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lunedì 18 settembre 2023

Cosa ci trattiene oggi da una deriva potenzialmente fuori dall'umano

 

2Tessalonicesi 2,6-7

6 E ora sapete ciò che impedisce la sua manifestazione, che avverrà nella sua ora. 7 Il mistero dell'iniquità è già in atto, ma è necessario che sia tolto di mezzo chi finora lo trattiene.

 


L’errore di buttare via l’idea di natura (e di storia) di Ernesto Galli della Loggia


Oggi opporsi al progressismo significa coltivare cautela e dubbio di fronte a certi applausi scroscianti

Il principale problema politico dei conservatori è quello che pur essendo critici dello spirito dei tempi devono curare di non apparire dei reazionari (cioè come puri e semplici nostalgici del «buon tempo antico»). Il che può essere niente affatto facile. Oggi però, a differenza che per il passato, una posizione conservatrice può contare da questo punto di vista su un vantaggio importante: davanti a sé, infatti, essa non ha come una volta l’illuminismo, il liberalismo o il socialismo, cioè una qualche grande prospettiva in un avvenire migliore, una qualche promessa generale di riscatto e di felicità, una speranza per l’umanità tutta. Davanti a sé oggi ha il «progressismo» (mai denominazione apparve più sgangheratamente generica), che concepisce un solo tipo di progresso — quello scientifico tecnico —, che al posto della libertà sembra perseguire solo il più banale «liberi tutti», e che in sostanza gioca ogni sua posta su un unico tableau: quello dell’umanità occidentale, perlopiù bianca, libera e benestante.


Non a caso da tempo un tale progressismo non è più la naturale ideologia dei socialmente sfavoriti (i quali anzi spesso costituiscono il nerbo del cosiddetto populismo). Non lo è sia perché in realtà esso non sa o non si cura di offrire alcuna ricetta sociale forte, e sia per una ragione più profonda e più importante. Perché oggi il progressismo sottintende una rivoluzione antropologico-culturale che mira a delegittimare alcune strutture profonde del sentire comune.

Quel sentire comune sul quale si è costruita e continua ad essere costruita l’esperienza di vita della grande maggioranza delle persone. A differenza, insomma, delle precedenti ideologie di progresso, le quali miravano innanzi tutto a trasformare i rapporti sociali e politici, il progressismo attuale mira a qualcosa di completamente diverso: a sovvertire innanzi tutto il mondo dei valori e i rapporti personali tra gli individui.

Lo sta facendo prendendo di mira due caposaldi di quello che potrebbe chiamarsi il pensiero corrente, l’opinione dei più, che fino a pochissimo tempo fa ancora bene o male servivano a definire culturalmente l’universo dell’Occidente: l’idea di natura e l’idea di storia.

Secondo il punto di vista progressista che tiene oggi il campo la natura esisterebbe ormai solo come qualcosa da superare, un limite arcaico da gettarci dietro le spalle: concettualmente e se possibile praticamente. Praticamente grazie al dispositivo congiunto della scienza e della tecnica, a proposito del quale guai a chiedersi se alla nostra umanità convenga davvero sempre e comunque fare ciò che in teoria la scienza consentirebbe di fare. In specie se si tratta di ampliare il raggio delle nostre potenzialità fisiche o di introdurre di continuo nella vita umana dosi sempre nuove e sempre più sofisticate di artificialità meccanizzata. Concettualmente invece il progressismo mira a eliminare l’idea che i comportamenti umani elementari nonché gli stati psico-emotivi e i rapporti interindividuali che li caratterizzano (la bipolarità di genere e l’accoppiamento, la genitorialità, il legame dei gruppi primari) abbiano un qualsiasi fondamento nella natura. Sostenendo che in questo ambito, viceversa, ogni cosa sarebbe frutto di convenzioni o di abitudini consolidatesi nel corso del tempo, un puro e semplice «prodotto della società» e quindi, come tale, modificabile o cancellabile a piacere.

Minando l’idea che nei comportamenti sociali e nei rapporti degli esseri umani tra di loro vi sia qualcosa che possa dirsi davvero «naturale» e in questo senso «normale», il progressismo odierno getta le basi per il soggettivismo più radicale. L’individuo diviene di fatto la misura di tutte le cose (ciò di cui via via anche i codici hanno preso atto ampliando sempre di più la sfera dei diritti personali). In tal modo nell’universo progressista il «noi», qualunque «noi», vacilla e tende a dissolversi. Esiste unicamente l’individuo solo e davanti a lui, onnipotente, la ramificata struttura della tecnoscienza.

Tanto più definitiva diviene poi questa solitudine in quanto essa si estende pure al passato. Come ho detto all’inizio anche la storia infatti — origine prima della tradizione — tende ad essere via via scalzata dal panorama sociale. Dopo la natura, infatti, è la storia (nella narrazione occidentale così connessa all’idea di natura umana) l’obiettivo principe del progressismo. La storia: così feroce, così turgida di sentimenti estremi, tanto spesso così ingiusta. È in particolare proprio ciò che la rende invisa all’ottica progressista la quale, per l’appunto, si fa un punto d’onore nell’additare la moltitudine di violazioni dei diritti umani che costellano le sue vicende e nel comminare grottesche condanne retrospettive alle guerre, alla schiavitù e a quant’altro. Ma al di là di questo ridicolo esercizio di moralismo è la dimensione complessiva della storia che il progressismo considera a sé estranea se non ostile. Perché rivolgere la propria attenzione al passato, magari considerarlo in qualche modo fonte d’ispirazione, contrasta troppo clamorosamente con il suo scopo: guardare solo e sempre avanti perché da lì solo può venire la felicità, lì solo è ciò che è nuovo e buono, il progresso appunto.

È questa inedita condizione del nostro tempo appena tratteggiata che pone il punto di vista conservatore, a me pare, in una condizione anch’essa del tutto nuova rispetto al passato. L’illuminismo, il liberalismo, il socialismo rappresentavano dei mondi morali, contenevano in sé degli ideali di vita individuale e sociale carichi di elementi positivi e di suggestioni, nei loro auspicio erano anticipatori di un’umanità migliore. Di fronte ad essi una posizione conservatrice era fatalmente condannata ad apparire retrograda, reazionaria: perché in buona parte realmente lo era.

Oggi però le cose stanno ben diversamente. Oggi opporsi al progressismo — in questo senso essere conservatori — ha poco del reazionario ma assai di più incarna una posizione di cautela e di dubbio necessari di fronte agli applausi scroscianti pronti a levarsi dappertutto verso il sempre nuovo, verso l’irrisione o la distruzione di quanto non lo è. Oggi una posizione conservatrice ha paradossalmente quasi la funzione di un «katéchon», di qualcosa che trattiene da una deriva potenzialmente fuori dall’umano. Non è un restar fermi e tento meno un voler tornare indietro: si tratta solo di capire bene dove si sta andando.

(Corriere della Sera, 2 settembre 2023)

Il Vescovo Crepaldi ad Assisi: i cattolici non possono collaborare con chi sostiene aborto ed eutanasia

Riflessione con cui il vescovo emerito di Trieste, Giampaolo Crepaldi, ha introdotto i lavori del convegno “Le tavole di Assisi” tenutosi ad Assisi il 9 e 10 settembre 2023.
 

Io credo che dobbiamo fare questo sforzo di illuminare di verità e di speranza l'azione dei cattolici in questa nostra società italiana. Con una certezza interiore: che la fede nella azione di Cristo Salvatore, unitamente al corretto uso della nostra ragione, che deriva da Cristo Creatore,  non hanno perso la capacità di illuminare e animare in senso pieno la nostra azione nella società. Dobbiamo essere convinti di questo: se non abbiamo questa convinzione, non andiamo da nessuna parte.

Si pensa oggi che l'azione del cristiano nella vita pubblica possa essere solo indiretta, ossia che debba passare attraverso  gli strumenti e le vie della laicità oppure che debba adoperare, senza trascenderlo, il criterio della persona, il cosiddetto personalismo.
Il cristiano, si pensa, per quanto riguarda la costruzione della società nelle sue strutture politiche e nelle sue leggi, dovrebbe far fare ad altri, e tutt'al più, animare la coscienza di tutti.
Constatiamo oggi le difficoltà e i pericoli di una simile impostazione: il cristianesimo si riduce ad agenzia di animazione civica, l'agire morale è  considerato autosufficiente, possibile senza la luce e il sostegno religioso; la fede si riduce a buone pratiche sociali che alla fine è sempre il potere di turno a stabilire.

Io credo invece, ed è  la proposta che vi faccio, che bisogna recuperare la convinzione che il cristianesimo e la Chiesa intervengono direttamente nella vita sociale, non per sostituirsi ad altre competenze distinte e legittime, ma per orientare l’intera vita pubblica verso la sua vera finalità ultima, che è quella trascendenteBisogna recuperare l’idea, insegnataci anche da Benedetto XVI, che Quaerere Deum, cercare Dio, ha dirette conseguenze sociali in quanto non è possibile dissodare le terre incolte della vita sociale senza aver prima dissodato le nostre anime.

Alla accumulazione culturale va accompagnata l'accumulazione spirituale, altrimenti rischia d'essere inefficace o sterile. Questa è una questione molto importante: in fin dei conti i veri profeti e quelli che sono decisivi alla fine sono i santi.

Concediamo troppo al naturalismo e pensiamo che il mondo non abbia bisogno del Cristo della fede ma eventualmente solo del Cristo della ragione, per poi scendere progressivamente anche da quel livello ed arrivare al Cristo dell’etica mondialista e quindi al Cristo della coscienza individuale. 
Con questo esito, il discorso del cristianesimo nella società è  finito.
O il cristianesimo e la Chiesa hanno qualcosa di proprio e di unico, insisto su questi due aggettivi, oppure finiscono ad essere una delle tante opinioni che vociferano nel baccano quotidiano impropriamente elevato a pubblico dibattito.
Ma se invece il cristianesimo e la Chiesa hanno qualcosa da dire nella pubblica piazza di proprio e di unico, ne deriva che i cattolici non possono collaborare con tutti, perché non possono darsi da fare indifferentemente per tutto. Scriveva Benedetto XVI che “Cristo accoglie tutti ma non accoglie tutto”. 

Sono consapevole di evidenziare un aspetto delicato e controverso nella Chiesa di oggi… 
A me sembra però  che sia ancora valido quanto stabilito da Benedetto XVI nel suo Motu proprio  sul servizio della carità  dell' 11 novembre 2012, dato che l'impegno pubblico della Chiesa anche attraverso i laici è espressione della carità, la quale non può essere però in contrasto con la liturgia e con la dottrina. 

Il documento riguardava le attività di associazioni legate giuridicamente alla Chiesa ma anche di realtà autonome giuridicamente ma che si avvalgono del titolo di cattoliche, ma anche dei singoli fedeli impegnati  nella vita pubblica. In essa si dice che non è lecito collaborare con altre realtà sociali  le cui finalità  sono in contrasto con i principi cristiani, né è  possibile accettare finanziamenti; e anche si diceva che il vescovo deve vegliare su tutto questo.
Non era ritenuto possibile collaborare nella lotta all'Aids con società  che proponevano la contraccezione; così  oggi non dobbiamo ritenere opportuno  collaborare con associazioni che pur avendo alcuni obiettivi positivi nella loro agenda, però  lottano per promuovere l'aborto e il suicidio assistito.
Non basta concordare nominalmente sulla questione ambientale per collaborare con tutti quanti se ne occupano e vi si impegnano. Si rimane negativamente colpiti, per fare un esempio, da quante realtà cattoliche facciano oggi propria, senza alcun discernimento, l’agenda ONU per il 2030...
Ricordo che il cardinal Martini aveva richiamato nel 2007 i cattolici italiani a non collaborare e a non finanziare più  Amnesty International dopo la sua dichiarazione di voler promuovere l'aborto.

Se prendiamo per esempio il campo della morale, vediamo che oggi si tende a dire che l’intelletto non può pretendere di vedere con la propria luce la “forma” di una azione, così come non può vedere la “forma” delle cose. La trascuratezza degli insegnamenti della Fides et ratio e della Veritatis splendor ha conseguenze piuttosto negative. Cosa sia la forma specifica dell’adulterio, per esempio, oggi tende a non essere più chiaro, né la questione della conoscibilità certa degli assoluti morali (negativi) è ritenuta importante.  Si ritiene che queste categorie conoscitive siano astratte e impediscano di entrare nel vissuto delle persone. Nel caso dell'adulterio si dice che esso non esiste, ma che esistono solo le singole persone, che dopo il divorzio si sono riposate, o comunque unite more uxorio; si dice che ogni singola situazione andrebbe considerata in se stessa, e non alla luce di una normativa ritenuta "teorica" e astratta.
Si dice che bisognerebbe entrare nella vita delle persone e includere senza giudicare e senza valutare, solamente  per accompagnarle.

Certamente l'azione pastorale deve incontrare l'altro e gli altri, ma se ciò  non viene fatto alla luce della verità, non si tratta mai di un vero incontro.

Trattare caso per caso conduce al  Nominalismo, una filosofia compatibile con altre confessioni  cristiane, ma non con quella cattolica.
Il nominalismo finisce per dirci che la realtà  non ha una sua strutturazione veritativa interna, non esprime nessuna sapienza creatrice e non contiene nessun ordine finalistico.
Nominalismo e agnosticismo ci dicono di agire senza prima pensare. Oggi sono molto presenti tra i cattolici e gli uomini di Chiesa, talvolta senza la necessaria consapevolezza, e li rende disponibili alle avventure anche le più strampalate. Evidenzia anche una certa “liquidità” dell’essere cattolici nella società, in un attivismo magari frenetico ma improduttivo. L’”agnosticismo cattolico” è alla base dell’oblio dei “principi non negoziabili”, di cui ci parlava Benedetto XVI, che parlavano di vita, famiglia, libertà di educazione, ponevano dei paletti alla politica; questo oblio assolutizza la politica permettendole di fare tutto e, nello stesso temo, la svilisce, perché la rende cieca; e a una politica del genere la dottrina sociale della Chiesa non ha più  nulla da dire.

La mia impressione da vescovo e da osservatore, meglio: da osservatore come vescovo, è che il cerchio si stia stringendo e che gli spazi di libertà per il cattolico siano sempre più esigui fino a scomparire. Man mano che la secolarizzazione procede a grandi passi, aiutata nei suoi effetti distruttivi dalla nuova mondializzazione del nichilismo illuminato, la pattuglia dei cattolici impegnati nel sociale espressamente e senza mezzi termini alla luce della Dottrina sociale della Chiesa intesa come annuncio di Cristo nelle realtà temporali e non come semplice umanesimo vagamente solidarista e fraterno, si riduce di numero. Siamo di fronte ad una convergenza operativa molto coerente di molti centri di potere. Nessun ambito ne rimane esente.
Non c'è una precisa cabina di regia, ma tutti questi soggetti parlano la stessa lingua, tutti mirano a una società  mondialista fondata sulla tecnologia e su una morale minimamente e ambiguamente umanistica post veritativa, post naturale  e, naturalmente, post cristiana.
L'unità di queste forze è data dalla loro cultura comune dell'illuminismo post moderno.

La domanda a questo punto si fa seria: a questa pressione coerente e coesa che vuole la distruzione della natura e della soprannatura, i cattolici, laici e uomini di Chiesa, si adeguano o tentano di opporsi? Per opporvisi servono le idee, oltre che le mani, con il che torniamo a quanto ripetutamente detto sopra: il cristianesimo e la Chiesa hanno qualcosa di proprio e di unico da dire al mondo. Se non lo fanno, o se lo fanno non come dovrebbero farlo, non rimarranno neutrali in un mondo a sé, ma saranno penetrati da altre idee che con le proprie non hanno niente a che fare.

Io sono convinto che negare il conflitto è  il modo migliore per perderlo.
A questa riappropriazione di ciò  che la Chiesa ha da dire di proprio e di unico, è  legato anche il destino dell'unità tra di noi: se recupereremo solo alcuni suoi spezzoni, se non andremo fino in fondo, se avremo paura di non essere più  graditi e interloquiti, allora rimarremo divisi, e sappiamo che "omne regnum in se ipse divisum  desolabitur".

sabato 16 settembre 2023

L'unica cosa che devi fare, è aprire gli occhi

 


"Mia moglie ed io guardavamo dei vecchi video della nascita della nostra figlia più piccola, e il video che vedrete l'ho fatto io. Ma non ne avevo capito l'importanza finché  non l'ho rivisto.
Mia figlia era nata da appena due minuti, due minuti e mezzo; l'avevano messa in una culla riscaldata (una specie di incubatrice per polli... non so che razza di assicurazione sanitaria avessimo!)
L'infermiera la doveva pulire, e lei si mette a piangere. Voglio che vediate cosa succede quando sente la mia voce."

(Nel video si vede che la bimba sente la voce del padre che la rassicura e smette di piangere).


"Forte vero? Poi, dopo circa sette minuti, sette minuti e mezzo, l'infermiera l'aveva pulita, e lei si mette a piangere di nuovo. Nuovamente io le parlo e di nuovo lei smette di piangere. Ma vorrei che vedeste quando le dico che le voglio bene..."

(Nel video, quando il papà le dice che le vuol bene, la bambina apre gli occhi e sorride)


Questo è il fatto: nella vita ci sono momenti in cui ti sembra di passare da una battaglia ad un'altra... o forse sei solo pieno di paure e di incertezze.
La cosa più importante da fare in quei momenti è fermarsi e ascoltare la voce del Padre; fermati, perché  in quel momento preciso Lui ti sta parlando.
E ciò  che vuole farti sapere, è che Lui è lì, proprio lì con te, che ti ama.
L'unica cosa che devi fare è aprire gli occhi...

(Michael jr.)

 


 

venerdì 28 luglio 2023

Le soluzioni del Cielo (e quelle degli uomini) (Dal Blog "La Scure")

[...] 


Le esigenze della carità intellettuale

Il fatto è che chi ama il Signore e, per amore di Lui, anche il prossimo non riesce proprio ad esimersi dal segnalare i pericoli spirituali che minacciano i suoi simili, dato che prova acuto dolore nell’osservare quanti finiscano in trappole nascoste e ben congegnate, da cui non potranno liberarsi se non per una grazia speciale. In certi ambienti tradizionalisti vige una forma mentis secondo la quale le conclusioni dei propri ragionamenti prevalgono sull’evidenza del reale. Tale disposizione intellettuale, caratteristica del razionalismo moderno, si ripercuote inevitabilmente sulle decisioni della volontà, che risultano tanto più rovinose quanto maggiore è la distanza tra il pensiero e la realtà. Quando tale modo di pensare e di agire si spinge oltre ogni limite della ragionevolezza, compaiono disturbi psichiatrici, talvolta gravi.

Si soffre molto nel sentirsi impotenti ad aiutare persone che, avendo assimilato le assurdità di una propaganda settaria, si son create una sorta di inferno interiore che riverberano poi su quanti le circondano. Sia i mezzi umani che quelli della grazia si infrangono contro un muro di ostinazione eretto sulla convinzione di essere gli unici ad aver scoperto la verità e che tutti gli altri siano accecati dall’errore; qualunque argomento viene perciò respinto a priori in quanto proposto da chi è percepito come un tentatore che vorrebbe ricondurre l’eletto nella palude dei dannati. Le tecniche di manipolazione mentale, d’altronde, instillano proprio questa diffidenza previa e assoluta nei confronti di chiunque non corrisponda perfettamente al rigido modello introiettato ed è subito sospettato, di conseguenza, di essere un seduttore.

Prima che sia troppo tardi per intervenire, la carità intellettuale spinge a mettere in guardia coloro che appaiono inclinati verso quel tragico pendio, che siano chierici o laici. Molto difficilmente si riuscirà a giovare a chi vi si è gettato da tempo, ma qualcosa si può ancora fare, forse, per chi vi si sta gettando. Poco importa se si sarà tacciati di tradimento, di gelosia o addirittura di odio e livore; ciò che conta è strappare anime al precipizio di quella superbia spirituale che spinge a insultare l’interlocutore, piuttosto che a ponderare in modo lucido, equo e distaccato ciò che dice. 

Siamo ben consapevoli della nostra ignoranza e, dolendocene profondamente, stiamo cercando di rimediarvi; questa non è tuttavia una ragione per lasciarci confondere da chi usa il proprio sapere per distorcere la verità, calpestando il buon senso e negando la realtà fattuale in virtù di una pretesa conoscenza superiore: gnostici e massoni si comportano esattamente allo stesso modo e non intendiamo affatto imitarli, seppur trasponendo il loro metodo in campo cattolico.


[...]


La soluzione suggerita dai Santi

Potremmo citare innumerevoli esempi, ma ci limiteremo a ricordare la lezione di santa Caterina da Siena, vissuta in tempi catastrofici per la Chiesa. Nulla di più lontano dalla presunzione di quanti parlano e agiscono come se nel clero tutto fosse marcio senza eccezione, come se la loro opera rappresentasse l’unica scialuppa di salvataggio e come se, non avendo il buon Dio altre risorse, toccasse a loro salvare la Chiesa. 

Tra le virtù teologali è soprattutto la speranza a fare difetto, cosa che denota peraltro una fede carente e si ripercuote sulla carità, la quale, a lungo andare, rimane soffocata dall’astio e dall’odio. Questi tali dimenticano che la Provvidenza permette qualunque male per trarne un bene maggiore; se, d’altra parte, uno è ben radicato in Dio con una robusta vita spirituale, nessuno al mondo potrà mai fargli perdere la fede, se non vuole abbracciare la menzogna, né costringerlo ad agire contro coscienza. Ascoltiamo dunque la Patrona del nostro Paese: nel Dialogo della Divina Provvidenza, che le fu dettato durante le estasi, ella riporta le parole udite dal Padre.

«Se ben ti ricordi, ti dissi già che io adempirò i vostri desideri dandovi refrigerio nelle vostre fatiche, cioè soddisfacendo ai vostri penosi desideri, donando buoni e santi Pastori per riformare la santa Chiesa, non con guerra, né con coltello o crudeltà, ma con pace e quiete, con lacrime e sudori dei miei servi, che ho messo come lavoratori delle anime vostre e di quelle del prossimo nel corpo mistico della santa Chiesa. Dentro di voi, lavorate in virtù; nel prossimo e nella santa Chiesa, lavorate col buon esempio, con la dottrina, con l’offrire continua orazione a me per essa e per ogni creatura, partorendo le virtù sopra il vostro prossimo. […] 

Non cessate di gettarmi incenso di odorose orazioni per la salute delle anime, perché io voglio fare misericordia al mondo e con quelle orazioni, sudori e lacrime lavare la faccia della mia Sposa, la santa Chiesa, che già ti mostrai sotto la forma di una fanciulla lordata in tutta la sua faccia, quasi fosse lebbrosa. Questo avviene per i difetti dei ministri e di tutti i cristiani, che si nutrono al petto di questa Sposa» (cap. 86).


Neppure oggi i mezzi indicati da Dio sembrano molto apprezzati: piuttosto che con incessanti orazioni, sudori e lacrime, si pensa di risolvere i problemi della Chiesa con iniziative individuali che sfociano nella separazione; anziché sforzarsi di riparare le falle della nave nei modi voluti dal Signore, si preferisce mettersi illusoriamente in salvo su barchette improvvisate. 

La parola del Padre, però, non lascia adito a dubbi: «Ti promisi ancora e ti prometto che col molto patire dei miei servi riformerò la mia Sposa. […] Ora io invito al pianto te e gli altri miei servi: col vostro pianto, con l’umile e continua orazione, voglio fare misericordia al mondo. Corri per questa strada della verità come morta» (cap. 166; i corsivi sono nostri). 

Quest’ultimo comando, così perentorio, sia la consegna definitiva per tutti coloro che intendono sinceramente spendersi non per la propria causa, ma per quella di Gesù Cristo.