcuni ecclesiastici, fino a due sospensioni a divinis, guai se qualcuno parlava male della Chiesa con lui: “Tacete, la Chiesa è santa, immacolata, indefettibile”, diceva. Negli anni in cui gli fu proibito di esercitare il ministero sacerdotale, si metteva all’ultimo posto della chiesa e poi, per la Comunione, da umile fedele andava a ricevere l’Eucaristia. Voleva che tutti sapessero che lui rimaneva fedele alla Chiesa. Non se ne allontanò mai.


Della vita di don Dolindo stupisce la capacità di accettare la croce, in ogni situazione.

Gesù aveva detto a padre Dolindo di prendere su di sé le sofferenze di tutti. Lui ebbe il dono mistico dello scambio di dolori. Chiamava i conventi, per esempio le suore di clausura, e diceva: “Datemi le vostre sofferenze”. Tutti i giorni chiedeva a Dio il dono del dolore insieme all’amore, la fede, la mansuetudine, l’umiltà.

Tenne questo atteggiamento anche con i suoi calunniatori

 Lui li amava come un padre, pregava per loro, andava perfino a trovarli a casa per far tornare il sereno nel loro cuore e, naturalmente, i suoi denigratori rimanevano sbigottiti per tanta carità. E se i suoi amici protestavano, replicava: “Tacete, quelli sono miei benefattori”. Perché gli davano la possibilità di offrire delle sofferenze, unendole a quelle di Gesù. 

E poi riteneva che tutto fosse volontà di Dio. Diceva sempre: “In casa nostra si mangia pane e volontà di Dio”. Questa sua santità convertiva le anime. Pensi che nel periodo in cui fu accusato dal Sant’Uffizio convertì una famiglia di massoni che da più di quarant’anni non si avvicinava ai Sacramenti. 

Ha vissuto con un solo pensiero, la gloria di Dio. Insegnava che qualunque azione, anche la più piccola, deve essere fatta con questo proposito: “Signore, per la tua gloria”. Questa era la spiritualità di padre Dolindo.
 

(Dall'intervista della Nuova Bussola Quotidiana a Grazia Ruotolo)


mercoledì 15 febbraio 2023

Combattere il difetto dominante (dal blog "Cordialiter")


Dagli scritti di Padre Garrigou-Lagrange (1877-1964).

Che cos'è il difetto dominante?


È in noi quello che tende a prevalere sugli altri, e con questo sul nostro modo di sentire, di giudicare, di simpatizzare, di volere e d'agire. È un difetto che, in ciascuno di noi, ha una relazione intima col nostro temperamento individuale. 

Vi sono temperamenti portati alla mollezza, all'indolenza, alla pigrizia, alla gola e alla sensualità. Ve ne sono altri portati soprattutto alla collera, all'orgoglio. Non tutti saliamo sulla vetta della perfezione dallo stesso versante; quelli che sono di temperamento fiacco, debbono con la preghiera, la grazia e la virtù, diventare forti; e quelli che sono naturalmente forti al punto d'essere facilmente rigidi, debbono farsi dolci lavorando su se stessi e con l'aiuto della grazia. 

Prima di questa trasformazione progressiva del temperamento, il difetto dominante di ciascuno si fa spesso sentire. È il nostro nemico domestico, nell'interno di noi stessi, poiché può, se prende campo, giungere a devastare totalmente l'opera della grazia, ossia la vita interiore. 

È talvolta come una spaccatura in un muro che sembra solido e non lo è, come una crepa, talora impercettibile ma profonda, nella bella facciata di un edificio, che una forte scossa può far crollare. 

Per esempio...

martedì 7 febbraio 2023

Della Preghiera (dal Tanquerey)

Parte II (Le tre vie) ;  Libro Primo (La purificazione dell'anima o la via purgativa) ;
Capitolo I : La preghiera degli incipienti: 

[...]

648. Avendo già provata la necessità della grazia attuale per tutti gli atti necessari alla salute, ne possiamo conchiudere che questa grazia è pur necessaria a pregar bene.

S. Paolo lo dichiara nettamente: "Lo Spirito porge la mano alla fiacchezza nostra; perchè quello che s'ha da chiedere, come conviene, non sappiamo; ma lo Spirito stesso l'implora per noi con gemiti inenarrabili: quid oremus sicut oportet, nescimus, sed ipse Spiritus postulat pro nobis gemitibus inenarrabilibus 648-1

Aggiungiamo che questa grazia è offerta a tutti, anche ai peccatori, e che quindi tutti possono pregare. Benché lo stato di grazia non sia necessario per pregare, pure aumenta singolarmente il valore delle nostre preghiere, perché fa di noi gli amici di Dio e le membra viventi di Gesù Cristo.



Esamineremo le condizioni richieste dalla preghiera: [...]


649. La condizione più importante, da parte dell'oggetto, è di chiedere soltanto i beni che ci conducono alla vita eterna, prima di tutto le grazie soprannaturali, e secondariamente, in quanto saranno utili alla eterna nostra salute, i beni d'ordine temporale. 

Tale è la regola fissata da Nostro Signore stesso...